· Città del Vaticano ·

Con le autorità politiche, religiose e civili nel Palazzo presidenziale

Gesti di forza e ritorsioni
non favoriscono
la via della pace

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03 dicembre 2021

Lasciata la cattedrale maronita a Nicosia, nel tardo pomeriggio di ieri, giovedì 2 dicembre, Francesco si è recato in auto al Palazzo presidenziale per la cerimonia di benvenuto a Cipro e la visita di cortesia al presidente della Repubblica, Nicos Anastasiades. Al termine dell’incontro privato, il capo dello Stato e il Papa hanno raggiunto la Ceremonial Hall della residenza per rivolgersi alle autorità politiche e religiose, ai rappresentanti della società civile e ai membri del corpo diplomatico accreditati presso la capitale cipriota. Dopo il discorso di Anastasiades, il Pontefice ha pronunciato le parole che pubblichiamo di seguito.

Signor Presidente della Repubblica,
Membri del Governo e del Corpo diplomatico,
distinte Autorità religiose e civili,
insigni Rappresentanti della società e del mondo della cultura,
Signore e Signori!

Vi saluto cordialmente, manifestandovi la mia gioia di essere qui. Ringrazio Lei, Signor Presidente, per l’accoglienza che mi ha riservato a nome dell’intera popolazione. Sono venuto pellegrino in un Paese piccolo per la geografia ma grande per la storia; in un’isola che nei secoli non ha isolato le genti, ma le ha collegate; in una terra il cui confine è il mare; in un luogo che segna la porta orientale dell’Europa e la porta occidentale del Medio Oriente. Siete una porta aperta, un porto che congiunge: Cipro, crocevia di civiltà, porta in sé la vocazione innata all’incontro, favorita dal carattere accogliente dei Ciprioti.

Abbiamo appena omaggiato il primo Presidente di questa Repubblica, l’Arcivescovo Makarios, e nel compiere tale gesto ho desiderato omaggiare tutti i cittadini. Il suo nome, Makarios, evoca le parole iniziali del primo discorso di Gesù: le Beatitudini (cfr. Mt 5, 3-12). Chi è makarios, chi è veramente beato secondo la fede cristiana, a cui questa terra è inscindibilmente legata? Beati possono essere tutti, e sono anzitutto i poveri in spirito, i feriti dalla vita, coloro che vivono con mitezza e misericordia, quanti senza apparire praticano la giustizia e costruiscono la pace. Le Beatitudini, cari amici, sono la perenne costituzione del cristianesimo. Viverle permette al Vangelo di essere sempre giovane e di fecondare la società di speranza. Le Beatitudini sono la bussola per orientare, a ogni latitudine, le rotte che i cristiani affrontano nel viaggio della vita.

Proprio da qui, dove Europa e Oriente si incontrano, è cominciata la prima grande inculturazione del Vangelo nel continente ed è per me emozionante ripercorrere i passi dei grandi missionari delle origini, in particolare dei santi Paolo, Barnaba e Marco. Eccomi dunque pellegrino tra di voi per camminare con voi, cari Ciprioti; con tutti voi, nel desiderio che la buona notizia del Vangelo da qui porti all’Europa un lieto messaggio nel segno delle Beatitudini. Quello che infatti i primi cristiani donarono al mondo con la forza mite dello Spirito fu un inaudito messaggio di bellezza. Fu la novità sorprendente della beatitudine a portata di tutti a conquistare i cuori e le libertà di molti. Questo Paese ha un’eredità particolare in tal senso, come messaggero di bellezza tra i continenti. Cipro traluce di bellezza nel suo territorio, che va tutelato e custodito con politiche ambientali opportune e concertate con i vicini. La bellezza traspare anche nell’architettura, nell’arte, in particolare sacra, nell’artigianato religioso, nei tanti tesori archeologici. Traendo dal mare che ci circonda un’immagine, vorrei dire che quest’isola rappresenta una perla di grande valore nel cuore del Mediterraneo.

Una perla, infatti, diventa quello che è perché si forma nel tempo: richiede anni perché le varie stratificazioni la rendano compatta e lucente. Così la bellezza di questa terra deriva dalle culture che nei secoli si sono incontrate e mescolate. Anche oggi la luce di Cipro ha molte sfaccettature: tanti sono i popoli e le genti che, con diverse tinte, compongono la gamma cromatica di questa popolazione. Penso pure alla presenza di molti immigrati, percentualmente la più rilevante tra i Paesi dell’Unione Europea. Custodire la bellezza multicolore e poliedrica dell’insieme non è facile. Richiede, come nella formazione della perla, tempo e pazienza, domanda uno sguardo ampio che abbracci la varietà delle culture e si protenda al futuro con lungimiranza. È importante, in questo senso, tutelare e promuovere ogni componente della società, in modo speciale quelle statisticamente minoritarie. Penso anche a vari enti cattolici che beneficerebbero di un opportuno riconoscimento istituzionale, perché il contributo che recano alla società attraverso le loro attività, in particolare educative e caritative, sia ben definito dal punto di vista legale.

Una perla porta alla luce la sua bellezza in circostanze difficili. Nasce nell’oscurità, quando l’ostrica “soffre” dopo aver subito una visita inattesa che ne mina l’incolumità, come ad esempio un granello di sabbia che la irrita. Per proteggersi reagisce assimilando quanto l’ha ferita: avvolge ciò che per lei è pericoloso ed estraneo e lo trasforma in bellezza, in una perla. La perla di Cipro è stata oscurata dalla pandemia, che ha impedito a tanti visitatori di accedervi e di vederne la bellezza, aggravando, come in altri luoghi, le conseguenze della crisi economico-finanziaria. In questo periodo di ripresa non sarà tuttavia la foga di recuperare quanto perduto a garantire uno sviluppo solido e duraturo, ma l’impegno a promuovere il risanamento della società, in particolare attraverso una decisa lotta alla corruzione e alle piaghe che ledono la dignità della persona; penso ad esempio al traffico di esseri umani.

Ma la ferita che più soffre questa terra è data dalla terribile lacerazione che ha subito negli ultimi decenni. Penso al patimento interiore di quanti non possono tornare alle loro case e ai loro luoghi di culto. Prego per la vostra pace, per la pace di tutta l’isola, e la auspico con tutte le forze. La via della pace, che risana i conflitti e rigenera la bellezza della fraternità, è segnata da una parola: dialogo, che Lei, Signor Presidente, ha ripetuto tante volte. Dobbiamo aiutarci a credere nella forza paziente e mite del dialogo, quella forza della pazienza, di “portare sulle spalle”, hypomoné, attingendola dalle Beatitudini. Sappiamo che non è una strada facile; è lunga e tortuosa, ma non ci sono alternative per giungere alla riconciliazione. Alimentiamo la speranza con la forza dei gesti anziché sperare in gesti di forza. Perché c’è un potere dei gesti che prepara la pace: non quello dei gesti di potere, delle minacce di ritorsione e delle dimostrazioni di potenza, ma quello dei gesti di distensione, dei concreti passi di dialogo. Penso, ad esempio, all’impegno a disporsi a un confronto sincero che metta al primo posto le esigenze della popolazione, a un coinvolgimento sempre più fattivo della Comunità internazionale, alla salvaguardia del patrimonio religioso e culturale, alla restituzione di quanto in tal senso è particolarmente caro alla gente, come i luoghi o almeno le suppellettili sacre. A questo proposito, vorrei esprimere apprezzamento e incoraggiamento nei riguardi del Religious Track of the Cyprus Peace Project, promosso dall’Ambasciata di Svezia, perché tra i Capi religiosi si coltivi il dialogo.

Proprio i tempi che non paiono propizi e nei quali il dialogo langue sono quelli che possono preparare la pace. Ce lo ricorda ancora la perla, che diventa tale nella pazienza oscura di tessere sostanze nuove insieme all’agente che l’ha ferita. In questi frangenti non si lasci prevalere l’odio, non si rinunci a curare le ferite, non si dimentichi la situazione delle persone scomparse. E quando viene la tentazione di scoraggiarsi, si pensi alle generazioni future, che desiderano ereditare un mondo pacificato, collaborativo, coeso, non abitato da rivalità perenni e inquinato da contese irrisolte. A questo serve il dialogo, senza il quale crescono sospetto e risentimento. Ci sia di riferimento il Mediterraneo, ora purtroppo luogo di conflitti e di tragedie umanitarie; nella sua bellezza profonda è il mare nostrum, il mare di tutti i popoli che vi si affacciano per essere collegati, non divisi. Cipro, crocevia geografico, storico, culturale e religioso, ha questa posizione per attuare un’azione di pace. Sia un cantiere aperto di pace nel Mediterraneo.

La pace non nasce spesso dai grandi personaggi, ma dalla determinazione quotidiana — tutti i giorni — dei più piccoli. Il continente europeo ha bisogno di riconciliazione e di unità, ha bisogno di coraggio e di slancio per camminare in avanti. Perché non saranno i muri della paura e i veti dettati da interessi nazionalisti ad aiutarne il progresso, e neppure la sola ripresa economica potrà garantirne sicurezza e stabilità. Guardiamo alla storia di Cipro e vediamo come l’incontro e l’accoglienza hanno portato frutti benefici a lungo termine. Non solo in riferimento alla storia del cristianesimo, per la quale Cipro fu “il trampolino di lancio” nel continente, ma anche per la costruzione di una società che ha trovato la propria ricchezza nell’integrazione. Questo spirito di allargamento, questa capacità di guardare oltre i propri confini ringiovanisce, permette di ritrovare la lucentezza perduta.

Riferendosi a Cipro, gli Atti degli Apostoli raccontano che Paolo e Barnaba per giungere a Pafos “attraversarono tutta l’isola” (cfr. At 13, 6). È per me una gioia attraversare in questi giorni la storia e l’animo di questa terra, con il desiderio che il suo anelito di unità e il suo messaggio di bellezza continuino a guidarne il cammino. O Theós na evloghí tin Kípro! [Dio benedica Cipro!]