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I racconti della domenica

Giuseppe, il santo silenzioso

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04 dicembre 2021

La Bibbia conosce due personaggi che portavano il nome di Giuseppe figlio di Giacobbe, il primo è vissuto in Egitto al tempo dei Faraoni e ha salvato l’Egitto e Israele dalla carestia, il secondo è vissuto in Israele al tempo di Erode il Grande. Entrambi sono noti per i loro sogni e hanno avuto un ruolo provvidenziale nella storia della salvezza. Entrambi furono ospiti in Egitto. San Bernardo nel suo trattato Super missus est, 2 riprende questo parallelismo: «Il primo ha messo in riserva il grano non per sé, ma per il popolo; il secondo ha ricevuto la custodia del pane del cielo non solo per il popolo, ma anche per sé». C. Péguy, nel suo libro, Le mystère des saints innocents (Paris 1912, 122) scrive: «Si tratta di una storia unica, ma fu rappresentata due volte: una volta nel giudaismo, la seconda volta nel cristianesimo». Forse una terza dimensione nascosta è presente in questa storia. Alla fine dei tempi un grido di gioia sarà ascoltato nelle tende di Giacobbe: Giuseppe tuo figlio è vivo e governa la terra d’Egitto. E chiaro che la Bibbia utilizza la tipologia sottolineando che il Nuovo Testamento porta a compimento l’Antico. La continuità tra i due Testamenti non può essere dimenticata. Ci fermeremo qui solo al secondo personaggio che la Bibbia chiama un uomo giusto.

Il contesto della sua vita era la Galilea e in particolare la città di Sepphoris dove lavorava come falegname (tekton). Molti archeologi sono arrivati a questa conclusione, R. A. Batey in modo particolare. Lo storico Flavio Giuseppe Flavio menziona per la prima volta la capitale della Galilea sotto il regno di Alexandro Gianneo e la considera come la «perla della Galilea». La città divenne la capitale della Galilea nel 55 prima di Cristo, dopo l’intervento in Giudea del governatore della Siria Aulo Gabinio. Dopo la morte di Erode il Grande nel 4 a. C. Sepphoris fu la sede della rivolta guidata da Giuda il Galileo. Fu assediata e bruciata dal generale romano Varo, poi nuovamente distrutta dal nabateo Areta iv . Erode Antipa rifondò la città sotto il nome di Autocratoris, ne fece la sede della sua tetrarchia. La città godette dello status di città dal 67-68 sotto il nome di Irenopolis. Che Sepphoris non conservi nessun ricordo del culto di san Giuseppe non è strano: il culto a san Giuseppe comincia soltanto nel Medio Evo.

Alcuni esegeti pretendono che non si possa scrivere né una vita di Gesù né una vita di Giuseppe. È vero fino a un certo punto, ma è permesso di mettere i testi della scrittura nel loro contesto. Una scelta si impone: il contesto giudaico o ellenistico. Per chi vive in Terra Santa è chiaro che i Vangeli scritti in greco riflettono una mentalità semitica. Bisogna mettere il testo dei Vangeli nel loro contesto storico ebraico. Dopo la critica letteraria è permessa la critica storica. Gli apocrifi hanno cercato di colmare i silenzi della Scrittura, ma lo facevano per difendere le loro idee teologiche che spesso erano eterodosse. Non ci servono molto. Bisogna accettare il silenzio della Scrittura, sapendo che nella meditazione si trova l’ispirazione.

Bisogna rimettere la figura di Giuseppe all’interno del giudaismo ellenizzato del primo secolo che le fonti rabbiniche e l’archeologia ci permettono di conoscere. Luca e Matteo hanno inaugurato una riflessione teologica che rilegge la vocazione di Myriam e di Giuseppe. Ma queste due riflessioni teologiche riposano su una realtà storica che non si può negare. Luca e Matteo non si contraddicono, ma si completano. Non si tratta di scrivere una armonia evangelica al modo di Tatiano, ma piuttosto di fare una lettura polifonica dei testi. Il Vangelo dell’infanzia ci viene presentato da Matteo in maniera drammatica. Gesù nasce ed Erode ordina l’uccisione di tutti i bambini di Betlemme, la famiglia deve fuggire il Egitto. Il racconto di Luca presenta un’atmosfera differente. Gesù nasce e non solo la famiglia non fugge, ma addirittura va nella tana del lupo: va a Gerusalemme, al Tempio a presentare Gesù. Perché queste differenze? Il messaggio che gli evangelisti presentano è identico, e si può sintetizzare in una parola: l’amore universale di Dio. Le forme e le formule con le quali questo messaggio viene trasmesso sono differenze che dipendono e dallo stile letterario e dal piano teologico dell’evangelista. Mentre Matteo si rivolge a una comunità dei giudei, Luca ha un respiro diverso. Quando Luca ricorda che «il loro posto non era nella sala comune» (kataluma 2, 7) pensa alla disposizione delle case antiche che avevano una grande sala sotto la quale le bestie erano alloggiate perché riscaldavano la casa. Una mangiatoia aveva lì il suo posto. Una donna incinta non poteva stare nella sala comune per motivi di purità rituale. Doveva ritirarsi per quaranta giorni per non dare fastidio a tutti quelli che abitavano nella casa. I Vangeli pur contenendo elementi storici non sono una cronaca, ma una teologia. Fanno appello al genere letterario del midrash cristiano. Il midrash, rilettura teologica della Scrittura, suppone una base storica, altrimenti non sarebbe più un midrash, ma una pura fantasia. Passare da Matteo a Luca è possibile in un tentativo di lettura storica. Le informazioni riguardanti Myriam derivano da ricordi di prima mano della stessa madre di Gesù, ancora presente tra gli apostoli quando Luca svolse la propria raccolta di informazioni. Mentre il racconto di Matteo si rifà a elementi più pubblici (Erode, la strage degli innocenti, i Magi) ma anche a un nucleo di testimoni più ampio. L’umiltà di Giuseppe è degna dell’umiltà di Myriam.

Il carattere virginale del matrimonio di Giuseppe e di Myriam custodisce il suo significato in un mondo dove le esigenze della sessualità sono messe in rilievo in modo tale da far dimenticare l’esigenza della comunione degli spiriti e dei cuori. L’agapê di Dio ha assunto la realtà dell’amore coniugale donandogli un senso nuovo. La contemplazione del mistero del Figlio di Dio fu per Giuseppe e Myriam il centro dell’esistenza coniugale. La preoccupazione del Regno di Dio è stata capace di integrare le forze dell’affettività.

La vita di Giuseppe era centrata sul servizio di Myriam e del suo figlio Gesù. La sua grandezza, il primo formatore di Gesù, è di rimandare a Cristo. Non conosciamo una sua parola. È il santo del silenzio. Il giudaismo non è ortodossia, ma ortoprassi. L’albero si riconosce dai frutti che dà.

di Frederic Manns