· Città del Vaticano ·

Vincere la paura si può Insieme

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07 dicembre 2021

Ci sono due parole un po’ insolite che sono emerse ripetutamente nei discorsi del Papa in questo viaggio a Cipro e in Grecia: paralisi e laboratorio. Sono in realtà una l’opposto dell’altra.

Agli uomini che si sentono come paralizzati dalle tante paure, il Papa ha rivolto un messaggio di fiducia e nell’ultimo incontro lunedì mattina parlando ai giovani, li ha esortati a «non lasciarsi paralizzare dalle paure, sognare in grande! E sognare insieme!». Nella terra delle Olimpiadi il Papa ha parlato di una “ginnastica dell’anima”, di allenarsi, per affrontare le sfide che tutto il mondo ha davanti e che tutto il mondo, insieme, può affrontare e superare. L’olio di cui ha parlato celebrando la Grecia degli olivi è anche quel magnifico unguento che scalda e scioglie i muscoli degli atleti e l’Europa oggi appare proprio come un vecchio campione con tutti i muscoli intorpiditi, se non atrofizzati, al punto che è come paralizzato e vive più che altro dei gloriosi ricordi. C’è bisogno di olio così come di lavorare molto, di fare esercizi, di riabilitarsi e riprendere il cammino.

Questo discorso sul “ringiovanire” (altro termine usato spesso nelle parole del Papa) vale sia per la società civile che per la Chiesa cattolica, alla prese con la grande sfida del processo sinodale. Come fare dunque? Muovendosi fiduciosi. Parlando dello stile propositivo e non impositivo di san Paolo e di come affronta la difficile crisi del suo arrivo ad Atene capitale del paganesimo, il Papa ha sottolineato che l’Apostolo si muove appunto con fiducia perché sa che «lo Spirito Santo lavora nel cuore dell’uomo, al di là delle etichette religiose». Se lo Spirito lavora nei cuori, il compito del cristiano è quello di collaborare a questo disegno più grande dei nostri piccoli «schemi che riducono tutto al nostro io, alla nostra pretesa di autosufficienza» che finiscono per farci paralizzare «dalla tentazione del “si è sempre fatto così”». Collaborare con creatività.

Questo è il «laboratorio», un’espressione che il Papa ha usato anche rivolgendosi ai cristiani di Cipro, perché l’esperienza della storia della Chiesa di Cipro è già essa stessa un laboratorio, cioè, a partire dal lavoro di mediazione svolto da san Barnaba, una continua ricerca di equilibrio tra unità e diversità, di quell’armonia che tiene insieme tante realtà differenti senza mai mortificarle. E come san Barnaba così il suo amico san Paolo, «è lui» ha detto il Papa parlando sabato alla comunità cattolica, «che ha aperto il “laboratorio della fede”, che ha sintetizzato quei due mondi. […] Fermiamoci su questo episodio e lasciamoci orientare, nel nostro cammino di Chiesa, da due atteggiamenti dell’Apostolo utili alla nostra attuale elaborazione della fede».

La fede quindi è senz’altro un dono ma al tempo stesso un compito, e la sfida sta nella sua libera e continua elaborazione. San Paolo così ha fatto “sintetizzando” il mondo ebraico con quello greco. Bello il verbo usato da Papa Bergoglio, che da giovane si diplomò in chimica e lavorò in un laboratorio di analisi, ed è con questa immagine che si conclude il suo discorso: «Vi auguro di cuore di proseguire l’opera nel vostro storico laboratorio della fede, e di farlo con questi due ingredienti, con la fiducia e con l’accoglienza».

È un’arte coltivare il dono della fede che comporta il paziente lavoro di fare sintesi dei vari ingredienti della vita, anche quelli aspri o amari, provando e riprovando per tentativi. Anche il negativo deve infatti rientrare nello sforzo creativo; come la perla diventa splendente reagendo all’aggressione di un corpo estraneo, un granello di sabbia (è stata questa la metafora usata dal Papa per Cipro, “perla” del Mediterraneo), così anche il cristiano deve affrontare, e con coraggio attraversare, le crisi e le avversità, confidando che dal male può nascere un bene più grande. Questo è vero anche per la dimensione ecclesiale all’interno del processo sinodale. Creatività dunque, e “reattività”. Ai giovani il Papa ha detto di “reagire”, altro termine propriamente “chimico”, e non è un caso che abbia esaltato la figura di Orfeo che, più saggio ancora dello stesso Ulisse, invece che farsi legare, paralizzare, per non cadere sotto la malia del pericoloso canto delle sirene, le ha sfidate sullo stesso campo, vincendo con la forza del suo canto sublime.

È questo il bello del laboratorio: la dimensione creativa che prova a salvare tutto quello che l’esistenza offre allo sguardo attento dell’uomo e gli permette di realizzare dei capo-lavori utilizzando quello che c’è, senza fuggire o scartare la realtà. Il bravo cuoco non è quello che ha tutti gli ingredienti del mondo a disposizione ma quello che cucina piatti prelibati con ciò che in quel momento trova nel frigorifero. Questa dimensione creativa del laboratorio è, paradossalmente, umile, perché essa non risiede tanto nell’idea astratta, compiuta e perfetta da applicare al reale, quanto invece nell’adeguamento alla realtà, e si esprime all’interno del processo, nella capacità di aprire nuove strade partendo da quello che c’è, sapendo che proprio lì è nascosto molto di più di quello che si vede.

Per far questo bisogna accettare il fatto che la realtà sia più grande di noi e soprattutto delle nostre idee. Il Papa ha osservato che nel nome di san Paolo c’è già il segreto della sua vita: Paolo cioè “piccolo”. E così anche la Chiesa deve fuggire «la tentazione del trionfalismo» e avere «il coraggio della fiducia: fiducia nella grandezza di Dio, che ama operare nella nostra piccolezza». Questo Dio sempre all’opera chiede il lavoro artigianale dei cristiani, uomini dal pensiero incompiuto, che possono collaborare con Dio dando il loro piccolo contributo, proprio come si fa in un laboratorio, procedendo per tentativi e prendendo anche qualche rischio, ma insieme e creativamente.

di Andrea Monda