· Città del Vaticano ·

Uscire dalla paralisi

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16 dicembre 2021

Di solito, tra cattolici non si usa venire subito al punto. Specialmente i problemi, i fallimenti e i potenziali conflitti sono evocati con acrobazie di premesse e precisazioni. Non mi era mai capitato di leggere, da parte di un vescovo italiano, una dichiarazione d’impotenza tanto diretta: «È forse successo come se avessero cambiato lo scarto tra i binari di un treno. Hanno posato rotaie a distanza maggiore: il treno può essere più veloce e la corsa più sicura. Questo però comporta che tutte le carrozze finora usate non servono più, non possono più circolare. Sono belle, sono solide, sono state molto utili: adesso sono in museo. La Chiesa, esperta di umanità, sembra non possa dire più niente sull’uomo, sulla donna, sulla loro relazione, sulla convivenza nella società e sulla sua organizzazione, niente che sia di qualche utilità». Sono affermazioni clamorose, che ne seguono altre, se possibile più esplicite.

All’inizio del triennio sinodale, conviene alla Chiesa universale misurarsi col fatto che la guida di una grande diocesi, in un Paese che si voleva non avesse rotto con le proprie radici, confessi pubblicamente: «È questo il tempo in cui il vescovo si sente sempre a disagio quando gli è chiesta una parola. Infatti, il vescovo porta con sé un patrimonio incalcolabile di riflessioni, di proposte, di opere realizzate, di imprese gloriose e di imprese fallimentari. Un patrimonio incalcolabile. Ma a chi interessa? A che cosa serve?». È bene anche non lasciarsi sfuggire una chiosa, messa nero su bianco nel medesimo contesto: «Lo sviluppo delle discipline scientifiche percorre vie che risultano inaccessibili all’insegnamento secolare della Chiesa». Percezione di non poco conto, specie se accostata al diverso sentire di un altro ecclesiastico di prim’ordine, interrogato nei giorni scorsi sui rapporti tra fede e scienza: «Parto da una testimonianza personale: di solito, ed è drammatico, quando vado a celebrare nelle chiese vedo che l’80/90 per cento dei presenti sono vecchi, al massimo di mezz’età. Quando faccio le conferenze sulla Bibbia siamo più o meno lì. Quando invece partecipo a dialoghi su fede e scienza si ha l’inverso: l’80 per cento sono giovani. Forse vengono per vedere la difficoltà della Chiesa di fronte alla scienza, ma proprio per questo noi lavoriamo molto su tematiche scientifiche quali la flessibilità del Dna, le neuroscienze, l’intelligenza artificiale. Possiamo contribuire sollevando i problemi che lo scienziato comunemente non si pone e per esempio chiedere: quando si è finito di analizzare l’umano con i suoi cento miliardi di neuroni, dobbiamo poi proprio buttare via tutto il resto, come la libertà, il simbolo, l’anima, la religione, l’arte? E che dire dell’intelligenza artificiale, in particolare di quella strong, che suppone che la macchina possa avere autocoscienza? Sono questioni che, se impostate bene, non fanno ridere gli scienziati seri, anzi». La fatica ecclesiale non è qui negata, ma si accompagna alla familiarità con qualcosa che già nasce. A che punto siamo, dunque?

Il nodo del rapporto fra Chiesa e mondo contemporaneo appare irrisolto, nonostante il concilio Vaticano ii . Se la vocazione e il ministero così specifici del cardinale Ravasi, seconda fra le due voci citate, lasciano intravedere un intreccio fecondo e originario tra fede e cultura, le parole del primo rappresentano lo scacco matto della maggioranza, l’imbarazzo diffuso nell’episcopato per un patrimonio di fede e di opere avvertito come pesante e inservibile. Ne vengono afasia o improvvisazione, un’oscillazione tra il suo «ma a chi interessa, a che cosa serve?» e modalità di proporsi in cornici, spesso giovanilistiche, fuori luogo e fuori corso. È come se proprio quell’incalcolabile tesoro «di riflessioni, di proposte, di opere realizzate, di imprese gloriose e di imprese fallimentari» non fosse più conosciuto, abitato, interiorizzato da chi ne è il custode: il problema di amministrarlo, di difenderlo, di possederlo ha soverchiato la gioia di nutrirsene e la libertà di condividerlo. Sì, perché di una libertà, più che di una capacità, si è sempre trattato quando il Vangelo è stato riconosciuto per quel che è: dynamis, potenza. Nelle parole di Ravasi è evidente un movimento estroverso, paralizzato invece nel disagio di amministrare carrozze solide, belle, un tempo utili, ma ora adatte a un museo. In realtà, nella recezione del concilio Vaticano ii , è come se oggi si fosse reso più chiaro un problema presente sin dall’inizio e a lungo rimasto sottotraccia. Le due voci che abbiamo posto in tensione lo manifestano nella drammaticità dei suoi esiti: Chiesa e mondo contemporaneo sono pensabili separatamente? Sono realtà solo distinte o fra loro estranee? Al di là di quanto nei documenti del Concilio e dei successivi pontefici è stato scritto, infatti, la disabitudine a riconoscere in sé stessi una cultura, a vestirne i panni, a essere presenti alla vita dei propri contemporanei, continua a prevalere nell’assumere incarichi ecclesiastici e nel condurre un lavoro teologico.

Questa resistenza ad appartenere al proprio tempo, sentendosene attraversati e nutriti, rende tuttavia infecondo e impossibile il rapporto con la Tradizione. Infatti, quanto nella Chiesa è mistero, divino ed escatologico, per la logica intrinseca all’incarnazione non sussiste prima e altrove rispetto alle realtà temporali. Se in esse il concilio vide impegnati attivamente i laici, certo non concepì assenti con lo studio, l’attenzione, l’ascolto, la curiosità di capire e di interrogare i pastori. Non esistono due mondi, ma uno solo: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et spes, 1). Se questo avvenisse, se fosse vero, non saremmo già oggi impegnati in molte nuove imprese? Non godremmo, come i primi cristiani, della simpatia — se non di tutti — almeno di molti? Ai vescovi non sarebbe riconosciuta una leadership spirituale ben oltre i confini confessionali? Che forza propulsiva e ridistributiva ci verrebbe dai beni che ci consumiamo ad amministrare, privi di sogni? Quanto respiro ci ha tolto il fantasma dell’errore, quante risposte ci ha sottratto l’ossessione del controllo? E come è potuto avvenire che, abbandonati i manuali di una neoscolastica ripetitiva e decadente, ci troviamo con una teologia asfittica, in molti casi illeggibile, chiusa all’interno di facoltà che abbiamo estraniato e immunizzato dall’universo accademico, sottratte preventivamente alla interdisciplinarità propria dell’università?

Non un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca: sei anni sono passati dal discorso di Firenze di Papa Francesco e che cosa è cambiato nella nostra agenda? Ci è stato chiesto il coraggio di una verifica onesta. Ebbene, quanto del nostro disagio è colpevole? Abbiamo laiche e laici sufficientemente schietti nell’accompagnare e nello stanare i propri pastori? Il “popolo” di cui parla il Papa dov’è? Esiste? Ne siamo parte? Si auto-rappresenta come popolo? E da chi è composto, secondo noi? Con coraggio e non pochi riferimenti al concreto, don Manuel Belli ha proposto su queste colonne, il 28 ottobre scorso, alcune obiezioni realistiche alle proposte di riforma dei seminari condivise recentemente dall’arcivescovo Erio Castellucci: «L’idea sottesa è che la vita in parrocchia permetterebbe di vivere “una quotidiana relazione col mondo dei laici”. Mi si consenta di formulare in modo brutale la domanda: ma sono più in crisi i seminari o le parrocchie? […] Chiaramente se pensiamo alla parrocchia come territorio, allora è sicuramente un luogo di incontro con il complesso. Ma non penserei la stessa cosa degli ambienti parrocchiali». Di qui la suggestione di un ribaltamento di approccio che veda i seminaristi gomito a gomito nell’impegno quotidiano con battezzati e non battezzati all’interno di contesti permeabili e plurali. Possono divenire tali le istituzioni cattoliche, così come rivelarsi luoghi di trasformazione personale e di crescita nello Spirito ambienti fuori dal dominio ecclesiastico. “Uscire” — verbo chiave del pontificato — diviene condizione di vita intellettuale e spirituale, disposizione a un esodo senza il quale persino il più glorioso passato diviene terra di oppressione e di schiavitù.

Il punto è teologico: Dio si rivela o no? Può non aver nulla da dire chi lo ascolta? Chiamiamo Rivelazione una faccenda chiusa e da trasmettere intatta — per poi lamentare che “non interessa” — o un processo salvifico in corso, di cui le Scritture sono il canone, la misura, la mappa? La formula “Cristo è risorto” che cosa implica nelle nostre aspettative? Dove riteniamo che il Vivente ci attenda? Il cambiamento climatico, le diseguaglianze crescenti, le questioni di genere, le migrazioni, la frantumazione del mondo — per nominare qualche sfida — sono un’agenda diabolica o semplicemente la Galilea in cui dirigerci e tornare discepoli? Il concilio Vaticano ii ha intravisto e preparato quanto sta solo iniziando ad avvenire. Richiede un impegno improrogabile. Il sensus fidei fidelium appare al momento più avanti della teologia e della gerarchia. Il punto è però come ciascuno intenderà esserci, che cosa vorrà fare dell’unica vita che ha, al servizio di quale padrone intenderà spendersi. L’onestà è importante. Dove non si è più capiti e non si capisce la lingua altrui, lì è Babele. Se ne diventa abitanti coltivando un senso di grandezza da cui la realtà puntualmente scalza. Il cammino della Chiesa inizia invece a Gerusalemme, dove a Pentecoste chi ascolta coglie la propria lingua nativa. Valga la sorprendente descrizione che il cardinale Ravasi fa dell’unico Maestro: «La mia convinzione è che egli fosse una figura simile a una spugna, uno di quelli che riescono a filtrare e a comprendere percorsi diversi, un uomo molto sensibile alle atmosfere e per questo capace di conoscere con precisione le tipologie fondamentali del suo mondo, entrando però anche in polemica con esse, il che dimostra che era non solo recettivo ma anche creativo. Anzi, io direi che proprio questa era la sua grandezza». Così il Cristo. Si tratta, seguendolo, di assumerne la divina libertà.

di Sergio Massironi