· Città del Vaticano ·

All’Angelus il Papa parla dell’atteggiamento di Maria tra le mura della casa di Nazaret

Libera da sé perché umile

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
09 dicembre 2021

L’atteggiamento di Maria tra le mura della casa di Nazaret è stato al centro della riflessione proposta dal Papa all’Angelus recitato dalla finestra dello Studio privato del Palazzo apostolico vaticano con i fedeli radunati in piazza San Pietro a mezzogiorno di mercoledì 8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione.

C

ari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia di oggi, Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, ci fa entrare nella sua casa di Nazaret, dove riceve l’annuncio dell’angelo (cfr. Lc 1, 26-38). Tra le mura di casa una persona si rivela meglio che altrove. E proprio in quella intimità domestica il Vangelo ci dona un particolare, che rivela la bellezza del cuore di Maria.

L’angelo la chiama «piena di grazia». Se è piena di grazia, vuol dire che la Madonna è vuota di male, è senza peccato, Immacolata. Ora, a questo saluto Maria — dice il testo — rimane «molto turbata» (Lc 1, 29). Non è solo sorpresa, ma turbata. Ricevere grandi saluti, onori e complimenti a volte rischia di suscitare vanto e presunzione. Ricordiamo che Gesù non è tenero con chi va alla ricerca dei saluti nelle piazze, dell’adulazione, della visibilità (cfr. Lc 20, 46). Maria invece non si esalta, ma si turba; anziché provare piacere, prova stupore. Il saluto dell’angelo le sembra più grande di lei. Perché? Perché si sente piccola dentro, e questa piccolezza, questa umiltà attira lo sguardo di Dio.

Tra le mura della casa di Nazaret vediamo così un tratto meraviglioso. Com’è il cuore di Maria? Ricevuto il più alto dei complimenti, si turba perché sente rivolto a sé quanto non attribuiva a sé stessa. Maria, infatti, non si attribuisce prerogative, non rivendica qualcosa, non ascrive nulla a suo merito. Non si autocompiace, non si esalta. Perché nella sua umiltà sa di ricevere tutto da Dio. È dunque libera da sé stessa, tutta rivolta a Dio e agli altri. Maria Immacolata non ha occhi per sé. Ecco l’umiltà vera: non avere occhi per sé, ma per Dio e per gli altri.

Ricordiamoci che questa perfezione di Maria, la piena di grazia, viene dichiarata dall’angelo tra le mura di casa sua: non nella piazza principale di Nazaret, ma lì, nel nascondimento, nella più grande umiltà. In quella casetta a Nazaret palpitava il cuore più grande che una creatura abbia mai avuto. Cari fratelli e sorelle, è una notizia straordinaria per noi! Perché ci dice che il Signore, per compiere meraviglie, non ha bisogno di grandi mezzi e delle nostre capacità eccelse, ma della nostra umiltà, del nostro sguardo aperto a Lui e anche aperto agli altri. Con quell’annuncio, tra le povere mura di una piccola casa, Dio ha cambiato la storia. Anche oggi desidera fare grandi cose con noi nella quotidianità: cioè in famiglia, al lavoro, negli ambienti di ogni giorno. Lì, più che nei grandi eventi della storia, la grazia di Dio ama operare. Ma, mi domando, ci crediamo? Oppure pensiamo che la santità sia un’utopia, qualcosa per gli addetti ai lavori, una pia illusione incompatibile con la vita ordinaria?

Chiediamo alla Madonna una grazia: che ci liberi dall’idea fuorviante che una cosa è il Vangelo e un’altra la vita; che ci accenda di entusiasmo per l’ideale della santità, che non è questione di santini e immaginette, ma di vivere ogni giorno quello che ci capita umili e gioiosi, come la Madonna, liberi da noi stessi, con gli occhi rivolti a Dio e al prossimo che incontriamo. Per favore, non perdiamoci di coraggio: a tutti il Signore ha dato una stoffa buona per tessere la santità nella vita quotidiana! E quando ci assale il dubbio di non farcela, o la tristezza di essere inadeguati, lasciamoci guardare dagli “occhi misericordiosi” della Madonna, perché nessuno che abbia chiesto il suo soccorso è stato mai abbandonato!

Al termine della preghiera mariana il Pontefice ha ricordato il recente viaggio a Cipro e in Grecia e parlato della chiusura dell’Anno dedicato a san Giuseppe e del Giubileo lauretano; infine ha salutato i presenti.

Cari fratelli e sorelle,

due giorni fa sono rientrato dal viaggio a Cipro e in Grecia. Ringrazio il Signore per questo pellegrinaggio; ringrazio tutti voi per la preghiera che mi ha accompagnato, e le popolazioni di quei due cari Paesi, con le loro autorità civili e religiose, per l’affetto e la gentilezza con cui mi hanno accolto. A tutti ripeto: grazie!

Cipro è una perla nel Mediterraneo, una perla di rara bellezza, che però porta impressa la ferita del filo spinato, il dolore per un muro che la divide. A Cipro mi sono sentito in famiglia; ho trovato in tutti dei fratelli e delle sorelle. Conservo nel cuore ogni incontro, in particolare la Messa allo stadio di Nicosia. Mi ha commosso il caro Fratello ortodosso Chrysostomos, quando mi ha parlato della Chiesa Madre: da cristiani percorriamo vie diverse, ma siamo figli della Chiesa di Gesù, che è Madre e ci accompagna, ci custodisce, ci fa andare avanti, tutti fratelli. Il mio augurio per Cipro è che sia sempre un laboratorio di fraternità, dove l’incontro prevalga sullo scontro, dove si accoglie il fratello, soprattutto quando è povero, scartato, emigrato. Ripeto che davanti alla storia, davanti ai volti di chi emigra, non possiamo tacere, non possiamo girarci dall’altra parte.

A Cipro, come a Lesbo, ho potuto guardare negli occhi questa sofferenza: per favore, guardiamo negli occhi gli scartati che incontriamo, lasciamoci provocare dai visi dei bambini, figli di migranti disperati. Lasciamoci scavare dentro dalla loro sofferenza per reagire alla nostra indifferenza; guardiamo i loro volti, per risvegliarci dal sonno dell’abitudine!

Penso poi con gratitudine alla Grecia. Anche lì ho ricevuto un’accoglienza fraterna. Ad Atene ho sentito di essere immerso nella grandezza della storia, in quella memoria dell’Europa: umanesimo, democrazia, sapienza, fede. Anche lì ho provato la mistica dell’insieme: nell’incontro con i fratelli Vescovi e la comunità cattolica, nella Messa festosa, celebrata nel giorno del Signore, e poi con i giovani, venuti da tante parti, alcuni da molto lontano per vivere e condividere la gioia del Vangelo. E ancora, ho vissuto il dono di abbracciare il caro Arcivescovo ortodosso Ieronymos: prima mi ha accolto a casa sua e il giorno seguente è venuto a trovarmi. Custodisco nel cuore questa fraternità. Affido alla Santa Madre di Dio i tanti semi di incontro e di speranza che il Signore ha sparso in questo pellegrinaggio. Vi chiedo di continuare a pregare perché germoglino nella pazienza e fioriscano nella fiducia.

Oggi si conclude l’Anno dedicato a San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale. E dopodomani, 10 dicembre, si chiuderà a Loreto il Giubileo Lauretano. Che la grazia di questi eventi continui a operare nella vita nostra e delle nostre comunità. La Vergine Maria e San Giuseppe ci guidino nel cammino della santità!

E saluto tutti voi, romani e pellegrini! Un augurio speciale all’Azione Cattolica Italiana: che nelle diocesi e nelle parrocchie sia una palestra di sinodalità. Saluto i bambini del Coro “Milleunavoce”, i fedeli di Zaragoza e i giovani di Valdemoro, diocesi di Getafe, Spagna — si fanno sentire gli spagnoli, va bene! —. Come pure la delegazione del Comune di Rocca di Papa, con la fiaccola che accenderà la Stella di Natale sulla Fortezza della cittadina. Saluto il gruppo di messicani dello Stato di Puebla.

E a tutti auguro buona festa, specialmente a voi ragazzi dell’Immacolata, è la vostra festa! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me, io lo faccio per voi. Buon pranzo e arrivederci.