· Città del Vaticano ·

Forum: Che cosa significa essere vecchi?
La vecchiaia resta ancora oggi una “terra incognita” per la politica, la società e la Chiesa stessa

Le tante sfide di un’età
da inventare

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
10 dicembre 2021

 

Che cosa significa essere vecchi? Come affrontare i temi che inevitabilmente sono connessi alla vecchiaia, come la sofferenza, l’indebolimento, l’esclusione sociale? La vecchiaia sembra essere il grande dimenticato, il rimosso del nostro tempo. È la contraddizione di una società che ci fa vivere sempre di più, ma allo stesso tempo non ha una visione sugli anziani, non riesce a proporre soluzioni, un piano. Questa contraddizione è stata al centro del dibattito, tenutosi il 26 novembre scorso, al quale hanno partecipato Monsignor Vincenzo Paglia (presidente della Pontificia Accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo ii), Alessandro Gisotti (vice-direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione), Roberto Cetera («L’Osservatore Romano»), Rossella Barzotti (psicologa, Pontificia Università Lateranense), Cecilia Costa (sociologa, Roma Tre e Lateranense), don Armando Matteo (Pontificia Università Urbaniana di Roma) e Leonardo Palombi (Ordinario di Igiene, epidemiologia e sanità pubblica, Università Tor Vergata di Roma), oltre ad Andrea Monda, direttore del nostro giornale. Pubblichiamo stralci del dibattito. 
 

Roberto Cetera : Quando si entra nella terza età? Questo è un grande punto interrogativo, oggi, perché sul tema c’è poca chiarezza. In un recente sondaggio, a questa domanda, molti intervistati hanno risposto dicendo “a 83 anni”. Con il piccolo particolare che, attualmente, l’aspettativa di vita media in Italia è 82 anni e 6 mesi. Insomma, si invecchia sei mesi dopo che si è morti! Perciò inizierei con una domanda che mi sembra la più ovvia: chi sono i vecchi?

 

Vincenzo Paglia : Premetto dicendo che il più grande nemico della vecchiaia è l’idea che ne abbiamo e l’idea corrente che ne abbiamo è quella dello scarto. Si diventa anziani quasi all’improvviso. Basta qualche momento di defaillance, alcuni problemi che prima non si sentivano, per favorire questa consapevolezza della vecchiaia. C’è una convenzione comune, che è quella di stabilire il periodo della vecchiaia dai 65 anni in su. Non è una definizione, ma una convenzione. Tuttavia, questa convenzione ci dice molto: oggi è come esplosa quasi senza che ce ne accorgessimo — nonostante gli avvertimenti di diverse discipline — una nuova generazione, un nuovo popolo, un nuovo continente che prima non c’era. Prima c’erano gli anziani, ma non c’era la vecchiaia di massa. Parlare oggi in Italia degli ultrasessantacinquenni significa parlare di 13-14 milioni di persone. Noi ultrasettantacinquenni siamo sette milioni. Gli ultraottantenni sono quattro milioni. È come sorto un nuovo continente di cui non sappiamo nulla e questo è il problema cruciale che dobbiamo affrontare. Non pochi studiosi, vedendo questa esplosione, a ragione dicono che la vecchiaia, insieme a quello dell’immigrazione, sarà uno dei temi cruciali del ventunesimo secolo. Per questo è indispensabile porvi un’attenzione particolare, vorrei dire creativa. Di qui il titolo del libro, L’età da inventare. Pensiamo a cosa ci siamo inventati per le età da zero a trent’anni: le scuole materne, le elementari, le medie, ginnasio, liceo, università, specializzazione e oltre. Al contrario, per questi trent’anni di vista in più che ci vengono dati dal progresso e dallo sviluppo della medicina, dell’igiene e della vita sociale, praticamente non c’è niente, salvo qualche piccola eccezione come l’università per la terza età. Il problema diventa ancor più drammatico se poi si tiene presente che molti milioni di anziani saranno affetti da debolezza, fragilità e da disabilità piuttosto consistente. Faccio un solo esempio, tra noi ultrasettantacinquenni ci sono due milioni e settecentomila anziani non autosufficienti. Questo mostra quanto sia indispensabile una riflessione sul tema. Se poi si aggiunge a questo anche una visione globale, da Peter Pan in poi, ci rendiamo conto che oggi per la prima volta nella storia così come noi la conosciamo coesistono quattro generazioni, con tutto il dramma della incomunicabilità tra di loro. Uno squilibrio che se si accentua diventa pericolosissimo. Ecco perché credo che riflettere sul tema della vecchiaia significa avere il coraggio, l’audacia di riempire quella che nelle carte geografiche medievali era chiamata “terra incognita”. Questa è una terra incognita. Incognita per la politica; incognita per l’economia, salvo il dibattito sulle pensioni; incognita per la cultura ordinaria; incognita anche per la Chiesa. La Chiesa non sa bene ancora che cosa dire, anche perché è ben presente nella coscienza dei cattolici il fatto che vecchiaia è sinonimo di debolezza, tanto che per accusare la Chiesa si dice che è una Chiesa di vecchi. Inoltre, abbiamo pensato al sinodo per i giovani e alle giornate per i giovani, ma non abbiamo mai sentito una proposta per un sinodo degli anziani. È un’età che non conta, che non è considerata degna di quell’attenzione di cui invece necessita.

Armando Matteo : Oggi tutto ciò che è fragile, tutto ciò che non conta, deve essere messo da parte. I poveri, ad esempio. In un suo precedente libro, La storia della povertà, Monsignor Paglia evidenziava una forte resistenza nei confronti della povertà. I poveri vengono denigrati, rifiutati. Allo stesso modo, pare che questo fenomeno si stia allargando alla vecchiaia. Ciò emerge chiaramente dall’ultimo libro, L’età da inventare. Nella nostra lingua la categoria degli anziani è sparita. Oggi si parla degli “adultissimi”. Non riusciamo più a pensare in modo positivo alla vecchiaia. E questa percezione ha degli effetti negativi anche sulla famiglia: con la crescita dell’età media, gli adulti avvertono sempre più la necessità di assistere gli anziani e, presi da questo compito, fanno sempre meno figli perché si possono occupare poco di loro. Così, la famiglia entra in crisi. Ed entra in crisi anche la vocazione cattolica perché, come ci mostra la storia, i sacerdoti provengono quasi sempre da famiglie numerose. Dunque, anziani, famiglia e vocazione. È tutto collegato?

 

Vincenzo Paglia : Non c’è dubbio che il tema della crisi delle vocazioni è immediatamente connesso alla crisi della famiglia. In genere le vocazioni nascono da famiglie non numerosissime, ma numerose (tre-quattro figli), che hanno una pratica domenicale tranquilla. Non è difficile in questo contesto — è il mio caso, ma non solo — che uno o due figli decidano di perseguire la via del sacerdozio. Quando ero vescovo di Terni-Narni-Amelia, ragazzi figli unici che avevano manifestato inizialmente una vocazione si sono in seguito tirati indietro a causa della durissima opposizione dei nonni e dei genitori. Questo anche perché la vocazione si incrocia spesso con il tema delle generazioni; il timore di chiudere una generazione, una storia, incide moltissimo sulle vocazioni al sacerdozio. Per di più, questo tema si scontra anche all’interno della Chiesa con una mancanza di riflessione teologica e spirituale sul senso delle generazioni. Trovatemi un prete che legge il primo capitolo di Matteo tutto intero la domenica e lo spiega. Io non credo che ci sia. C’è una urgenza di riflessione a tutto tondo per capire anche questa prospettiva della crisi delle vocazioni, se poi questo si collega non solo al tema dell’infragilimento delle famiglie, ma anche a quello della scarsità delle nascite, noi ci troviamo davvero di fronte a uno squilibrio, un paradosso. Se dovessi immaginare le generazioni come un palazzo, allora l’ultimo sarebbe affollato, il terzo ancora reggerebbe, mentre il primo e il secondo avrebbero una crisi di abitabilità. Dunque, il tema delle generazioni deve tornare ad essere centrale. Sono d’accordo con quello che dicevi a proposito del tema dello scarto, diciamo, del fragile, per cui tutto ciò che è fragile, che non conta, o che crea problemi, deve essere messo da parte. In questo ambito assieme agli anziani ci sono tante altre categorie, come i disabili o gli stessi bambini. Nell’ultimo anno, abbiamo avuto l’esperienza drammatica di una pandemia in cui gli anziani erano già scartati e per questo sono morti; dei disabili nessuno si è reso conto, e così ugualmente dei bambini. Per questo il tema dello scarto è parte assolutamente cruciale del tema.

 

Cecilia Costa : Al centro di questo libro c’è la categoria più importante di tutte: la persona. Non i poveri, gli adulti o i bambini. Ma la persona intesa come tale. Tra i tanti temi c’è quello del dolore, che la cultura contemporanea non elabora e continua a fuggire. C’è il tema dell’assenza di visione. Poi c’è il tema della fede, intesa come speranza, che riempie l’assenza di visione. Io vedo presente anche il tema della libertà perché la vocazione è una risposta a una domanda di amore fatta in libertà. Dunque, la vecchiaia. Quando si inizia ad essere vecchi? Quando non c’è più un progetto. La vecchiaia è non avere un progetto, una visione. Noi viviamo in una società di vecchi — anche i giovani — perché non abbiamo una visione. In questo senso, Monsignor Paglia incoraggia un risveglio di fede per combattere la stasi culturale. Ecco la novità, la proposta di questo libro: curare l’invecchiamento culturale, la stasi sociale. Questa deformazione sta colpendo l’intera società. Anziani e giovani, senza distinzioni. Lo “scarto” non è solo chi è debole e avanti con l’età. Anche un ragazzo può essere uno scarto. Se non rende immediatamente al lavoro, è licenziato. Così emerge il tema dell’efficientismo. Il grande obiettivo della nostra società è cercare di essere sempre produttivi. Di non apparire deboli, ma capaci di tutto. Questo discorso vale anche per la Chiesa che, pur di essere efficiente, veloce, pronta, rischia di non considerare una serie di temi forti. Noi parliamo di “accelerazione storica”. Papa Francesco l’ha definita “la rapidazione”.

 

Alessandro Gisotti : C’è del mistero, in senso propriamente cristiano, nel tema della persona. Penso a Papa Giovanni Paolo ii , ad esempio. Noi qlo abbiamo conosciuto come un Papa “sfolgorante”. Come l’atleta di Dio. Eppure, è stato proprio negli anni della vecchiaia, della debolezza e dell’incapacità di muoversi, che la sua immagine ha raggiunto un altissimo livello di intensità e di empatia verso il prossimo. Negli ultimi anni del suo pontificato, Woytiła è arrivato in modo più potente anche ai giovani. Questo dovrebbe farci riflettere sulla comunicazione. Se da una parte noi effettivamente registriamo un netto diaframma tra giovani e anziani, dall’altra parte ci sorprendiamo di come alcuni anziani sappiano comunicare benissimo ai giovani. Oggi in Italia le figure che riescono più facilmente a comunicare con i giovani sono due anziani: Papa Francesco e il presidente Sergio Mattarella. Due persone capaci veramente di comunicare e lanciare messaggi che vengono recepiti nonostante questa distanza siderale tra generazioni. Com’è possibile questo? Come riescono a parlare a giovani che spesso non sono solo di un’altra generazione ma anche quasi di un’altra epoca? Dunque, come avviene la comunicazione tra due ali della società così apparentemente distanti fisicamente?

 

Vincenzo Paglia : Io parto da Giovanni Paolo ii . Non ricordo se fosse il 1985 o 1986, ma era il giorno degli auguri di Natale e con un gruppetto della Comunità di Sant’Egidio andammo a fare gli auguri al Papa. Con un po’ di ardire e di incoscienza, gli dicemmo: «Padre Santo, lei dice che il futuro del mondo sono i giovani. Noi ci permettiamo di dire che in realtà il futuro dell’Europa e del mondo sono gli anziani, perché cominciano a essere di più». Semmai — aggiungemmo — «il futuro dovrebbe essere quello dell’alleanza tra giovani e anziani». Ricordo che lui ne fu colpito, tantissimo. L’esperienza che avevamo avuto a Sant’Egidio ci spinse a proporgli questa idea. Lui disse: «Questa è un’idea geniale e al prossimo angelus lo dirò». E in effetti lo disse. Da questo punto di vista, nella Chiesa c’è un sesto senso particolare. Voglio ricordare che Giovanni Paolo ii scrisse una bellissima Lettera agli anziani. E Papa Francesco la sta portando alla esaltazione, come già fece da cardinale a Buenos Aires. E lo ha ripreso da Papa sottolineando una prospettiva che a mio avviso era stata un po’ non dimenticata ma messa da parte. Il tema di questa alleanza tra giovani e anziani, o tra nonni e nipoti, ci porta a dire quanto sia importante che la Chiesa prenda consapevolezza di questa grande, grandissima tradizione, che forse è stata dimenticata per essere più efficienti, per organizzare più dinamicamente la vita della diocesi. C’è una sapienza, che è quella della Chiesa che vuole dare voce a tutti e a tutte le generazioni, senza dimenticare nessuno. Durante il concilio e dopo il concilio, con la riforma liturgica, di fatto dimenticammo gli anziani.

 

Leonardo Palombi : A Roma, nell’anno in cui sono stati pubblicati i primi annuari Istat, su una popolazione di circa 400 mila persone, gli anziani erano 15 mila. Oggi gli anziani a Roma sono 600 mila. Questa fascia della popolazione è cresciuta in modo enorme per la prima volta nella storia dell’umanità. Non ci sono mai stati così tanti anziani. Siamo passati dal 3 al 22%. Gli anziani a Roma sono cresciuti trenta volte. Eppure, noi abbiamo una scarsa percezione dell’essere anziani. Stiamo vivendo un’involuzione demografica che si accompagna a un processo d’invecchiamento e di declino. Stiamo perdendo gran parte di questo patrimonio. In Italia, nel solo 2020, sono morte quasi 500 mila persone di 80 anni e oltre. Tuttavia, sembra che non ce ne siamo neanche accorti. Nella nostra società il tabù è la fragilità: parliamo di salute come dipendenza, non-autosufficienza. Il malato è chi non è autosufficiente, chi è debole e non può andare avanti senza aiuto. Ma gli anziani, piuttosto, non sono anche il nostro futuro? In senso individuale, certo, perché tutti invecchieremo. Ma anche in senso sociale. La vecchiaia intesa come la sfida di una società che cambierà. Cosa vuol dire andare in pensione a 65 anni? Non c’è uno spreco di 14 milioni di persone, esperienze, conoscenze, che perdiamo in un’idea del lavoro ormai antiquata? Gli anziani non sono forse una sfida davanti a un’involuzione demografica che ci costringerà a ripopolare i nostri spazi? Insomma, gli anziani non sono una sfida a ripensare la vita?

 

Rossella Barzotti : Questo libro tocca le paure. Quella della morte e della solitudine, ad esempio. Perché uno dei problemi della persona anziana, secondo me, è proprio il voler parlare. “Come facciamo affinché gli anziani si facciano ascoltare?”, ci si domanda spesso. Personalmente, rigirerei questa domanda: gli anziani devono imparare ad ascoltare. La loro potenza dev’essere proiettata nell’ascolto. Soprattutto verso i più giovani, che vogliono e hanno bisogno di essere ascoltati. Allo stesso modo, chi è anziano ha bisogno di ascoltare, di ricevere, di farsi piccolo. Per poi emergere e farsi grande nel trasmettere qualcosa.

 

Vincenzo Paglia : Credo che noi anziani dobbiamo continuare a chiederci come dobbiamo rinascere. Il problema della rinascita, anche ad età avanzata, sorge dall’ascolto. Abramo parte a 75 anni perché ha ascoltato uno che gli diceva qualcosa. Nicodemo chiede perché ascolta. Simeone si prepara a morire dopo che ha visto un bambino. In questo senso ritengo che appunto sia cruciale capire che l’anziano parla anche quando sta in silenzio perché parla con il suo corpo. Ci parla della debolezza che è anche la nostra debolezza, la debolezza di tutti. Esiste un magistero degli anziani. Un vero e proprio magistero, fatto non di parole ma di condizione, di debolezza. Con la sua presenza, l’anziano ricorda a tutti noi che siamo fragili. Questo è il vero circolo ermeneutico, direi. La salute non è essere indipendenti. La salute è dipendere, cioè prendersi cura gli uni degli altri. Questa è la vera salute che diventa poi salvezza. Per questo motivo, se guardiamo a quello che accade nel nostro Parlamento, quando si discute di fine vita o di eutanasia, ci troviamo di fronte a una contraddizione enorme, drammatica. Perché se tutta la debolezza va scartata, allora questo comincia già prima di nascere. Se ragioniamo così, finiremo per scartare tutti e tutto. Non saremo teoricamente contenti fino a quando tutti non saranno eliminati perché tutti, in un modo o nell’altro, sono dipendenti.

 

Cecilia Costa : Lei, Monsignor Paglia, attraverso la Commissione assistenza anziani che presiede, ha un’importanza, un ruolo unico, una legittimità di azione. Un’opportunità culturale, politica e sociale. È qui che lei, al di là del libro, potrebbe fare una doppia azione. Da un lato, ridare dignità non solo agli anziani, ma a persone con esperienza, in grado di dare una svolta. Dall’altro lato, lei può aiutare i fragili, e gli anziani non sono tutti fragili. Occorre ridare un profilo dignitoso alla persona. Uno dei grandi interrogativi di oggi riguarda il modo in cui far convivere esperienza e creatività. Se ci affidiamo solo ai giovani, abbiamo la creatività. Con gli anziani abbiamo solo l’esperienza. Si tratta di far convivere queste due dimensioni. Avvocati, giuristi, medici, professori… non è proprio quando hanno assimilato esperienza ed hanno terminato il loro lavoro che queste persone possono dare qualcosa alla società? Si è parlato tanto di “rottamazione”, ma non bisogna forse considerare il problema da un altro punto di vista.

 

Armando Matteo : Un aspetto che non dev’essere trascurato è quello dell’economia e la forza che essa stessa ha grazie alla psicologia. La pubblicità, ad esempio, ci fa capire una cosa: essere una donna anziana, oggi, è la cosa peggiore di questo mondo. Il linguaggio pubblicitario non è più un linguaggio tecnico della bellezza, ma della salute. Le creme per la pelle “rimpolpano”, “ristrutturano”, “combattono il cedimento cutaneo”… insomma, la vecchiaia è una catastrofe! La stessa logica si impone nel mondo della moda, che è ageless.

 

Vincenzo Paglia : In effetti c’è un’occasione straordinaria. Quando sono andato dal ministro Speranza a dirgli che quello che accadeva agli anziani non era casuale, ma era il frutto di una contraddizione, di una società che ci fa vivere di più ma non ci sa mantenere, lui mi disse che non aveva bisogno di tecnici, ma di una visione. Ho deciso di accettare l’incarico a capo della Commissione assistenza anziani perché sentivo la responsabilità di credente di fronte alla tragedia di un mondo di anziani che veniva rottamato. Questo tema è sanitario, culturale, estetico ed economico. Nei lavori della Commissione abbiamo svolto anzitutto una grande ri-organizzazione dei servizi, partendo da un principio preciso: far restare a casa gli anziani, sempre. Se c’è qualche eccezione, la si prenda in considerazione, ma quella deve essere la linea generale. Nelle Residenze Sanitarie per Anziani (Rsa) ci sono “solo” 280.000 persone; il 90% di anziani non autosufficienti sono fuori dalle Rsa e ad essi nessuno pensa. Ora, se questo 90% viene istituzionalizzato nella maniera abituale, il bilancio dello Stato salta, nel senso che la spesa sanitaria diventerebbe insostenibile. Quello che noi vogliamo dimostrare è che se gli anziani vengono aiutati a casa, lo Stato risparmia miliardi. Certo, occorre un grande sforzo di ri-organizzazione. Nel piano che abbiamo preparato, ad esempio, prevediamo l’assunzione di 100.000 nuovi operatori socio-sanitari specializzati per gli anziani, per permettere appunto che gli anziani possano restare a casa. Perché, ad esempio, i malati di Alzheimer debbano essere rinchiusi come in una cittadella dei matti? Non possiamo istituire, invece, centri diurni per la cura e l’assistenza degli anziani malati di Alzheimer? Progetti di questo tipo possono aiutare l’economia. Questo è un punto importante: abbiamo bisogno di una rivoluzione a tutto tondo. Dobbiamo ricostruire il tessuto di amicizia intorno agli anziani. È fondamentale ricostruire le infrastrutture relazionali. Dobbiamo ridare vita alle relazioni.

 

Leonardo Palombi : A proposito di economia, vorrei soffermarmi nuovamente su alcuni dati significativi che sono stati costruiti dall’Istat e dalla Commissione assistenza anziani. Noi spendiamo 12 miliardi di euro all’anno per 280 mila anziani nelle Rsa. E spendiamo 2 miliardi di euro scarsi all’anno per i 2 milioni di anziani che vivono a casa con gravi difficoltà motorie. È uno squilibrio spaventoso. Ancor più se si pensa che, in Italia, 500 mila anziani vivono in case che non hanno l’ascensore dalla seconda scala in poi; 458 mila anziani vivono, da soli o insieme ad un altro coniuge anziano, con meno di 700 euro al mese. Hannah Arendt diceva che «la solitudine è non avere un posto nella società». Ecco, con il sistema sociale in cui viviamo oggi, gli anziani non hanno un posto nella società. Sono soli. Ma li rendiamo soli, attraverso un sistema miope. Eppure, gli anziani hanno voglia di fare, studiare, vivere. In questa logica, reinventare l’età anziana significa fare della vecchiaia l’età della libertà, della gratuità, della generosità. Tutto ciò, in parte, già avviene. Gli anziani, oggi, rappresentano 200 miliardi di consumi in Italia. Si pensi all’aiuto, anche economico, che danno alle famiglie e ai loro nipoti. Dunque, come si fa ad alimentare e migliorare tutto ciò? Molti anziani, ad esempio, vivono nei paesini, fuori dalle città, dove ci sono però pochi servizi. Non si potrebbe pensare di popolare di servizi queste aree del Paese? Creare lavoro per i giovani, combattere lo spopolamento e l’abbandono del territorio, aiutare gli anziani a vivere meglio. Le politiche per gli anziani potrebbero diventare le politiche per il Paese.

 

Roberto Cetera : Anche il mondo della psicologia sembra essere latitante nei confronti degli anziani. C’è un’incapacità tecnico-scientifica, data dalla psiche degli anziani, difficilmente manovrabile, o c’è un disinteresse da e verso questa categoria?

 

Rossella Barzotti : Da psicologa, posso dire che c’è un’età in cui alcuni processi cognitivi si cristallizzano. Perciò è molto difficile lavorare su un anziano che, per anni, è sempre stato abituato a vivere in un certo modo. Un po’ come proporgli il cambio casa. È difficile convincerlo ad abbondare un certo habitat. Lo stesso processo avviene a livello cognitivo. Certo, anche l’attenzione esagerata nei confronti dei giovani, di cui parla Monsignor Paglia nel libro, alimenta un impoverimento dell’attenzione verso gli anziani.

 

Roberto Cetera : E per la Chiesa, se fosse inventata una Commissione ad hoc per gli anziani, quali sarebbero le indicazioni pratiche da seguire? Perché certamente gli anziani costituiscono il volume della Chiesa, coltivano le tradizioni e frequentano assiduamente le messe. Ma, per socializzare, gli anziani non vanno in parrocchia. Vanno al centro anziani.

 

Vincenzo Paglia : C’è un problema: quello del rapporto tra molte diocesi e le Rsa. Io però vorrei esortare tutti a riscoprire il valore dell’età anziana e a riconvertire le strutture assistenziali che sono state create in un tempo in cui era decisivo crearle, così come esistevano gli orfanotrofi. Oggi gli orfanotrofi non esistono più, mentre le case per gli anziani esistono ancora. E non considero le case per anziani abusive, che sono una delle tragedie più gravi di questo momento; in esse moltissimi anziani sono sedati, chiusi nelle stanze, in condizioni terribili. Chiedo quindi uno scatto di creatività, anche spirituale. Mi permetto anche di evocare una dimensione che oggi non abbiamo trattato, ossia la dimensione della destinazione, del futuro. La mancanza di attenzione alla destinazione è oggi uno dei peccati più gravi della Chiesa. Quando von Balthasar diceva che il cantiere dell’escatologia è un cantiere chiuso aveva ragione. Non c’è l’oltre, dobbiamo recuperare la riflessione sulla dimensione nell’oltre perché questa dà senso a tutte le generazioni. Abbiamo dimenticato che cosa vuol dire la Risurrezione della carne. Perché non recuperiamo il linguaggio evangelico del Regno come un banchetto, una festa? Perché non dire che ci rivedremo e che ci riabbracceremo? Oggi invece anche i preti hanno paura di dire che moriremo.

 

Roberto Cetera : Ma lei ai parroci che cosa direbbe?

 

Vincenzo Paglia : Credo che i parroci abbiamo una opportunità enorme anche per il numero di anziani che hanno nelle loro parrocchie. Sono convinto che ripartire dalla spiritualità e dall’attenzione agli anziani può aiutare a migliorare tutto il resto. La mia esperienza è stata anche questa. I giovani devono incontrarsi con gli anziani per capire il senso stesso della vita e dell’indebolimento. E ancora oggi, in un mondo chiuso all’interno delle bolle virtuali, l’incontro con gli anziani può essere decisivo.