· Città del Vaticano ·

La missiva e il resto

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07 dicembre 2021

Una domenica nella mia parrocchia di bambina salì sull’altare una donna minuta. Vestita semplicemente sui toni dell’azzurro, un velo in testa, raccontò la sua vita ai bordi di una grande città, tra le giovani gang. Viveva — disse — circondata dalle bestemmie perché quei ragazzi bestemmiavano di continuo; le dispiaceva, certo, ma non la sconvolgeva perché rinfrancata dalla consapevolezza che, sfogando la loro rabbia, quei ragazzi stavano comunque rivolgendosi a Dio. Seppure capovolto, il loro era ancora un mondo in cui il Signore trovava spazio. Forzando un po’, si poteva arrivare a dire che stessero, in un modo cupo e sbagliato, pregando (quel che invece le faceva veramente paura, aggiunse la donna, era la direzione verso cui sentiva che tanti si stavano avviando: un mondo in cui Dio non avrebbe avuto spazio alcuno).

A distanza di anni, quelle parole della Piccola Sorella di Gesù di cui ho dimenticato il nome (ma null’altro) restano per me una splendida Lettera a Dio, tema di questo numero di «Quattro Pagine». Un tema che nella Storia ha assunto le declinazioni più varie, accompagnando nel suo cammino l’umanità, non necessariamente credente o non necessariamente consapevole di esserlo. I contributi che presentiamo ne dimostrano una preziosa varietà.

Ci sono le epistole letterarie in cui Chesterton e Niall Williams domandano il perché di tanta sofferenza (Marco Testi); c’è l’ultima lettera dell’ultima opera in assoluto di John Fante, occasione per chiedere perdono per ciò che si è stati (Enrica Riera); c’è, e anche lì forse c’è Dio, la missiva «stropicciata, sudata, calda» ricevuta dall’adolescente Tariq di Alice Keller (Silvia Gusmano); ci sono le singolari pagine della drammaturga israeliana Anat Gov («“All’improvviso ho sentito che lei…”. “Cosa? Che io cosa?”. “… Che lei ci ama”»; Nicla Bettazzi); ci sono le parole di Albert Einstein (Gabriele Nicolò) e le domande di Tommaso Chimenti (Silvia Guidi).

Ma ci sono anche, in questo numero di «Quattro Pagine», due lettere “autografe”. Quella della scrittrice Giulia Alberico («un cuore capace di stupore e meraviglia, come fu per i petti d’angelo») e quella di don Sergio Massironi («la più intima delle esperienze è la prima grande delle rivoluzioni»).

Declinazioni varie che rivelano una caratteristica unica: oltre che con le parole, le lettere a Dio si scrivono con la vita. «All we ask is for your sympathy, all we ask is for your attention» canta The Chairman Dances, gruppo musicale statunitense, nella canzone indie rock che racconta l’amicizia tra i fondatori del Catholic Worker, Dorothy Day e Peter Maurin (è nell’album Time Without Measure del 2016). Due vite — così diverse, ma così simili — che sono un esempio, luminosissimo e sempre più attuale, di Lettera a Dio. La canzone (scrive Renée Darline Roden su «America») è in arrivo in Vaticano con altro materiale relativo alla causa di canonizzazione di Dorothy Day, a oggi serva di Dio. Il plico (una lettera con allegati!) partirà da New York dopodomani. Dopo la messa che il cardinale Dolan officerà nella cattedrale di St. Patrick l’8 dicembre, e dopo l’incontro di preghiera organizzato dal Dorothy Day Guild al n. 71 di Pineapple Street, davanti alla casa dove Day nacque nel 1897.

Fin qui la Lettera a Dio, poi viene il resto. Un resto che Sergio Massironi tratteggia con luminosità adamantina chiudendo la sua missiva. «Ora rimango in ascolto, perché non sempre rispondi subito e spesso lo fai in modo strano. Difficilmente però deludi».

di Giulia Galeotti