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La buona Notizia Il Vangelo della Domenica dopo Natale – S. Famiglia (Luca 2, 41-52)

La prima parola come l’ultima

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21 dicembre 2021

L’ultima anta del grande affresco di Luca — il Vangelo dell’infanzia, cc. 1 - 2 — è piena di simbolo. È come uno spartiacque: fa da tramite tra l’infanzia e l’inizio della vita pubblica di Gesù, preceduto da Giovanni Battista. Collocato tra due sommari (vv. 40.52) è evento di sintesi, sapienza e grazia.

È, nel racconto di Luca, “la prima parola” di Gesù. Qui Gesù inaugura il suo insegnamento. Precoce e, come un pais, è “domanda”. La sua sapienza sconcerta il tempio e il cuore umano.

L’ultima parola, sarà ancora nella Città santa, ma fuori dal tempio, sul colle del Calvario: parola di consegna, al centro ancora il Padre (Lc 23, 46).

L’ennesimo viaggio dei suoi genitori (già erano saliti al tempio per la presentazione), è pasquale: e nel percorso di ritorno, mentre registra una perdita, il viaggio mette in moto una ricerca. Tutto qui è simbolo. «Perché mi cercate?», fa indiretta eco al «Che cercate?» di Gv 1, 38: la prima parola di Gesù secondo il Quarto Vangelo, apertura del dialogo discepolare.

«Il fanciullo (pais) rimane» Lc 2, 4): questa affermazione tra le righe, annuncia un mistero — “il” mistero del Figlio di Dio fatto uomo. Gesù, il Figlio rimane: “deve essere” nelle cose del Padre suo. È sottratto alla cura dei genitori da una “necessità” insindacabile che è il filo rosso della sua vita di uomo: il legame con il Padre suo.

Gesù “il Figlio” che “rimane” è il fuoco incandescente di questo episodio degli inizi, che solo Luca racconta. Che l’evangelista Giovanni a suo modo adombra («il Figlio, che vive rivolto al Padre, lui ce lo ha rivelato»: 1, 18).

La meraviglia, mista a sbalordimento e angoscia, di Maria e Giuseppe si dilata in grande pace dinanzi al mistero della divina necessità, che già Maria e Giuseppe hanno ben sperimentato. Anche se non comprendono. In questo pellegrinaggio pasquale, ricevono l’annuncio del compimento.

Dopo averlo generato nella fede, Maria e Giuseppe — lei per prima — conoscono così il capovolgimento del rapporto: come per ogni figlio, infinitamente più che per ogni figlio della carne e del sangue, Gesù con il suo legame al Padre “suo” rigenera radicalmente la relazione genitoriale: «Chi fa la volontà del Padre mio, è per me fratello, sorella, madre» (Lc 8, 19-21). C’è un’ora, nella vita genitoriale, in cui il figlio è come “smarrito”, “rapito” (Ap 12, 5) da una necessità trascendente: è la nascita alla vita adulta. Ma per Gesù questa “necessità” umanissima è necessitas unica, decisiva e singolare. Non per nulla Giuseppe rimane silenzioso nel suo stupore (Lc 2, 33), aderisce pur senza comprendere: gli è confermato il mistero della sua missione. Giuseppe rimane in silenzio: il silenzio di chi contempla il mistero: «Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero “nascosto da secoli”, che “prese dimora” sotto il tetto di casa sua» (Giovanni Paolo ii ).

Due programmi in antitesi? I genitori sembrano rimanere come esclusi dal programma del Figlio, in realtà lo accolgono, nella fede, al cuore della propria esistenza (2, 51).

«Non sapevate che io devo» (v. 49). Una necessità saputa che tuttavia resta lungamente incompresa e meditata in cuore, anche dai discepoli, nonostante i ripetuti annunzi: fino alla pasqua nuova (Lc 24, 7.26.44). È il filo conduttore della mirabile avventura che da questi inizi si dipana, e giunge fino a noi.

Per significare la meraviglia l’evangelista ricorre a due termini molto forti: i presenti sono stupiti al punto da essere quasi fuori di sé (2, 47) e i genitori sono sbalorditi (2, 48). La madre — solo di lei è detto — conserva in cuore. Ma il suo atteggiamento è simbolo della tenuta trascendente di ogni convivenza domestica.

È questo un episodio epifanico, di alta rivelazione. Finora altri hanno rivelato chi è Gesù (l’angelo, i pastori, Elisabetta, Simeone): ora è Gesù che rivela se stesso.

Il senso dell’episodio è tutto racchiuso nella domanda della madre e nella risposta del figlio (2, 48-49). La necessità che percorre — come filo rosso — tutta la vita del Figlio. Il misterioso polo attrattivo della sua vita.

Dicendo «tuo padre», Maria pensava a Giuseppe. Dicendo «il Padre mio», Gesù pensava a Dio. Il contrasto è significativo, quasi duro. Essi sapevano: ma Gesù afferma perentorio la sua origine dal Padre. E nella domanda rivolta ai genitori («Non sapevate che è necessario che io sia nelle cose del Padre mio?»), egli svela la sua obbedienza senza riserve al Padre, tutta concentrata sulle cose che riguardano l’Altissimo.

Aveva ragione il vecchio Simeone di parlare di segno di contraddizione. Percorrendo la strada verso la Croce, Gesù divide, perché svela un Dio che non è quale l’immaginazione umana lo disegna.

È proprio in forza di questa inattesa rivelazione che Gesù costringe i pensieri del cuore a venire alla luce, come ha detto ancora Simeone: se, cioè, il cuore è disponibile alla novità di Dio o se, invece, resta fermo nei suoi schemi abituali.

«Ma essi non compresero» annota l’evangelista. Nel «non compresero» si apre, anche per la madre, lo spazio per camminare nella fede. Secondo Luca, Maria è al tempo stesso la prima credente (1, 45) e colei che non comprende (2, 23.50). Nessuna contraddizione. La fede non chiude il cammino, ma lo apre. Maria è pienamente credente fin dal principio. Tuttavia, come ogni credente e ogni discepolo, anche Maria ha percorso un itinerario: ha seguito il cammino di Gesù che, a poco a poco, in una sorta di continuo contrasto tra gloria e debolezza, ha svelato non semplicemente di essere Figlio, ma il modo inatteso e sconcertante di esserlo. È questo lo spazio del cammino di Maria e del discepolo di ogni tempo.

Le cose del Padre, sono — d’ora in poi — “altrove”.

Altri diciotto anni di silenzio sarebbero trascorsi da quella Pasqua — e solo questa interruzione profetica al centro —, di silenzio appreso vivendo nel nascondimento, sotto la custodia paterna di Giuseppe. Trent’anni di obbedienza, come ogni comune figlio d’uomo, per disporsi alla “necessità” ultima: la croce.

* Monaca di Viboldone

di Maria Ignazia Angelini, osb*