· Città del Vaticano ·

Ricordo di monsignor Aldo Giordano

Piedi piantati per terra e sguardo verso l’Alto

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09 dicembre 2021

Aldo è stato un caro amico, un fratello. Sin dall’età dei dodici anni siamo cresciuti insieme, nel seminario minore e poi in quello maggiore di Cuneo. Grande e talora spensierato cameratismo, molta allegria, condivisione, passione per lo studio, per la montagna, per una vita cristiana bella, coerente, gioiosa, partecipe.

Pur con qualche anno di ritardo, l’ondata lunga del ’68 era arrivata anche nei seminari. Gli studi biblici e teologici ci aprivano orizzonti affascinanti soprattutto con la verifica e l’inveramento esaltante nell’esperienza quotidiana, scambiata e condivisa.

Abbiamo continuato questa bella avventura ancora per qualche anno a Roma, lui come studente di filosofia alla Gregoriana ed io all’Accademia ecclesiastica. Poi lui è tornato in diocesi, professore di filosofia presso lo Studio teologico interdiocesano e la Scuola superiore di Scienze religiose di Fossano, quindi segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) per tredici anni; fu poi chiamato al servizio della Santa Sede come osservatore presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo e infine, per otto anni, nunzio apostolico in Venezuela, fino alla recente nomina a nunzio presso l’Unione europea.

Filosofo per formazione, dialogico per carattere, montanaro per passione, l’ha definito recentemente una intervistatrice del «Sir». Bel ritratto che vorrei riempire con qualche ricordo personale.

Alla Gregoriana si era laureato in Filosofia con una tesi su Nietzsche. Si riconosceva particolarmente nell’aforisma 125 della Gaia Scienza. Se il cinico Diogene di Sinope, girovagando con la sua lanterna accesa in pieno giorno, poneva la domanda: «cerco l’uomo», per Aldo, come già per Nietzsche, la domanda sull’uomo coincideva con quella su Dio. L’uomo è alla ricerca di Dio, della verità, anche se nel mercato europeo ci sono persone che sembrano snobbare il problema o almeno si mostrano indifferenti.

Per più di vent’anni Aldo ha lavorato su temi europei. Nella nostra Europa post-ideologica, ha rilevato e reso nuovamente udibili le domande esistenziali di fondo: esiste un senso al vivere e alla storia? C’è un bene o qualcuno a cui posso affidare la mia vita perché in grado di rispondere al mio desiderio di esistere, di felicità, di festa, di affetto e di eternità? Il dolore e la morte sono l’ultima parola per l’uomo e come tali sono lo scacco ad ogni mio desiderio? Ha un senso il dolore?

Dialogico per carattere, si è appassionato al dialogo ecumenico e interreligioso nel contesto europeo. Tra i progetti ecumenici in cui si è investito, il più significativo è stato la Charta Oecumenica, firmata a Strasburgo nel 2001. Aldo era molto affezionato a questa “agenda dei cristiani d’Europa”, con 26 impegni per procedere verso l’unità visibile, per intensificare la collaborazione su tutti i temi possibili e per contribuire insieme alla costruzione europea in corso.

Montanaro, escursionista per passione, prendeva la vita come “gioco”. Usava spesso l’espressione: «mi diverte molto». E non era solo la sua passione e bravura al tavolo di ping-pong. Era il suo modo di essere sempre positivo. «Diverse volte ho pensato che il mio servizio più importante per il Venezuela», dichiarava recentemente, «fosse quello alla fiducia e alla speranza che viene dalla fede nel Vangelo di Gesù Cristo. Il senso di abbandono, la stanchezza e la disperazione sono mali striscianti e molto pericolosi».

Scarpe grosse, cervello “fino”, si dice dalle nostre parti. Le sue grandi doti speculative non gli impedivano di mantenere i piedi ben piantati per terra: «Credo in una diplomazia della pace, dell’incontro, del dialogo, dell’aprire processi, come ci insegna Papa Francesco», riassumeva al termine della sua missione in Venezuela.

Ha voluto vivere il proprio ministero episcopale nel solco della parola del Vangelo: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». La Galilea è là dove tutto è incominciato. L’incontro con il Signore, quell’incontro che ha determinato la scelta di Dio e non delle cose di Dio; incontro che non si dimentica più, ma che tante volte finisce coperto da cose, dal lavoro, da inquietudini e anche da peccati e mondanità. Ripeteva a se stesso e agli altri che occorre fare spesso il pellegrinaggio alla propria Galilea, riprendere la memoria di quell’incontro, di quello stupore, e da lì ripartire. A fine aprile, ancora in Venezuela, scriveva: «La pandemia lascerà una traccia sulla questione della fede. Chi affida la sua vita alla ragione scientifica, alla tecnica, ai mercati, ai soldi, al potere, al piacere... si trova nella nuova situazione di sperimentare la non affidabilità di questi spazi di salvezza. La sofferenza di questi tempi crea la domanda sopra Dio stesso, il suo amore e la Provvidenza. Dov’è Dio nel momento che succedono questi dolori? Davanti a questa situazione mi sembra urgente trovare i cammini per testimoniare e riproporre la fede nel Cristo crocifisso e risorto, un Dio a cui possiamo affidare la nostra vita per salvarla dai rischi della caduta nel non senso e nel nulla».

Sono convinzioni che ha voluto riproporre agli amici proprio prima di essere intubato e avendo già il presentimento che il coma farmacologico avrebbe potuto introdurlo dolcemente nella vita eterna.

Era particolarmente felice che il Santo Padre gli avesse affidato la beatificazione del dottor José Gregorio Hernandez, medico e scienziato che ha dedicato la vita ai poveri, amatissimo in Venezuela. In molti gli abbiamo chiesto il miracolo. È arrivato il miracolo della serenità e gioia per Aldo, che nell’ultimo messaggio ci confidò: «Probabilmente è giunta anche per me l’ora di tornare a casa del Padre. Dal cielo vi accompagnerò, in ogni modo speciale. Fortissimo abbraccio. Vi voglio bene! Aldo».

*Arcivescovo, nunzio apostolico
in Francia

di Celestino Migliore*