· Città del Vaticano ·

Il magistero

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
02 dicembre 2021

Giovedì 25 novembre

Audacia
speranza
coraggio

Il tema che avete scelto sintetizza l’atteggiamento con cui abbiamo cercato di affrontare questo tempo condizionato dalla pandemia. L’audacia, la speranza, la creatività e il coraggio non sono sinonimi, ma rappresentano una connessione di intenti, di virtù, di aperture.

Contro ogni buonismo di facciata e contro ogni fatalismo, Gesù invita le folle a impiegare con coraggio i propri talenti.

Non ha importanza quanti e quali siano... chiede di rischiare per moltiplicarli.

Quando si resta ripiegati in sé stessi con il solo obiettivo di conservare l’esistente, per il Vangelo siamo perdenti.

Rinnovo l’invito a camminare nella speranza. Essa è “come buttare l’ancora all’altra riva”. Chi spera sa di essere parte di una storia costruita da altri e ricevuta in dono. E deve far fruttificare questo dono.

Continuate a impegnarvi seguendo la strada che don Adriano Vincenzi ha tracciato per la conoscenza e la formazione alla dottrina sociale della Chiesa. Come recita lo slogan di questa edizione: Ovunque siete, costruite il cambiamento... perché dalla crisi non si esce uguali.

(Videomessaggio al festival della Dottrina sociale della Chiesa, svoltosi a Verona)

Venerdì 26

Fraternità
e amicizia
sociale
per ricostruire
un mondo
ferito

Non possiamo dimenticare un sognatore profondo, che diede impulso alla creazione di questo forum: il cardinale Eduardo Pironio.

È stato un uomo dalle radici profonde... Ha amato l’Azione cattolica (Ac) e creduto nella sua vocazione laicale missionaria.

L’Ac ha aperto nuove prospettive nel campo della responsabilità del laico.

Molti formati dall’Ac hanno messo verità, profondità e Vangelo in ambiti civili, spesso vietati alla fede.

I santi e i beati laici dell’Ac sono una ricchezza. Ma nel cammino dell’Ac, come in quello della Chiesa stessa, ci sono stati, ci sono e ci saranno luci e ombre, momenti di disorientamento, di stanchezza, d’indifferenza, di timore.

La grande tentazione nei momenti di crisi è rinchiudersi, aspettando nascosti e accarezzando ricordi.

Per non dimenticarci chi siamo e verso dove andiamo, diventa imprescindibile ricordare — come faceva il popolo di Dio nel deserto — qual è la nostra origine, conoscere il cuore della madre che ci ha dato alla luce.

E l’Ac ha la sua origine nel seno della Chiesa. Non ha nessun fondatore né carisma particolarissimo. Il suo fine è quello della Chiesa: l’evangelizzazione.

Non assume come proprio l’uno o l’altro campo di apostolato. Pertanto il “carisma proprio” è non avere nulla di proprio, ma offrire disponibilità a tutti i bisogni.

Stiamo ancora attraversando la pandemia... È risultato evidente lo stato di vulnerabilità di cui soffrono centinaia di milioni di uomini e donne nel nostro pianeta.

Tutta l’umanità è colpita allo stesso modo. Ci scopriamo uguali nel bisogno, anche se diversi nelle possibilità.

Tutti, incluso me, abbiamo provato questa esperienza d’impotenza.

Tutto è globale, persino il virus è diventato globale! Voi avete una missione globale mentre ricorrono i vostri primi trent’anni celebrarli è una sfida e un invito.

Sfida a scoprire da dove passa la vita e la storia dei nostri popoli, senza pregiudizi, senza paure, senza classificazioni.

Invito a stare dove vanno i vostri interessi, le preoccupazioni, le ferite più profonde e le angosce più grandi.

Non c’è povertà più grande di non avere Dio.

L’Ac non deve formare per il cristiano futuro, ma deve e ha bisogno di accompagnare il processo di fede del cristiano presente.

Desidero chiedervi tre cose: che il Forum senta molto profondamente l’urgenza di lavorare a favore della fratellanza e dell’amicizia sociale come mezzi di ricostruzione di un mondo ferito; che seminiate l’idea che l’autentica spiritualità cristiana è quella che affonda nel desiderio di santità e questo è un cammino che parte dalle beatitudini e che si realizza da Matteo 25, amando e lavorando per i fratelli più sofferenti; che lo spirito che anima i vostri progetti e lavori sia quello di essere una Chiesa in uscita che vive la dolce e confortante gioia di evangelizzare; e che si noti.

(Lettera per i 30 anni del forum internazionale
di Azione cattolica
)

Domenica 28

Per non essere “cristiani
addormentati”

Il Vangelo della prima domenica di Avvento, cioè di preparazione al Natale, parla della fine dei tempi. Gesù annuncia eventi desolanti e tribolazioni, ma invita a non avere paura.

Nei momenti in cui tutto sembra finito il Signore viene a salvarci... anche nel cuore delle tribolazioni, nelle crisi e nei drammi.

Ma come si fa ad alzare il capo, a non farci assorbire dalle difficoltà, dalle sofferenze, dalle sconfitte?

Gesù ci indica la via: “Vegliate”, la vigilanza [che] è legata all’attenzione: non distraetevi, restate svegli!

Vigilare significa non permettere che il cuore si impigrisca e che la vita spirituale si ammorbidisca nella mediocrità.

Fare attenzione perché si può essere “cristiani addormentati”, senza slancio spirituale, senza ardore nel pregare — pregano come dei pappagalli — senza entusiasmo per la missione, per il Vangelo.

Cristiani che guardano sempre dentro, incapaci di guardare all’orizzonte.

Questo porta a “sonnecchiare”, tirare avanti per inerzia, cadere nell’apatia.

Questa è una vita triste... non c’è felicità. Gli affanni ci appesantiscono. Dunque, è una buona occasione per chiederci: che cosa mi fa accomodare sulla poltrona della pigrizia? Quali mediocrità mi paralizzano, quali vizi mi schiacciano a terra?

Riguardo ai pesi che gravano sulle spalle dei fratelli, sono attento o indifferente?

L’accidia è un grande nemico della vita spirituale... è quella pigrizia che fa precipitare nella tristezza, che toglie il gusto di vivere. È uno spirito negativo... cattivo che inchioda l’anima nel torpore.

Il segreto per essere vigilanti è la preghiera... che tiene accesa la lampada del cuore.

Specialmente quando sentiamo che l’entusiasmo si raffredda, la preghiera lo riaccende, perché ci riporta a Dio... risveglia l’anima dal sonno e la focalizza sul fine dell’esistenza.

Anche nelle giornate più piene, non tralasciamo la preghiera. In Avvento abituarci a dire “Vieni, Signore Gesù”.

(Angelus in piazza San Pietro)

Lunedì 29

Non sfruttare sofferenza
e disperazione per fini
politici

Vorrei esprimere le mie felicitazioni all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni per i suoi 70 anni di servizio. Questo importante evento, nonostante le molteplici sfide poste dalla Pandemia offre l’occasione di rinnovare il nostro impegno attraverso una risposta più degna al fenomeno migratorio.

Dieci anni fa, su decisione del mio predecessore Benedetto xvi , la Santa Sede ha scelto di diventare Stato membro di questa Organizzazione per affermare la dimensione etica degli spostamenti di popolazione; offrire, attraverso la sua esperienza e la sua consolidata rete di associazioni sul campo in tutto il mondo, la collaborazione della Chiesa cattolica ai servizi internazionali dedicati alle persone sradicate; prestare un’assistenza integrale in funzione dei bisogni, senza distinzioni, basata sulla dignità inerente a tutti i membri della stessa famiglia umana.

Non dobbiamo lasciarci sorprendere dal numero dei migranti, bensì incontrarci con tutti loro come persone.

Nella maggior parte delle principali tradizioni religiose troviamo l’insegnamento che ci esorta a trattare gli altri come vogliamo che trattino noi.

Spesso sentiamo parlare di quello che fanno gli Stati per accogliere i migranti. Ma è altrettanto importante domandarsi: quali benefici apportano i migranti alle comunità che li accolgono?

Nei mercati dei paesi a reddito medio-alto la manodopera migrante è richiesta e benaccetta. [Ma] i migranti sono generalmente rifiutati e soggetti ad atteggiamenti risentiti.

Purtroppo questo duplice standard deriva dal prevalere degli interessi economici sui bisogni della persona umana.

Tale tendenza è apparsa particolarmente evidente durante le “chiusure” del Covid-19, quando molti dei lavoratori “essenziali” erano migranti, ma non sono stati concessi loro i programmi di aiuto economico e neanche l’accesso all’assistenza sanitaria e le vaccinazioni.

Ancora più deplorevole è il fatto che i migranti vengano utilizzati sempre più come moneta di scambio, come pedoni di una scacchiera, vittime di rivalità politiche. Come possono prevalere le considerazioni politiche quando a essere in gioco è la dignità della persona umana?

La mancanza basilare di rispetto umano alle frontiere nazionali ci sminuisce tutti nella nostra “umanità”.

I migranti rendono visibili il vincolo che unisce tutta la famiglia umana, la ricchezza delle culture e la risorsa per gli scambi in materia di sviluppo e le reti commerciali costituita dalle comunità della diaspora.

La famiglia migrante è una componente essenziale delle comunità del nostro mondo globalizzato, ma in troppi paesi si negano ai lavoratori migranti i benefici e la stabilità della vita familiare a causa d’impedimenti legali.

La comunità internazionale deve affrontare con urgenza le condizioni che danno luogo alla migrazione irregolare, facendo così della migrazione una scelta ben informata e non una necessità disperata.

Non è solo una storia di migranti ma di disuguaglianze, disperazione, degrado ambientale, cambiamento climatico, ma anche di sogni, di coraggio, di studi all’estero, di riunificazione familiare, di nuove opportunità, di sicurezza e protezione, e di lavoro duro ma dignitoso.

Non dobbiamo però mai dimenticare che non si tratta di statistiche, bensì di persone reali la cui vita è in gioco.

(Messaggio letto in video
dal cardinale segretario di Stato,
in occasione del 70º anniversario dell’Oim)

Martedì 30

Ortodossi
e cattolici
lavorino sempre più insieme

In occasione della festa dell’apostolo Andrea, …, il mio pensiero si volge a lei, amato fratello in Cristo, e alla Chiesa che nostro Signore Gesù ha affidato al suo ministero.

È stato per me fonte di gioia il fatto che durante la sua recente visita a Roma siamo stati capaci … di esprimere il nostro impegno comune ad affrontare questioni di cruciale importanza per la famiglia umana, tra le quali la cura del creato, l’educazione delle future generazioni, il dialogo tra le diverse tradizioni religiose e la ricerca della pace.

Pur riconoscendo che restano questioni teologiche ed ecclesiologiche al centro del lavoro del nostro costante dialogo teologico, è mia speranza che Cattolici e Ortodossi possano lavorare sempre più insieme in quelle aree in cui non solo è possibile, ma addirittura imperativo farlo.

La piena unità alla quale aneliamo è, naturalmente, un dono di Dio, mediante la grazia dello Spirito Santo.

Possa nostro Signore aiutarci a essere pronti ad abbracciare questo dono attraverso la preghiera, la conversione interiore e l’apertura a cercare e a offrire perdono.

(Messaggio al Patriarca ecumenico per la festa
di sant’Andrea, letto dal cardinale Koch al Fanar
)

Mercoledì 1 dicembre

Amare significa scegliere la
responsabilità della vita

Continuiamo il cammino di riflessione su San Giuseppe. Vorrei approfondire il suo essere “giusto” e “promesso sposo di Maria”, e dare un messaggio a fidanzati e novelli sposi.

Per comprendere il comportamento di Giuseppe nei confronti di Maria, è utile ricordare le usanze dell’antico Israele.

Il matrimonio comprendeva due fasi ben definite.

La prima era un fidanzamento ufficiale: la donna, pur continuando a vivere nella casa paterna ancora per un anno, era considerata di fatto “moglie” del promesso sposo.

Il secondo atto era il trasferimento alla casa dello sposo. Avveniva con una festosa processione, che completava il matrimonio. E le amiche della sposa la accompagnavano.

In base a queste usanze, il fatto che «prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta», esponeva la Vergine all’accusa di adulterio.

E questa colpa, secondo la Legge doveva essere punita con la lapidazione.

Tuttavia, nella prassi aveva preso piede un’interpretazione più moderata che imponeva solo l’atto del ripudio.

Il Vangelo dice che Giuseppe era “giusto” perché sottomesso alla legge come ogni uomo pio israelita.

Ma l’amore per Maria e la fiducia che ha in lei gli suggeriscono un modo che salvi l’osservanza della legge e l’onore della sposa: decide di darle l’atto di ripudio in segreto, senza clamore, senza sottoporla umiliazione pubblica.

Sceglie la via della riservatezza, senza processo e rivalsa.

Quanta santità in Giuseppe! Noi, che appena abbiamo una notizia un po’ brutta su qualcuno, andiamo al chiacchiericcio subito!

Giuseppe invece sta zitto.

Subito interviene nel discernimento di Giuseppe la voce di Dio che, attraverso un sogno, gli svela un significato più grande della sua giustizia.

Coltivare
una vita giusta

Quanto è importante per ciascuno di noi coltivare una vita giusta e allo stesso tempo sentirci sempre bisognosi dell’aiuto di Dio!

Tante volte ci sentiamo prigionieri di quello che ci è accaduto... La tentazione è chiuderci in quel dolore, in quel pensiero delle cose non belle che sono successe.

Questo non fa bene... porta alla tristezza e all’amarezza.

Maria e Giuseppe sono due fidanzati che probabilmente hanno coltivato dei sogni e delle aspettative rispetto al futuro.

Dio sembra inserirsi come un imprevisto nella vicenda e, seppure con una iniziale fatica, entrambi spalancano il cuore alla realtà.

La logica
dell’amore
maturo

Molto spesso la vita non è come la immaginiamo. Soprattutto nei rapporti di amore, di affetto, facciamo fatica a passare dalla logica dell’innamoramento a quella dell’amore maturo.

La prima fase è sempre segnata da un certo incanto, che ci fa vivere immersi in un immaginario che spesso non corrisponde alla realtà dei fatti.

Ma proprio quando l’innamoramento con le sue aspettative sembra finire, lì può cominciare l’amore vero.

Amare infatti non è pretendere che l’altro o la vita corrisponda alla nostra immaginazione; significa piuttosto scegliere in piena libertà di prendersi la responsabilità della vita così come ci si offre.

Ecco perché Giuseppe ci dà una lezione importante, sceglie Maria “a occhi aperti”. E possiamo dire con tutti i rischi.

Pensate, nel Vangelo di Giovanni, un rimprovero che fanno i dottori della legge a Gesù è questo: “Noi non siamo figli che provengono di là”, in riferimento alla prostituzione. Ma perché questi sapevano come Maria è rimasta incinta e volevano sporcare la mamma di Gesù. Per me è il passaggio più sporco, più demoniaco del Vangelo. E il rischio di Giuseppe ci dà questa lezione: prende la vita come viene. Dio è intervenuto lì? La prendo. E Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo del Signore: Dice infatti il Vangelo: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Mt 1, 24-25).

I fidanzati cristiani sono chiamati a testimoniare un amore così, che abbia il coraggio di passare dalle logiche dell’innamoramento a quelle dell’amore maturo.

E questa è una scelta esigente, che invece di imprigionare la vita, può fortificare l’amore perché sia durevole di fronte alle prove del tempo. L’amore di una coppia va avanti nella vita e matura ogni giorno.

L’amore del fidanzamento è un po’ romantico. Voi lo avete vissuto tutto, ma poi comincia l’amore maturo, di tutti i giorni, il lavoro, i bambini che arrivano.

E alle volte quel romanticismo sparisce un po’. Ma non c’è amore? Sì, ma amore maturo.

“Ma sa, padre, noi delle volte litighiamo...”. Questo succede dal tempo di Adamo ed Eva: che gli sposi litigano è il pane nostro di ogni giorno.

Ma come fare perché questo non danneggi la vita del matrimonio? non finire mai la giornata senza fare la pace.

Perché la guerra fredda del giorno dopo è pericolosissima.

Non permettere che il giorno dopo incominci in guerra.

Fare la pace prima di andare a letto.

Questo percorso dall’innamoramento all’amore maturo è una scelta esigente, ma dobbiamo andare su quella strada.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi)