· Città del Vaticano ·

La dimensione della responsabilità

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16 dicembre 2021

Se c’è una data che forse sottolinea, anche visivamente, più di ogni altra la sintonia non comune tra Papa Francesco e Sergio Mattarella è il 27 marzo 2020. Quel giorno a distanza di una manciata di ore, il Pontefice e il Presidente prendevano parola nell’ora più buia della pandemia quella segnata dalla paura e dalla lacerante incertezza sul futuro, alle prese con un nemico “invisibile” e del tutto inatteso. Il Papa nella piazza San Pietro vuota e bagnata dalla pioggia. Il Presidente, poco dopo, parlando dal Quirinale, “la Casa degli italiani”, testimoniavano innanzitutto la dimensione della responsabilità verso la propria comunità: i fedeli, il primo; i concittadini, il secondo. Entrambi, partendo da due prospettive diverse, arrivavano alla medesima conclusione: solo riconoscendo l’appartenenza alla comune fraternità, solamente riscoprendo il valore della solidarietà si sarebbe potuti uscire, e uscire “migliori”, da questa crisi.

Sergio Mattarella e Jorge Mario Bergoglio si sono incontrati in numerose occasioni nel settennato del Presidente che volge al termine, confermando e consolidando una tradizione che dimostra il rapporto speciale che esiste tra la Santa Sede e l’Italia. Particolarmente significative — anche per il contenuto dei discorsi pronunciati — sono state la visita di Stato in Vaticano, il 18 aprile del 2015, dunque solo due mesi dopo l’elezione alla Presidenza della Repubblica. E quella al Quirinale, da parte di Papa Francesco, il 10 giugno del 2017. In questi anni, molti osservatori — sia in ambito cattolico che laico — hanno rilevato giustamente l’identità di vedute tra le due personalità. Una sintonia che cresceva tanto più si facevano urgenti le sfide del nostro tempo: dalla giustizia sociale al fenomeno migratorio, dalla questione ecologica appunto alla drammatica condizione in cui ci troviamo immersi a causa del covid-19. Per il Presidente, il Magistero di Francesco, pur essendo rivolto alla realtà universale della Chiesa cattolica, ha interpellato al tempo stesso in modo fecondo la realtà sociale, economica e politica italiana. Dal canto suo, il Papa ha trovato nel Presidente l’interprete di una “laicità positiva” (per riprendere una formula cara a Benedetto xvi ), che nella distinzione dei ruoli e nel rispetto delle reciproche funzioni, sottolinea la necessità di una rinnovata collaborazione tra Stato e Chiesa, tra Italia e Santa Sede per il bene comune di tutti i cittadini.

In un tempo segnato da tante difficoltà, amplificate dalla pandemia, gli italiani hanno dunque riconosciuto nel Papa e nel Presidente dei punti di riferimento saldi, credibili e capaci di infondere speranza nonostante la pagina triste della storia che stiamo vivendo. Soprattutto, hanno trovato in loro una sincera e profonda partecipazione alle sofferenze, alle fatiche come pure ai sogni delle persone e delle comunità. Un’empatia di cui c’era e c’è particolarmente bisogno in questo momento storico. E che si è espressa, per certi versi in modo sorprendente, in special modo nel dialogo intergenerazionale. Il Papa e il Presidente, due ultra ottantenni, si sono fatti capire con naturalezza dai più giovani, che hanno spesso mostrato di essere pronti a rispondere a quel richiamo a valori, spirituali e civili, che Jorge Mario Bergoglio e Sergio Mattarella incarnano in modo esemplare. Un segno di speranza che, assieme al senso di responsabilità, rappresenta un’eredità duratura a cui potremo attingere ancora a lungo.

di Alessandro Gisotti