· Città del Vaticano ·

Nelle testimonianze di una consacrata e un laico

L’esperienza quotidiana della Chiesa

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06 dicembre 2021

Uno spaccato della vita quotidiana della Chiesa in Grecia, attraverso due testimonianze di fede vissuta in un Paese frammentato in una miriade di isole, dove i cattolici sono una minoranza. La prima a raccontare a Papa Francesco la sua esperienza di consacrata in mezzo ai fedeli e alla gente è una donna straniera, esattamente argentina, che ha scelto come luogo di missione proprio la Grecia. È suor Maria Virgen del Prado Bravo, delle Serve del Signore e della Vergine di Matará. Originaria della provincia di Santiago del Estero, ha spiegato di appartenere al ramo femminile della Famiglia religiosa del Verbo Incarnato, fondata in Argentina.

Suor Maria Virgen che vive quotidianamente la sua consacrazione tra la popolazione greca, ha sentito la chiamata a diventare religiosa all’età di 14 anni, «con un pensiero così forte che non ho dubitato che provenisse da Dio». Ha confidato che è avvenuto «subito dopo aver ascoltato la testimonianza di una religiosa». E in quel momento ha pensato che avrebbe potuto seguire la stessa via e lasciare tutto per consacrarsi a Dio e salvare le anime. Questa decisione la portò a entrare, nel 2008, a 18 anni, nel noviziato delle Serve del Signore. «Sono stati gli anni più felici della mia vita sono stata felice di poter fare la volontà di Dio», ha esclamato.

Poi, ha ricordato che nel 2017 è stata mandata in Italia per continuare gli studi di formazione, ed è lì che ha ricevuto la missione di fondare una comunità sull’isola greca di Tinos. L’hanno accompagnata tre suore: due dall’Argentina e una dall’Albania. Hanno iniziato a prestare servizio nel santuario della Vergine di Vrysi, e poi a collaborare anche alle attività apostoliche della diocesi. La prima impressione che ha avuto a lavorare nell’isola «è stata l’ospitalità della gente e il desiderio di Dio». Ricorda le prime domande, che ancora le vengono fatte: «perché la Grecia? Ti piace? E la nostra risposta sempre con un sorriso è stata: “Sì, perché è la volontà di Dio”».

Per la Famiglia religiosa del Verbo Incarnato, è «una grazia enorme per la quale saremo sempre grati a Dio, di poter continuare a testimoniare la vita consacrata nell’isola di Tinos, come hanno fatto per tanti anni i gesuiti e le orsoline che hanno saputo dare la vita per Dio e per il Vangelo».

Ha concluso dicendo di essere disposta lei e le sue consorelle «a dare la vita per la Grecia e a lavorare per le anime per la gloria di Dio, testimoniando il Verbo, incarnandolo in tutte le cose umane, scopo specifico del nostro istituto, in opere di misericordia, nei bambini, nei giovani e negli adulti, seminando in loro desideri di santità».

Papa Francesco ha poi ascoltato le parole del laico Rokos Delatolas, originario di Tinos, l’isola delle Cicladi «nota per la devozione alla Vergine Maria».

Ha raccontato la sua esperienza di Chiesa e ha spiegato di essere cresciuto in un piccolo villaggio cattolico, in una famiglia dove la pratica cristiana era parte della vita quotidiana. Quando è andato ad Atene, «la convivenza e la cooperazione con i nostri fratelli ortodossi non hanno intaccato la mia fede. Sono sempre stato vicino alla Chiesa, offrendo quello che potevo».

Con la moglie Nitsa, ortodossa, ha raccontato di aver cresciuto i figli, mandandoli alle scuole cattoliche. Ma a un certo punto della loro adolescenza «è successo un rovesciamento e si sono allontanati dalla pratica religiosa. Ogni volta che sollevavo la questione venivo trattato con indifferenza e ironia, che a volte mi dava fastidio».

Si è quindi, chiesto cosa avesse sbagliato nell’educazione dei figli, continuando a stare vicino alla Chiesa con la stessa fede.

Dietro consiglio del confessore, ha parlato con i suoi ragazzi ed è venuto a contatto con una realtà fino ad allora sconosciuta. Ha capito che i tempi sono cambiati e che i figli chiedevano qualcos’altro alla Chiesa. La loro risposta lo ha aiutato a «vedere con i loro occhi, la loro quotidianità in una famiglia mista, in un ambiente lavorativo e sociale, in cui sono in minoranza».

In precedenza, Sevastianos Rossolatos, arcivescovo emerito di Atene e presidente della Conferenza episcopale di Grecia, nel salutare Papa Francesco aveva sottolineato che la Chiesa cattolica nel Paese negli ultimi 30 anni, «ha cambiato volto». Infatti, i «fratelli immigrati, che vivono qui da noi, sono numericamente più di noi». I fedeli cattolici immigrati si trovano «dispersi in una grande diaspora in tutto il Paese, fatto questo che crea molti problemi pastorali». Intanto, insieme con gli immigrati e i loro figli «cerchiamo di formare una Chiesa che viva e che testimoni la fede in un mondo che cambia continuamente».

In mezzo a questo scenario, «troviamo difficile immaginare di aprirci ad una pastorale missionaria, dare vita a una Chiesa capace di testimoniare la forza redentrice del Vangelo e di attirare a Cristo i nostri fratelli che si sono allontanati».

D’altra parte, ha fatto notare, la Chiesa in Grecia è «costituita da comunità di tre tradizioni liturgiche: quella latina, quella bizantina e quella armena».

Il presule ha quindi detto di aver sperimentato anche nel Paese «l’influsso benefico dello spirito del Vaticano ii , che ha rinnovato la liturgia e la nostra vita di Chiesa». Nello stesso periodo intorno al Concilio «abbiamo assistito, inoltre, ad una fioritura vocazionale: vocazioni presbiterali e alla vita consacrata che hanno alimentato con sacerdoti, religiosi e religiose tutte le diocesi della Grecia».

Allo stesso tempo, però, «ha cominciato ad affiorare la globalizzazione e a influenzarci la secolarizzazione», le quali «hanno indebolito il supporto sociale della fede tradizionale e mostrato le falle, tuttora presenti, del nostro modo di coltivare la fede».

Con la Chiesa ortodossa, ha fatto notare l’arcivescovo, «sorella nostra, rimane la difficoltà di promuovere relazioni volte alla conoscenza reciproca e alla collaborazione su un piano istituzionale». Nonostante ciò, dove «abitano insieme cattolici e ortodossi, ci sono e si promuovono le relazioni, il rispetto e l’amore cristiano tangibile».

Dopo il discorso di Papa Francesco, la catechista Maria Tsabasian, a nome di tante donne e uomini che prestano servizio nella catechesi, ha introdotto la recita del Padre Nostro, dicendo che «è la preghiera che nutre spiritualmente i nostri catecumeni, nell’oratorio, ogni settimana». È, anche, «l’eredità orante più importante che noi adulti insegniamo e trasmettiamo ai nostri figli. Questa preghiera esprime il desiderio del nostro cuore, perché il Regno dei Cieli si riveli sulla terra».