· Città del Vaticano ·

Con i rappresentanti della comunità cattolica greca

Essere minoritari non vuol dire essere insignificanti

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06 dicembre 2021

Papa Francesco ha incontrato i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e i catechisti della comunità cattolica ateniese nel tardo pomeriggio di sabato 4 dicembre, presso la cattedrale di San Dionigi della capitale greca. Al suo arrivo è stato accolto all’ingresso principale dall’arcivescovo di Atene, il gesuita Theodoros Kontidis, e dal parroco che gli ha porto la croce e l’acqua benedetta. Quindi insieme sono entrati nel tempio. Dopo il canto d’ingresso, monsignor Sevastianos Rossolatos, arcivescovo emerito di Atene e presidente della Conferenza episcopale nazionale, ha rivolto al Pontefice un saluto seguito dalle testimonianze di una suora del Verbo incarnato e di un laico; quindi il vescovo di Roma ha pronunciato il discorso che pubblichiamo in questa pagina. Al termine sulla strada del ritorno in nunziatura, il Papa si è fermato con l’automobile ad ammirare l’Acropoli di Atene.

C

ari fratelli Vescovi,

cari sacerdoti, religiose e religiosi, seminaristi,

cari fratelli e sorelle, kalispera sas! [buonasera!]

Vi ringrazio di cuore per la vostra accoglienza e per le parole di saluto che Mons. Rossolatos mi ha rivolto. E grazie, sorella, per la sua testimonianza: è importante che i religiosi e le religiose vivano con questo spirito il loro servizio, con un amore appassionato che si fa dono per la comunità dove sono inviati. Grazie! Grazie anche a Rokos per la bella testimonianza di fede vissuta in famiglia, nella vita quotidiana, insieme ai figli che, come tanti giovani, a un certo punto si fanno delle domande, si interrogano, su alcune cose diventano un po’ critici. Ma va bene anche questo, perché aiuta noi come Chiesa a riflettere e a cambiare.

Sono contento di incontrarvi in una terra che è un dono, un patrimonio dell’umanità sul quale sono state costruite le fondamenta dell’Occidente. Siamo un po’ tutti figli e debitori del vostro Paese: senza la poesia, la letteratura, la filosofia e l’arte che si sono sviluppate qui, non potremmo conoscere tante sfaccettature dell’esistenza umana, né soddisfare molte domande interiori sulla vita, sull’amore, sul dolore e anche sulla morte.

Nell’alveo di questo ricco patrimonio, qui agli inizi del cristianesimo è stato inaugurato un “laboratorio” per l’inculturazione della fede, gestito dalla sapienza di tanti Padri della Chiesa, che con la loro santa condotta di vita e i loro scritti rappresentano un faro luminoso per i credenti di ogni epoca. Ma se ci chiediamo chi ha inaugurato l’incontro tra il cristianesimo delle origini e la cultura greca, il pensiero non può che andare all’Apostolo Paolo. È lui che ha aperto il “laboratorio della fede”, che ha sintetizzato quei due mondi. E l’ha fatto proprio qui, come raccontano gli Atti degli Apostoli: giunge ad Atene, inizia a predicare nelle piazze e i dotti del tempo lo conducono all’Areopago (cfr. At 17, 16-34), che era il consiglio degli anziani, dei sapienti che giudicavano questioni di interesse pubblico. Fermiamoci su questo episodio e lasciamoci orientare, nel nostro cammino di Chiesa, da due atteggiamenti dell’Apostolo utili alla nostra attuale elaborazione della fede.

Il primo atteggiamento è la fiducia. Mentre Paolo predicava, alcuni filosofi iniziano a chiedersi che cosa voglia insegnare questo «ciarlatano» (v. 18). Lo chiamano così, ciarlatano: uno che inventa cose approfittando della buona fede di chi lo ascolta. Perciò lo conducono all’Areopago. Dunque non dobbiamo immaginare che gli aprano il sipario di un palcoscenico. Al contrario, lo portano lì per interrogarlo: «Possiamo sapere qual è questa nuova dottrina che tu annunci? Cose strane, infatti, tu ci metti negli orecchi; desideriamo perciò sapere di che cosa si tratta» (vv. 19-20). Paolo, insomma, è messo alle corde.

Queste circostanze della sua missione in Grecia sono importanti anche per noi, oggi. L’Apostolo si trova all’angolo. Già poco prima, a Tessalonica, era stato ostacolato nella predicazione e, a causa dei tumulti suscitati nel popolo per accusarlo di procurare disordini, era dovuto scappare di notte. Ora, arrivato ad Atene, viene preso per ciarlatano e, come ospite poco gradito, condotto all’Areopago. Non sta dunque vivendo un momento trionfante; sta portando avanti la missione in una condizione difficile. Forse, in tanti momenti del nostro cammino, anche noi avvertiamo la fatica e talvolta la frustrazione di essere una piccola comunità, o una Chiesa con poche forze che si muove in un contesto non sempre favorevole. Meditate la storia di Paolo ad Atene. Era solo, in minoranza e con scarse probabilità di successo. Ma non si è lasciato vincere dallo scoraggiamento, non ha rinunciato alla missione. E non si è lasciato prendere dalla tentazione di lamentarsi. Questo è molto importante: state attenti alle lamentele. Ecco l’atteggiamento del vero apostolo: andare avanti con fiducia, preferendo l’inquietudine delle situazioni inattese all’abitudine e alla ripetizione. Paolo ha questo coraggio. Da dove nasce? Dalla fiducia in Dio. Il suo è il coraggio della fiducia: fiducia nella grandezza di Dio, che ama operare sempre nella nostra piccolezza.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo fiducia, perché l’essere Chiesa piccola ci rende segno eloquente del Vangelo, del Dio annunciato da Gesù che sceglie i piccoli e i poveri, che cambia la storia con le gesta semplici degli umili. A noi, come Chiesa, non è richiesto lo spirito della conquista e della vittoria, la magnificenza dei grandi numeri, lo splendore mondano. Tutto ciò è pericoloso. È la tentazione del trionfalismo. A noi è chiesto di prendere spunto dal granello di senape, che è infimo, ma umilmente e lentamente cresce: «è il più piccolo di tutti i semi — dice Gesù — ma, una volta cresciuto, diventa un albero» (Mt 13, 32). A noi è chiesto di essere lievito, che fermenta nel nascondimento paziente e silenzioso dentro la pasta del mondo, grazie all’opera incessante dello Spirito Santo (cfr. v. 33). Il segreto del Regno di Dio è contenuto nelle cose piccole, in ciò che spesso non si vede e non fa rumore. L’Apostolo Paolo, il cui nome richiama la piccolezza, vive nella fiducia perché ha accolto nel cuore queste parole del Vangelo, tanto da farne un insegnamento per i fratelli di Corinto: «Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini»; «quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1 Cor 1, 25.27).

Allora, carissimi, vorrei dirvi: benedite la piccolezza e accoglietela. Vi dispone a confidare in Dio e in Dio solo. Essere minoritari — e nel mondo intero la Chiesa è minoritaria — non vuol dire essere insignificanti, ma percorrere la via aperta dal Signore, che è quella della piccolezza: della kenosis, dell’abbassamento, della condiscendenza, della synkatábasis di Dio in Gesù Cristo. Egli è disceso fino a nascondersi nelle pieghe dell’umanità e nelle piaghe della nostra carne. Ci ha salvato servendoci. Egli infatti — afferma Paolo — «svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2, 7). Tante volte abbiamo l’ossessione dell’apparire, della visibilità, ma «il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione» (Lc 17, 20). Viene di nascosto, come la pioggia, lentamente, sulla terra. Aiutiamoci a rinnovare questa fiducia nell’opera di Dio, e a non perdere l’entusiasmo del servizio. Coraggio, avanti su questa strada dell’umiltà, della piccolezza!

Vorrei sottolineare ora un secondo atteggiamento di Paolo all’Areopago di Atene: l’accoglienza. È la disposizione interiore necessaria per l’evangelizzazione: non voler occupare lo spazio e la vita dell’altro, ma seminare la buona notizia nel terreno della sua esistenza, imparando anzitutto ad accogliere e riconoscere i semi che Dio ha già posto nel suo cuore, prima del nostro arrivo. Ricordiamo: Dio ci precede sempre, Dio precede sempre la nostra semina. Evangelizzare non è riempire un contenitore vuoto, è anzitutto portare alla luce quello che Dio ha già iniziato a compiere. Ed è questa la straordinaria pedagogia dimostrata dall’Apostolo davanti agli Ateniesi. Non dice loro “state sbagliando tutto” oppure “adesso vi insegno la verità”, ma inizia con l’accogliere il loro spirito religioso: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione “A un dio ignoto”» (At 17, 22-23). Prende una ricchezza degli Ateniesi. L’Apostolo riconosce dignità ai suoi interlocutori e accoglie la loro sensibilità religiosa. Anche se le strade di Atene erano piene di idoli, che l’avevano fatto “fremere dentro di sé” (cfr. v. 16), Paolo accoglie il desiderio di Dio nascosto nel cuore di quelle persone e con gentilezza vuole donare loro lo stupore della fede. Il suo stile non è impositivo, ma propositivo. Non si fonda sul proselitismo — mai! —, ma sulla mitezza di Gesù. E ciò è possibile perché Paolo ha uno sguardo spirituale sulla realtà: crede che lo Spirito Santo lavora nel cuore dell’uomo, al di là delle etichette religiose. Abbiamo ascoltato questo dalla testimonianza di Rokos. I figli a un certo punto si allontanano un po’ dalla pratica religiosa, ma lo Spirito Santo aveva lavorato e continua a lavorare, e così loro credono molto nell’unità, nella fraternità con il prossimo. Lo Spirito lavora sempre oltre ciò che si vede all’esterno, ricordiamolo! L’atteggiamento dell’apostolo di ogni tempo inizia dunque dall’accoglienza dell’altro: non dimentichiamo che «la grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (Evangelii gaudium, 115). Non c’è una grazia astratta che gira sulle nostre teste; sempre la grazia è incarnata in una cultura, si incarna lì.

A proposito della visita di Paolo all’Areopago, Benedetto xvi disse che a noi devono stare molto a cuore le persone agnostiche o atee, ma che dobbiamo fare attenzione perché «quando parliamo di una nuova evangelizzazione, queste persone forse si spaventano. Non vogliono vedere sé stesse come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009). Anche a noi oggi è richiesto l’atteggiamento dell’accoglienza, lo stile dell’ospitalità, un cuore animato dal desiderio di creare comunione tra le differenze umane, culturali o religiose. La sfida è elaborare la passione per l’insieme, che ci conduca — cattolici, ortodossi, fratelli e sorelle di altri credo, anche fratelli agnostici, tutti — ad ascoltarci reciprocamente, a sognare e lavorare insieme, a coltivare la “mistica” della fraternità (cfr. Evangelii gaudium, 87). La storia passata rimane ancora una ferita aperta sulla strada di questo dialogo accogliente, ma abbracciamo con coraggio la sfida di oggi!

Cari fratelli e sorelle, san Paolo, qui in terra greca, ha manifestato la sua serena fiducia in Dio e ciò lo ha reso accogliente verso gli areopagiti che sospettavano di lui. Con questi due atteggiamenti ha annunciato quel Dio che ai suoi interlocutori era ignoto. Ed è arrivato a presentare il volto di un Dio che in Gesù Cristo ha seminato nel cuore del mondo il germe della risurrezione, il diritto universale alla speranza, che è un diritto umano, il diritto alla speranza. Quando Paolo annuncia questa buona notizia, la maggior parte lo deride e se ne va. Tuttavia, «alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro» (At 17, 34). La maggioranza va via; un piccolo resto si unisce a Paolo, tra cui Dionigi, a cui è intitolata questa Cattedrale! È un piccolo resto, ma è così che Dio tesse le fila della storia, da allora fino a voi oggi. Vi auguro di cuore di proseguire l’opera nel vostro storico laboratorio della fede, e di farlo con questi due ingredienti, con la fiducia e con l’accoglienza, per gustare il Vangelo come esperienza di gioia e anche come esperienza di fraternità. Vi porto con me nell’affetto e nella preghiera. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. O Theós na sas evloghi ! [Dio vi benedica!]