· Città del Vaticano ·

Le testimonianze di quattro giovani

«Chiudo gli occhi e sogno sorrisi»

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
04 dicembre 2021

Mariamie è partita dalla Repubblica Democratica del Congo con la valigia “piena” solo “di sogni”; Thamara, invece proviene dallo Sri Lanka, e si sente sempre chiedere: «Chi sei? A quale gruppo appartieni». E poi ci sono Maccolins, del Camerun, che nel corso della giovane vita è stato più volte “ferito dall’odio”, e Rozh, dell’Iraq, che si definisce “una persona in viaggio”, «costretto a viaggiare», specifica: con le loro storie, a volte sussurrate, a volte gridate ad alta voce, si sono presentati a Papa Francesco, per testimoniare cosa significhi vivere sulla propria pelle il dramma delle migrazioni.

Due ragazze e due ragazzi che nel corso della preghiera di ieri pomeriggio nella chiesa di Santa Croce a Nicosia, hanno raccontato la voglia di lasciarsi alle spalle pesanti fardelli di disperazione, per provare a sognare un futuro migliore.

A presentarli Elisabeth Chrysanthou, di Caritas Cyprus, che illustra al Pontefice l’attività di accoglienza svolta dall’organismo sull’isola. Tra le priorità c’è quella di «dare voce a chi altrimenti non sarebbe ascoltato, in particolare a quanti sono stati colpiti dagli eventi che hanno diviso» nel 1974 il Paese. Attualmente esso «accoglie più richiedenti asilo di qualsiasi altro dell’Unione europea», sottolinea, e la Caritas nazionale cerca di «rispondere alla sfida dell’accoglienza», assistendo «persone che fuggono dalle diverse crisi del Libano, del Medio Oriente e di regioni ancora più lontane».

Donne e uomini, denuncia, che hanno sperimentato «la violenza, l’inganno e le privazioni», ai quali si è sommata «la pandemia», affrontata «lontano da casa, senza alcuna certezza e sempre» in condizione di emarginazione.

Le domande
di Thamara

Ecco allora avvicendarsi sul palco Thamara e Maccolins. «Essendo lontana dalla mia casa, dalla mia famiglia, dal mio villaggio, dalla mia gente e dal mio Paese, mi viene spesso chiesto chi sono», dice la ragazza asiatica. «Le domande non sono fatte per ferire — spiega — ma sembrano colpi. “Chi sei?”, “Perché sei qui?”, “Qual è il tuo stato?”, “Ti aspetti di restare?”, “Dove andrai?”. Quello che posso essere o spero di essere o voglio diventare, devo ridurlo a un segno di spunta sulla casella di un modulo. Devo usare una o due parole per descrivermi. Cosa dico? Di solito devo scegliere tra xenos, straniera, “richiedente asilo”, “rifugiata”, “migrante”, “altro”, ma quello che voglio urlare è “persona”, “fratello”, “amico”, “credente”, “prossimo”», perché — conclude — io sono molte cose».

Le ferite di Maccolins

Invece si dichiara “ferito dall’odio” il giovane camerunese. «L’odio, una volta sperimentato, non può essere dimenticato. Mi ha cambiato», chiarisce, perché esso «assume molte forme orribili». E le descrive: c’è l’odio «che porta un essere umano a usare una pistola non solo per sparare a un altro, ma per rompergli le ossa mentre altri stanno a guardare»; e c’è quello «che fa violare la vita umana mentre si guarda freddamente negli occhi» la vittima; «così come l’odio che può essere calcolatore e insensibile» aggiunge, facendo l’esempio di chi semina mine, «consapevole che distruggeranno chiunque inconsapevolmente» vi passi sopra. «Sono ferito non solo dalla cattiveria che mutila, ferisce o uccide gli altri, ma dall’indifferenza e dall’abbandono che incendiano e distruggono foreste, sfregiano la Terra e inquinano l’acqua di cui ho bisogno per dissetarmi e sopravvivere. E sono addolorato per la mancanza di amore che mi fa sentire meno degli altri, non voluto, un peso; dall’odio sottile che mi deruba di una parola gentile, di un sorriso tanto necessario in una giornata fredda; dalle barriere che mi tengono ai margini della comunità in cui mi trovo», chiosa amareggiato.

Il viaggio di Rozh

L’iracheno Rozh prova a spiegare cosa significhi essere una persona in viaggio, costretta a «scappare dalla violenza, dalle bombe, dai coltelli, dalla fame e dal dolore»; «a percorrere strade polverose, spinto su camion, nascosto nei bauli delle auto, gettato in barche che perdevano acqua, ingannato, sfruttato, dimenticato, negato». Eppure, confida, «il mio viaggio è stato anche verso qualcosa. Viaggio ogni giorno, ansioso di raggiungere una nuova destinazione. Un luogo di sicurezza e salute, che offre libertà e scelte, dove posso dare e ricevere amore, dove posso praticare la mia fede e le mie usanze con orgoglio, condividendole con gli altri, dove posso osare speranza».

Le speranze
di Maramie

E infine Maramie, la ragazza dei sogni grandi e piccoli: «Ho grandi sogni: sogno un mondo — esordisce — in cui nessuno è costretto a combattere, arrendersi, fuggire o piangere, tranne forse per la gioia; in cui nessuno viene strappato dal proprio letto nel buio della notte lasciandosi dietro i giocattoli preferiti, abbandonando tutto per scappare». Insomma, sogna la pace: «Paesi che non combattono tra loro e persone dello stesso Paese che non si fanno male a vicenda, negandosi la libertà o i diritti umani». Ma sogna anche la bellezza, «il tipo di bellezza naturale che mi fa sorridere: bambini con i genitori, famiglie unite, fiori che sbocciano, acqua che scorre, voci che si levano in canti». E poi ci sono anche piccoli sogni: «Chiudo gli occhi e sogno l’odore della cucina di mia nonna, i campi dopo una buona pioggia che nutrirà i semi, la brezza marina. Sogno di essere la prima della mia classe e di diventare medico. E sogno di essere la benvenuta ovunque, in chiesa, in ogni classe e negozio. Sogno persone interessate a me, non sospettose e meno sorprese quando parlo con loro in greco e sogno altri che cercano di parlarmi in francese. Sogno sorrisi».