· Città del Vaticano ·

La seconda visita ai rifugiati dopo quella del 2016

Ritorno all’isola di Lesvos

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06 dicembre 2021

Sull’isola di Lesbo, il mar Egeo riflette il sole come uno specchio. Ma a volte è meglio non guardarsi allo specchio per non vedere l’immagine che ci restituisce: l’Europa preferisce non soffermarsi a pensare alle migliaia di rifugiati che ancora oggi sono ammassati alla frontiera tra Grecia e Turchia. L’immagine restituita dallo specchio è vergognosa.

Lesbo non è un incidente geopolitico o un disastro imprevedibile, e non è neppure un singolo luogo: ci sono Lesbo ovunque. Lesbo è la sintesi, il simbolo di ciò che non vogliamo vedere, di un problema che insidia le culture e sovverte i valori del Vangelo sotto la lente della globalizzazione, del denaro e dell’indifferenza. Lesbo è la logica del “hotspot approach”, è un paesaggio fatto di chilometri di filo spinato, di giganteschi campi di confinamento legalizzati, spesso in stato di decomposizione, lontani dai nuclei abitati, duramente controllati, nei quali la vita dei migranti è al limite dell’umano; eppure migliaia di persone non hanno alternative, come i rifugiati a cui il Papa domenica mattina ha stretto la mano e regalato un sorriso: centinaia di persone costrette a fuggire dai loro Paesi e che hanno rischiato la vita attraversando le montagne dell’Asia e le acque del Mediterraneo per raggiungere l’Europa.

Camminando tra container bianchi lungo una scivolosa strada di ghiaia bagnata dalla pioggia mattutina, Papa Francesco ha trascorso i primi trentacinque minuti della sua visita al Centro di accoglienza e identificazione sull’isola di Lesbo stringendo mani, ascoltando storie e coccolando centinaia di bambini piccoli in braccio alle loro madri e padri che lo hanno accolto lungo le barriere che segnavano il percorso.

Francesco è giunto in auto al cancello est del Centro di accoglienza e identificazione di Mavrovouni — che ha sostituito il campo di Moria distrutto da un incendio — intorno alle 10 del mattino arrivando in aereo da Atene. È tornato sull’isola greca, dove era stato nel 2016, proprio per incontrare i rifugiati che qui vivono in condizioni disumane, come un vero “apostolo dell’incontro”.

Tra il 2015 e il 2016, nel periodo che va dai massicci spostamenti di rifugiati verso l’Europa (con lo sbarco di 379.000 migranti sulla terraferma e la morte in mare di centinaia di migliaia di persone) alla prima visita di Papa Francesco all’isola, il mondo era diverso da quello che si presenta ora in piena pandemia. Il fatto che il Pontefice torni a Lesbo per la seconda volta rivela la sua intenzione di richiamare nuovamente l’attenzione sul fenomeno dei flussi migratori.

«Sono di nuovo qui — ha detto ai rifugiati — per incontrarvi, per vedere i vostri volti, per guardare nei vostri occhi: occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime».  Seduto sotto un tendone bianco con il mare e il campo come sfondo, nella cerimonia ufficiale il Pontefice ascolta con attenzione il discorso del capo dello Stato greco Katerina Sakellaropoulou. La presidente della Repubblica sottolinea l’emozione per la visita «in un luogo che si identifica con il dramma dei rifugiati», ricordando che gli abitanti dell’isola hanno dimostrato comprensione e solidarietà, «sperando che l’Europa faccia lo stesso». Da parte sua l’ordinario locale, l’arcivescovo Josif Printezis, rimarca, rivolto a Francesco, che «la sua è la voce della pace. La ringraziamo per averci ricordato che nel volto di ogni rifugiato siamo chiamati a vedere il volto di Cristo».

Dopo i discorsi delle autorità e le testimonianze dei migranti abitanti nel campo, il Papa ha tenuto un discorso incisivo, ricco di spunti tutto intriso di spirito di fratellanza e integrazione, che seguiva idealmente il filo iniziato durante la preghiera ecumenica con i migranti nella capitale di Cipro, a Nicosia, durante la prima tappa del viaggio.

Le parole potenti del Papa risuonavano mentre a pochi metri di distanza tre fratelli afghani giocavano con Alex, un piccolo cagnolino nero, la mascotte dei bambini del campo. La più grande paura di Mansa, 7 anni, è che qualcuno entri di notte nel container dove dorme con il padre, la madre e i due fratelli più piccoli. E la separi dalla famiglia. Vengono dalla provincia afghana di Herat e vivono qui da circa un anno. Mansa e i suoi fratellini hanno fatto dei disegni per il Papa, sono contenuti in un album regalato dal vescovo a Francesco. In esso le storie raccontate dai bambini.

 Gran parte dei migranti presenti provengono dall’Afghanistan, dalla Siria, dal Congo. Si sono lasciati alle spalle il mare e la Turchia, per cercare di raggiungere soprattutto la Germania e i Paesi nord europei.

Una pressione, quella dei tanti migranti giunti sull’isola, di difficile gestione per i circa 100 mila abitanti di Lesbo, che pure, come ricorda la presidente della Repubblica,  «hanno dimostrato compassione e solidarietà accollandosi un peso spropositato».

Se le isole sono in difficoltà, le città non sono da meno. Nella capitale, Atene, sono arrivati almeno 30.000 migranti nell’ultimo periodo. Malgrado i grossi sforzi umanitari del popolo greco, la situazione è sempre più critica ogni giorno che passa.

Un’indifferenza che può costare cara, ricorda il Papa: «È un’illusione pensare che basti salvaguardare se stessi, difendendosi dai più deboli che bussano alla porta. Il futuro ci metterà ancora più a contatto gli uni con gli altri. Per volgerlo al bene non servono azioni unilaterali, ma politiche di ampio respiro. La storia, ripeto, lo insegna, ma non lo abbiamo ancora imparato. Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso che qualcuno è costretto a sobbarcarsi!».

La visita di Francesco nell’isola di Lesbo, in cui continuano gli sbarchi dei migranti nell’indifferenza del resto d’Europa, è finita nello stesso modo in cui era iniziata, tra le tante vite incagliate in una montagna di carte sul tavolo di qualche tribunale europeo. Domande d’asilo respinte fino a dieci volte mentre loro restano rinchiusi, come ha denunciato l’ospite nel campo proveniente dall’Africa, che ha salutato il Papa nella cerimonia ufficiale.

dalla nostra inviata
Silvina Pérez