· Città del Vaticano ·

Intervista con la figlia del premio Nobel per la Pace

Vi racconto mio padre Nelson Mandela

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09 dicembre 2021

«Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso». A quasi un decennio dalla morte, avvenuta il 5 dicembre 2013, Nelson Mandela continua a ispirare milioni di persone in tutto il mondo nell’impegno non-violento contro ogni forma di razzismo. Il premio Nobel per la pace è ancora oggi punto di riferimento ben oltre i confini del Sud Africa. D’altro canto, come dimostra il “ritorno” di fenomeni di xenofobia e razzismo in molte aree del pianeta, la lotta per l’eguaglianza continua ad essere quanto mai urgente. Tra coloro che camminano sulle orme del leader sudafricano c’è la figlia, Makaziwe Mandela, impegnata in diverse associazioni benefiche, fondatrice e presidente della “House of Mandela”, azienda che attraverso capi di abbigliamento — in particolare per i giovani — porta avanti il messaggio antirazzista di suo padre. In questa intervista con i media vaticani, Makaziwe si sofferma sulla personalità di Nelson Mandela, sull’attualità del suo impegno sociale e sull’importanza dell’educazione per sconfiggere quei pregiudizi che ancora avvelenano i rapporti tra le persone e i popoli.

A quasi dieci anni dalla sua morte suo padre è ancora una figura straordinariamente popolare in tutto il mondo. Perché, secondo lei, oggi la sua eredità è ancora tanto importante?

Mio padre era un uomo di coraggio e di visione. Credeva veramente nella forza dell’unità e che se le persone di tutto il mondo si fossero unite avrebbero assestato un forte colpo a qualsiasi forma di ingiustizia. Era davvero sincero in quel che credeva e c’erano dei valori centrali che plasmavano la sua vita: umiltà, perseveranza, onestà e perdono. Mio padre è cresciuto in un ambiente in cui tutti potevano esprimere liberamente e senza temere punizioni le loro opinioni, in cui i leader fossero i pastori e i custodi del loro popolo, dei suoi diritti e delle sue libertà. Ha preso molto sul serio la responsabilità di essere un leader e ha incoraggiato attivamente forme di pensiero differenti. Una delle tante cose che ha insegnato, che è importante nel nostro mondo, è che possiamo scegliere come vogliamo vivere la nostra vita; a tutti noi accadono cose buone e cose cattive, ma siamo anche permeati della responsabilità di combattere contro tutte le forme di ingiustizia, pregiudizio, crudeltà e violenza nella nostra società. Lui non ha combattuto solo per la libertà della gente nera, ma anche per la libertà di tutti i sudafricani.

Purtroppo ogni giorno ci troviamo di fronte a razzismo e a discriminazioni in molte parti del mondo. Secondo lei, che cosa farebbe oggi Nelson Mandela dinanzi a questo male che sembra essere così radicato nella storia umana?

Durante il processo di Rivonia mio padre disse che aveva combattuto contro la dominazione bianca, ma anche contro la dominazione nera. Riteneva che nessuna razza fosse superiore a un’altra, che, di fatto, geneticamente parlando non ci fossero razze, che ci fosse un’unica razza, quella umana. Mio padre giudicava le persone solo in base al loro carattere e ai loro valori. Sarebbe deluso da ciò che accade oggi: l’insorgere dell’estrema destra in politica e come il razzismo, le guerre culturali e l’arroganza, l’etnicità, la paura, il tribalismo, la violenza di genere, l’intolleranza religiosa vengano trasformati in armi e utilizzati per destabilizzare l’intero mondo democratico. Ricorderebbe a tutti noi che le nostre libertà faticosamente conquistate non sono giunte senza sacrificio, che ci sono persone che hanno dato la propria vita affinché potessimo tutti avere accesso a uguali diritti. Mio padre riteneva che tutte quelle cose erano fatte dall’uomo e che, essendo così, potevamo anche disfarcene. Si dice che re Ngubengcuka, antenato di mio padre, abbia formato la nazione Thembu unendo diversi gruppi; persone che cercavano rifugio, persone sfollate in cerca di una casa. La nazione Thembu essenzialmente era costituita da persone con cammini di vita diversi che credevano in un’unica idea. Pertanto, la nostra famiglia è profondamente permeata da questa “nazione della diversità”, che viene trasmessa da una generazione all’altra, abbracciando diverse persone e diverse idee. Mio padre riteneva che il mantenimento dello status quo fosse nemico del progresso e che dovevamo crescere ed evolverci come popolo. Vedrebbe quel che accade oggi come un deludente passo indietro che ci riporta ai tempi bui.

Suo padre diceva che “l’istruzione è l’arma più potente per cambiare il mondo”. Che cosa pensa lei a riguardo, basandosi anche sulla sua esperienza personale?

Mio padre non parlava solo dell’istruzione formale tradizionale. Riteneva che le persone potessero educarsi attraverso i libri, che potessero viaggiare per lungo e per largo con i libri, che potessero conoscere altre culture, che potessero davvero comprendere come vive l’altra gente. Che il fine di andare a scuola non fosse soltanto quello di imparare ciò che c’è in un libro, ma anche di imparare a trattare e ad andare d’accordo con gli altri, il contatto con altre razze, altre culture — che l’istruzione potesse liberarti dall’ignoranza. Credeva che l’educazione fosse la base delle relazioni umane — tu impari qualcosa di me e io imparo qualcosa di te e scopriamo che abbiamo cose in comune. Credeva che una volta stabiliti questi aspetti comuni, la razza non avrebbe più avuto importanza. Il covid-19 ha messo in evidenza che la superiorità razziale in realtà non trova posto nella nostra società perché il covid è un grande livellatore: non gli importa se sei ricco o povero, nero o bianco, istruito o non. E anche che dobbiamo davvero risvegliarci al fatto che al di là di “re colore” c’è molto poco a separarci e che siamo tutti dotati dei diritti inalienabili di esistere in questo mondo, di avere gli stessi privilegi dei nostri vicini, neri o bianchi.

Quando è morto suo padre, Papa Francesco ha espresso la speranza che il suo esempio potesse ispirare generazioni di sudafricani «a mettere la giustizia e il bene comune davanti alle loro aspirazioni politiche». Quanto le nuove generazioni africane — non solo quelle in Sud Africa — sono ancora ispirate da Nelson Mandela?

Molte persone prima credevano che la giovane generazione dei “Millennials” qui in Sud Africa e in tutto il mondo fosse perduta, ma il movimento Black Lives Matter e altri movimenti per la giustizia sociale hanno dimostrato che sono ben presenti e consapevoli di ciò che accade intorno a loro e pronti a combattere contro l’insorgere del razzismo, la disuguaglianza, la povertà e la violenza di genere. Si tratta di giovani di tutte le razze e di tutti i cammini di vita, che chiedono conto ai politici e ricordano loro che sono responsabili anzitutto verso le persone e non verso la loro vanità; ciò davvero mi incoraggia e mi fa sperare che non tutto sia perduto in questo mondo. Se si guarda all’Africa, i giovani non stanno aspettando sussidi dai loro governi, ma presentando nuove soluzioni innovative riguardanti l’acqua e i servizi igienici, la sicurezza alimentare, l’istruzione, l’energia e l’elettricità, nonché modi per combattere il cambiamento climatico. Questi giovani sono davvero coscienziosi per quanto riguarda il migliorare non solo la loro vita, ma anche quella delle loro comunità e dei loro connazionali. Mio padre ha sempre creduto che la carità iniziasse a casa propria, dalle persone vicine o dalla propria comunità, se si vuole.

Papa Francesco, proprio come Nelson Mandela, ha sempre evidenziato il valore della non-violenza come forza di cambiamento. Come può essere promosso oggi questo valore, specialmente tra le generazioni più giovani?

Dobbiamo evidenziare che il nostro cammino in questo mondo serve a curare le ferite che ci circondano e che anche noi portiamo. Mio padre ha compreso che se non avesse lasciato perdere la rabbia e l’amarezza quando è uscito dal carcere, avrebbe continuato a stare in prigione da uomo libero. Dobbiamo imparare ad amare quanti sono diversi da noi dal punto di vista etnico, culturale, per unire le persone al di là dei confini razziali, politici ed economici. Dobbiamo costruire ponti, specialmente quelli che ci uniscono nella lotta contro la malattia, la povertà e la fame. Abbiamo tutte le soluzioni proprio davanti a noi, ma per qualche ragione chi detiene il potere si rifiuta di metterle in atto, cosa che a volte trovo sconcertante e frustrante. Oggi dobbiamo davvero ricordare l’indivisibilità della libertà umana e che la nostra libertà non può essere completa senza la libertà altrui.

Personalmente, qual è l’insegnamento più grande, più importante, che ha ricevuto da suo padre e che è stato più significativo nella sua vita?

Che nessuno nasce odiando un altro per via del colore della pelle, della cultura o della fede religiosa — ci viene insegnato a odiare, e se ci viene insegnato a odiare, è possibile anche insegnarci ad amare, perché l’amore viene naturale allo spirito umano. Da parte mia, ogni giorno mi sforzo coscientemente di trattare le persone con rispetto, dignità e compassione. Mio padre ha sempre trattato tutti allo stesso modo; che fosse la regina o lo spazzino, davvero pensava che tutti gli esseri umani fossero uguali. Applico quello stesso valore a ogni cosa che faccio nella vita.

di Alessandro Gisotti