· Città del Vaticano ·

Tempo di brace, non di cenere

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10 dicembre 2021

Per alcuni è un rassegnato passaggio verso anni di decadimento fisico, inoperosità forzata e solitudine. Per altri una lontana minaccia da sfuggire con l’aiuto di pratiche salutistiche e attività appaganti. Comunque la si viva, la vecchiaia spesso fa paura o porta con sé la malinconia del tramonto. Eppure, è diventata un tempo importante dell’esistenza, ben più lungo di quanto era fino a pochi decenni fa, e si presenta, in mancanza di modelli, come un’età da inventare.

Monsignor Vincenzo Paglia, attualmente, presiede una commissione, istituita dal ministro della Salute italiano Roberto Speranza, per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana. Nelle pagine di questo libro, L’età da inventare (Segrate, Edizioni Piemme, 2021, pagine 240, euro 17.50), propone una visione penetrante e innovativa della vecchiaia. Un periodo libero dalla tirannia della produttività e disponibile per edificare legami, momenti di ascolto delle proprie domande e di quelle degli altri. Anni scanditi non più dal calendario degli impegni ma dal tempo degli affetti, della riflessione, del contributo. I vecchi insegnano la bellezza di trasmettere e prendersi cura della vita e quando, col corpo indebolito e la mente confusa, diventano faticosi e difficili da amare, ci ricordano che la fragilità è una condizione comune a tutti e l’autosufficienza una sciocca illusione.

Questa consapevolezza della dipendenza come radicale bisogno umano è il grande dono della vecchiaia alle generazioni più giovani. Ed è, al tempo stesso, l'orizzonte spirituale che permette di dare senso al ciclo della vita, di proiettare le proprie speranze nel futuro di cui si sono gettati i semi e, infine, di sentire la vecchiaia stessa come un compimento, una destinazione verso l’Eterno.

Insomma, come emerge dal titolo del secondo capitolo del libro, la vecchiaia è tempo di brace. Non di cenere. Tutto il contrario di quanto s’intende oggi. Si continua a ragionare come se la vecchiaia fosse quella di altri tempi. Ma, in realtà, rispetto agli anziani di ieri, gli anziani di oggi hanno molte più risorse. Eppure, tutto ciò non emerge. Non si tratta solamente di aumentare o diminuire la durata della vita. Si tratta di programmare, dopo la pensione, un’altra vita. Non si dovrebbe sentire la responsabilità di delineare una nuova visione per invecchiare in maniera degna? Non esiste l’orgoglio dell’invecchiare bene? Quanti, pur di fuggire da questa prospettiva, si credono più giovani di quanto sono realmente! E non può essere altrimenti, se la società spinge gli anziani a negare la propria condizione.

«Le cifre confermavano che gli anziani sono la parte debole della società. Ovunque erano di troppo, nelle terapie intensive e persino nei cimiteri. Era urgente uno scatto di intelligenza, di passione, di comprensione di quanto stava accadendo», si legge nelle pagine introduttive del libro.

Lo scatto di cui parla Vincenzo Paglia emerge chiaramente dai titoli di alcuni capitoli. «La vecchiaia: il nostro futuro», o «l’alleanza fra generazioni». Sì, perché in questo libro le generazioni s’incontrano, talvolta si scontrano, ma si riconoscono. E, infine, si alleano. Dove? «Verso il compimento», come recita il titolo del settimo capitolo. Della persona intesa come tale. Non del giovane, dell’adulto o dell’anziano. Ma dell’essere umano. Anche quando, negli ultimi anni della vita, le forze fisiche sembrano venire meno. Perché, come scrive Vincenzo Paglia, è questo «il momento in cui fare spazio all’altro, il tempo in cui far diminuire l’io e farsi abitare dal noi».

L’obiettivo è di «inventare la vecchiaia». Se non si è in grado di cogliere il senso umano, sociale e spirituale di questo nuovo tempo, gli ultimi anni rischiano di essere estranei alla vita.