· Città del Vaticano ·

Il dogma dell’Immacolata in alcuni scritti dei Padri

Da sempre Tutta Santa

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07 dicembre 2021

La Vergine Maria? “Da sempre senza macchia”. «Escludiamo dunque la santa Vergine Maria, nei riguardi della quale per l’onore del Signore non voglio si faccia questione alcuna di peccato»: così spiega sant’Agostino a proposito dell’assenza di peccati nella Madre di Gesù (Theotokos). Affermazione che si tramanda fin da principio e dai primi secoli del cristianesimo, in un continuo work in progress giunto alla definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione nel 1854 da Papa Pio ix . E ancora Agostino: «Infatti da che sappiamo noi quanto più di grazia, per vincere il peccato sotto ogni aspetto, sia stato concesso alla Donna che meritò di concepire e partorire colui che certissimamente non ebbe nessun peccato? Eccettuata dunque questa Vergine, se avessimo potuto riunire tutti quei santi e quelle sante durante la loro vita terrena e interrogarli se fossero senza peccato, quale pensiamo sarebbe stata la loro risposta?» (Sant’Agostino, La natura e la grazia).

Negli scritti dei Padri della Chiesa non bisogna attendersi l’espressione Immacolata Concezione, ma certamente degli aggettivi relativi come hyperámomos corrispondente al più familiare “immacolatissima”. Spiega sant’Ambrogio: «Maria non fu sollevata dalla caduta, ma fu preservata dalla caduta. Cosa, vi chiedo, è più nobile migliore e più santo della Madre di Dio?» (De virginibus). Lungo i secoli della Chiesa in molti si sono cimentati a misurare più o meno con profondità la vita di Maria, ma alcuni sono stati dei veri fuoriclasse della Tutta Santa (Panaghia), oppure della sempre Vergine (Aeiparthénon). «Stridente è il contrasto tra Maria ed Eva: Maria si riscontra obbediente quando dice: Ecco la serva, o Signore, si faccia di me secondo la tua parola. Eva al contrario fu disubbidiente mentre era ancora vergine. Eva, sposata con Adamo, ma ancora vergine […] colla sua disobbedienza divenne causa di morte per sé e per tutto il genere umano: parimente Maria, rimanendo vergine, quantunque unita in matrimonio con uno sposo per lei predestinato, coll’obbedienza divenne causa di salute per sé e per tutta l’umanità» (Sant’Ireneo di Lione, Contro le eresie, i , iii , 22).

La straordinarietà di Maria è scandagliata di frequente dai Padri, nella sua unicità nella storia della salvezza e nella sua superiorità rispetto alle altre donne e uomini. «Sappiamo che il Verbo, prima di tutte le creature procedeva dalla potenza e dalla volontà del Padre […] e che per il ministero della Vergine divenne uomo, affinché la disobbedienza ispirata dal serpente, finisse nella medesima maniera, secondo la quale aveva avuto origine. Giacché Eva essendo vergine e senza macchia, ascoltò la parola del serpente, e con ciò generò la disobbedienza e la morte» e, prosegue san Giustino, «all’incontro la Vergine Maria trasalì di gioia e di fede, quando l’Angelo manifestò la buona novella, che cioè lo Spirito del Signore discenderebbe sopra di lei, e che il potere dell’Altissimo la ricoprirebbe della sua ombra, e che il Santo da lei nascituro sarebbe il Figlio di Dio: si faccia di me secondo la tua parola» (Dialogo con Trifone, n. 100).

Trattandosi dell’Immacolata Concezione è inevitabile ascoltare in cauda l’autorevole voce di un padre della cristianità orientale, sant’Andrea di Creta: «E pertanto da genitori sterili e aridi è germogliata tuttavia a noi la Vergine del tutto immacolata, come un frutto splendente. Dopo che da una madre infeconda era venuta fuori colei che poi partorì dal suo seno la spiga dell’immortalità, i suoi genitori la presentarono e offrirono al tempio durante il fiore della sua prima età» (Omelie mariane, i ). E aggiunge il santo cretese: «Oggi il grande seno della verginità viene svelato, e la Chiesa è cinta nuzialmente con l’inviolabile perla dell’incorruttibilità. Oggi la genuina nobiltà degli uomini riceve di nuovo il dono della prima divinizzazione e ritorna a se stessa; la natura generata rimanendo unita alla madre del Bello riceve come impronta ottima e divinissima quel fulgore di bellezza che l’ignobiltà della malizia aveva oscurato» (ibidem).

di Roberto Cutaia