· Città del Vaticano ·

Un cantiere aperto per la pace nel Mediterraneo

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03 dicembre 2021

Una fila di luci al neon a forma di cedro del Libano indica la strada verso il quartiere maronita di Nicosia, capitale di Cipro. Il cancello di ferro davanti all’entrata della cattedrale di Nostra Signora delle Grazie è spalancato con la sua facciata elegante, completamente tirata a lucido per ricevere il Papa.

Nel bar libanese accanto c’è un’enorme parete piena di immagini e in vetrina spicca una foto del Pontefice con un saluto in arabo. Seduto a un tavolino accanto allo scaffale dei dolci, un fedele anziano molto emozionato sta facendo merenda. «Siamo molto felici dell’arrivo di Francesco. Almeno in questo modo il mondo si accorgerà che esistiamo», dice commentando la fotografia del Papa mentre ne sistema un’altra sul bancone. Una piccola folla di persone si è radunata davanti alla vetrina, dove lo schermo di una vecchia televisione trasmette la diretta all’interno della cattedrale.

Indicando i ritratti appesi sulla parete, il proprietario del locale ci spiega: «Durante la violenta invasione turca del 1974 sono morte moltissime persone, altre sono semplicemente scomparse, i loro corpi non sono mai stati ritrovati e da allora le loro famiglie vivono nell’incertezza. Soprattutto in una comunità piccola come quella dei maroniti a Cipro, ogni perdita provoca un grande dolore».

Qui, tutti sanno che una parte essenziale dell’identità culturale maronita è in pericolo imminente per via della sparizione del dialetto. Si stima che solo un maronita su cinque sia ancora in grado di parlarlo.

Nei luoghi di culto si utilizza il maronita siriaco, che somiglia all’aramaico, la lingua di Gesù. E soltanto qualche anno fa e sotto l’input del Consiglio europeo di Bruxelles, è stato riconosciuto come una lingua regionale minoritaria.  

Su quest’isola mediterranea, che fa da ponte tra Oriente e Occidente, vivono quasi 7.000 membri della comunità maronita, originari del Libano. Prendono il nome da san Marone, monaco siriaco del v secolo. Questa propaggine cristiana del Medio Oriente è sempre rimasta fedele a Roma.

«Anche solo la sua presenza qui per noi è una grazia» ha detto a «L’Osservatore Romano» il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei maroniti, che insieme con l’arcivescovo di Cipro dei Maroniti, monsignor Selim Jean Sfeir, ha accolto il Pontefice davanti all’ingresso principale della cattedrale. Una volta all’interno del tempio, con grande giubilo i fedeli hanno applaudito il Papa, mentre il coro intonava una particolare versione di bellissimi inni siriaci dei monaci maroniti e un nutrito gruppo di suore di San Giuseppe dell’Apparizione mostrava cartelli di ringraziamento al vescovo di Roma.

Dopo il canto iniziale, seguito dall’indirizzo di saluto del patriarca Raï, dalle testimonianze di due religiose e dalla lettura di un passo degli Atti degli apostoli, Francesco ha pronunciato il primo discorso del viaggio. E da questa cattedrale ha incoraggiato tutta la Chiesa a camminare sulle orme di Paolo, Barnaba e Marco, a essere una «Chiesa della pazienza», ad avere sempre un volto misericordioso e a imparare a valorizzare le differenze che esistono e che non vanno mai giudicate. «Anche nella confessione», dice ai sacerdoti, «non siate rigoristi».

Dopo l’incontro con i religiosi di Cipro, Francesco si è trasferito nel Palazzo presidenziale per la cerimonia ufficiale di benvenuto. Il presidente della Repubblica Nicos Anastasiades ha atteso il Papa all’esterno del Palazzo, in prossimità della statua dell’arcivescovo Makarios, che fu anche il primo capo dello Stato dopo l’indipendenza politica del 1960. Sono seguite la Guardia d’onore, l’esecuzione degli inni, la deposizione di fiori davanti alla statua di Makarios e la presentazione delle delegazioni. Quindi Anastasiades ha accompagnato il Papa all’interno. 

La visita di cortesia al presidente si è svolta privatamente, suggellata da un breve scambio di doni. Francesco ha offerto una formella della medaglia pontificia realizzata per la visita apostolica.

Ha poi avuto luogo l’incontro con le autorità locali, la società civile e il corpo diplomatico nella Ceremonial Hall, sala in cui si possono ammirare opere pittoriche di esponenti ciprioti dell’arte moderna e figurativa nazionale. Qualche minuto di incertezza dovuta alla mancanza di traduzione simultanea ha preceduto il discorso del presidente cipriota. Nicos Anastasiades ha espresso gratitudine per l’iniziativa di trasferire un gruppo di migranti da Cipro in Italia: iniziativa che «è, prima di tutto, un messaggio forte sulla necessità di una indispensabile revisione della politica di immigrazione dell’Ue, in modo che da un lato vi sia una divisione più equa della gestione dei problemi e dall’altro una vita più umana per coloro che immigrano negli Stati membri».

Infatti i dati dimostrano che tra i 27 membri dell’Unione europea l’isola mediterranea di Cipro è ad oggi il Paese che riceve più richieste di asilo in rapporto alla popolazione, che sfiora il milione di abitanti. Le cifre, secondo fonti ufficiali cipriote, indicano che le richieste di asilo superano il 4% della popolazione locale. Oltre 9.000 dei 12.695 arrivi nella Repubblica di Cipro nei primi dieci mesi del 2021 hanno attraversato la “linea verde”, ossia la zona demilitarizzata lunga 180 chilometri, istituita dall’Onu nel 1974 seguendo la linea del cessate il fuoco stabilita dopo l’intervento militare dell’esercito turco. Con la chiusura di molte frontiere terrestri in tutta la rotta balcanica e l’inasprimento delle politiche migratorie, il Paese è ora in prima linea per l’attuale ciclo dei flussi migratori europei.

Il presidente Anastasiades ha ricordato che Cipro è oggi un Paese diviso in due, con la metà settentrionale occupata dall’esercito turco, e che i ciprioti aspirano a una soluzione duratura e praticabile che permetta a tutti di vivere in pace e di trarre beneficio dall’appartenenza del Paese all’Ue, di cui fa formalmente parte dal maggio 2004, pur non avendo raggiunto l’obiettivo di entrarvi come Paese riunito. «Siete una porta aperta, un porto che congiunge»,  è stata la risposta del Pontefice.  «La pace non nasce spesso dai grandi personaggi, ma dalla determinazione quotidiana dei più piccoli», ha fatto notare il Papa.

Tra gli applausi, Francesco ha lasciato il Palazzo per dirigersi alla nunziatura apostolica, sua residenza in terra cipriota, dove ha pernottato.

dalla nostra inviata
Silvina Pérez