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Hic sunt leones

Africa: luci e ombre sulle criptovalute

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03 dicembre 2021

Le nuove tecnologie stanno determinando un cambiamento radicale nell’economia globale, sotto il profilo delle modalità di scambio di beni, servizi e ogni attività finanziaria. Tale sviluppo è stato favorito dai progressi della crittografia — ovvero dall’applicazione di metodi che servono per rendere un messaggio comprensibile/intelligibile solo a persone autorizzate a leggerlo — e dalle molteplici e costanti evoluzioni della rete internettiana. Tra le più significative applicazioni della tecnologia digitale al settore finanziario spiccano certamente le criptovalute (o valute virtuali), la più nota delle quali è il bitcoin.

Da rilevare che il continente africano non è estraneo a questa fenomenologia che andrebbe meglio studiata e conosciuta al fine di valutarne l’impatto dal punto di vista sociale ed economico. È importante tenere presente che stiamo parlando di denaro nascosto (cripto), nel senso che è visibile/utilizzabile solo conoscendo un determinato codice informatico, vale a dire disponendo delle chiavi di accesso.

Pertanto tale valuta non esiste in forma fisica ma virtuale; essa infatti si genera e si scambia esclusivamente per via telematica. Non è dunque possibile trovare in circolazione le criptovalute in formato cartaceo o metallico come nel caso dei dollari o degli euro. La prima criptovaluta venne creata nel 2009 da uno o più hacker con lo pseudonimo “Satoshi Nakamoto”.

Diversamente dalle tradizionali valute a corso legale, il bitcoin, come tutte le criptovalute oggi in circolazione, non ha dietro una Banca centrale che distribuisce nuova moneta, ma si basa fondamentalmente su due principi: un network di nodi, cioè di pc, che la gestiscono in modalità distribuita, peer-to-peer (ovvero tra due dispositivi direttamente, senza necessità di intermediari); e l’uso di una forte crittografia per validare e rendere sicure le transazioni.

Come rileva la Consob (Commissione nazionale per le società e la Borsa in Italia), «in un contesto di assenza di obblighi informativi e di regole di trasparenza, le piattaforme di scambio sono esposte a elevati rischi operativi e di sicurezza: esse, infatti, a differenza degli intermediari autorizzati, non sono tenute ad alcuna garanzia di qualità del servizio, né devono rispettare requisiti patrimoniali o procedure di controllo interno e gestione dei rischi, con conseguente elevata probabilità di frodi ed esposizione al cybercrime».

In termini generali, il settore bancario e quello finanziario guardano con diffidenza e riluttanza alle criptovalute, temendo che esse, facendo leva sulla possibilità di trasmettere valore senza l’intervento dei tradizionali intermediari, possano finire per spiazzare il business normalmente svolto nel contesto dell’economia reale e finanziaria.

Sebbene i bitcoin abbiano riscosso un notevole successo sul cosiddetto mercato virtuale, oggi sono presenti in rete molte altre criptovalute emergenti in grado di offrire, a detta degli esperti, profitti maggiori, in particolare per coloro che investono con il trading online o intendono scambiare le criptovalute al momento opportuno, così da generare un profitto considerevole.

La popolazione dell’Africa subsahariana, che per il 57 per cento non ha ancora accesso ai servizi bancari, sta manifestando grande interesse, in alcune sue componenti, verso le criptovalute. Ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori che vanno dalla debolezza delle monete locali, ai tassi di cambio volatili; dai sistemi politici e bancari instabili, alle restrizioni finanziarie; dai i rischi d’inflazione alla poca fiducia nelle istituzioni locali.

L’economista Paolo Raimondi spiega che «possono essere usate, e lo sono già, per le rimesse dei migranti. I costi di transizione sono inferiori a quelli dei centri di money transfer. Il volume di rimesse, stando agli ultimi rilevamenti operati da agenzie internazionali specializzate, supererebbe i 50 miliardi di dollari in criptomonete. Per esempio, un terzo degli utenti della criptovaluta denominata paxful si trova in Africa, in particolare in Nigeria, dove se ne contano già un milione e mezzo».

È dunque evidente che per un popolo giovane e nativo digitale qual è appunto quello afro (oltre 1,3 miliardi di persone, destinate a diventare 2,5 miliardi entro il 2050), che peraltro già da tempo utilizza largamente il denaro online, con applicazioni come M-Pesa (di proprietà di Vodafone), le criptovalute offrono vantaggi enormi. Basti pensare che il mercato del denaro in criptovalute inviato alle famiglie in Africa, da chi si è stabilito altrove, consente alla gente di risparmiare complessivamente almeno 2 miliardi di dollari che altrimenti sarebbero stati spesi in costi di transazione.

Secondo Chainalysis, la società privata di New York che studia le applicazioni delle nuove tecnologie chiamate blockchain, nel 2020 il mercato delle criptovalute in Africa è cresciuto più del 1200 per cento.

«Ciò che colpisce particolarmente — rileva Raimondi — è il fatto che nella top list internazionale dei 20 paesi, primi per il loro utilizzo, 5 sono africani, la Nigeria, il Kenya, il Togo, il Sud Africa e la Tanzania. Per l’Africa non si tratta della quota del mercato ma del numero di cittadini coinvolti. Il successo delle criptovalute in Africa è stato anche confermato dal World Economic Forum secondo cui nel 2020 il settore, a livello continentale, sarebbe cresciuto di 105,6 miliardi di dollari».

Ecco che allora oggi attraverso un normale smartphone è possibile accedere ai cosiddetti registri digitali che hanno il compito di memorizzare le transazioni di dati tra diverse parti collegate tra loro in modo aperto e protetto. Molti utenti, anziché acquistare una criptovaluta aprendo un conto exchange, con l’intento di conservarla in un portafoglio digitale (wallet), per poi trarne profitto dall’aumento del suo prezzo, si espongono direttamente sul mercato delle criptovalute affidandosi a congegnosi sistemi che costringono al gioco d’azzardo.

Infatti, le criptovalute, che attualmente risultano essere diverse centinaia, sono estremamente volatili, è quindi non è facile capire quali possano essere i fattori in grado di influenzarne gli andamenti di mercato.

Il vero problema sta nel fatto che l’andamento altalenante delle criptovalute va ben al di là della semplice volatilità, trattandosi di vere e proprie speculazioni forsennate, fuori da ogni controllo. «La loro capitalizzazione totale, a livello globale — dice Raimondi — è passata dai 16 miliardi di dollari di 5 anni fa a oltre 2.300 miliardi di oggi. Sono diventate un potenziale “rischio sistemico”. Com’è comprensibile, i governi e le banche centrali del mondo sono giustamente preoccupati per la tenuta del sistema monetario. Sottraendosi a ogni controllo, le criptovalute possono anche essere usate da organizzazioni criminali e terroristiche». Recentemente, la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) e il g7 hanno definito le criptovalute una «crescente minaccia alla politica monetaria, alla stabilità finanziaria e alla concorrenza». Essendo fuori dal controllo delle autorità governative e dalle banche centrali, le criptovalute sono, alla prova dei fatti, monete digitali private che non hanno alcuna garanzia né controllo.

Sta di fatto che i governi africani sono preoccupati del fenomeno. Ad esempio l’Algeria ha tassativamente proibito l’acquisto di cripto valute, pena il carcere, mente la Nigeria che deve misurarsi con un tasso di inflazione del 12 per cento circa, ha affermato che per il momento non è in grado di controllare e regolamentare il mercato, ma ha comunque lanciato lo scorso ottobre l’E-naira, moneta virtuale prodotta dalla Banca centrale per promuovere l’inclusione economica e facilitare i trasferimenti di denaro all’estero.

Se da una parte le criptovalute e il blockchain possono essere uno stimolo per la crescita economica del continente — come peraltro si evince dal rapporto Smart Africa del governo tedesco — la digitalizzazione dei pagamenti e dei trasferimenti monetari esige regole certe per la tutela degli interessi pubblici e privati, in Africa e nel resto del mondo.

La posta in gioco è alta perché, andando avanti di questo passo, è a rischio la sovranità monetaria degli Stati.

di Giulio Albanese