· Città del Vaticano ·

In un’intervista le speranze del parroco

Sull’isola di Lesbo
tra i profughi dimenticati

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01 dicembre 2021

A poco a poco, lo tsunami umano proveniente dal mare carico di disperati in fuga si è trasformato in un rivolo di ritorni volontari dall’isola considerata luogo emblema della crisi migratoria del 2015 nel Mediterraneo orientale. Lesbo da tempo è al centro dei flussi di profughi siriani che dalla Turchia puntano all’Europa a bordo di barconi, anche in condizioni drammatiche. Oggi il numero di arrivi in Grecia, e in particolare a Lesbo, è diminuito notevolmente nel 2021. Secondo i dati dell’Unhcr, 925 persone sono entrate irregolarmente nelle isole dell’Egeo tra il 1° gennaio e l’11 aprile 2021, la maggior parte delle quali è sbarcata sull’isola. Nello stesso periodo dell’anno scorso gli arrivi sono stati 7.591, il che significa che c’è stato un calo dell’89 per cento. I numeri stanno diminuendo, ma i problemi di  fronte a  un’umanità  così drammaticamente  ferita si sono moltiplicati e in prima linea c’è sempre lui, padre Leone Kiskinis, unico parroco cattolico di Lesbo. Nella parrocchia di Santa Maria Assunta nell’arcidiocesi di Naxos, Andros, Tinos e Mykonos, la vita si svolge come in ogni altra comunità cattolica del mondo: «In questo particolare momento storico — osserva padre Leone — ritengo si debba curare molto la trasmissione della fede alle giovani generazioni; per me è fondamentale prendersi cura dei poveri, di quanti vivono in situazioni di disagio e sofferenza, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza».

Papa Francesco ha posto i rifugiati al centro della sua pastorale. Fu a Lampedusa il suo primo viaggio fuori Roma nel luglio 2013, quando denunciò la globalizzazione dell’indifferenza, e ha visitato Lesbo nel 2016; tra poche ore sarà nuovamente qui. Cosa vi aspettate da questa seconda visita?

Il Santo Padre non dimentica l’orrore delle morti in mare, dei bambini mai arrivati, delle vittime di viaggi disumani sottoposte alle angherie di vili aguzzini. E non dimentica neanche la generosità del popolo greco, con la sua capacità di rispondere alle sofferenze di altri nonostante le gravi difficoltà da affrontare tenendo aperti i cuori e le porte. Qui il Papa è voluto venire di persona per abbracciare, toccare, parlare con quella umanità scartata che scappa dalle guerre e che, arrivando in Europa, si trova spesso rinchiusa in campi di accoglienza dove il futuro diventa buio. Francesco ancora una volta viene come “pellegrino di speranza e umanità” per coloro che, fuggendo dai drammi del nostro tempo, intraprendono il rischioso viaggio verso la libertà per avere un futuro dignitoso e approdano sulle coste greche, sulle rive dell’Europa proprio per cercare la speranza.

L’isola di Lesbo ha una lunga tradizione di accoglienza. Sta cambiando qualcosa?

Durante i giorni più turbolenti di quel lungo periodo tra il 2015 e il 2016, anche i membri della nostra allora piccola comunità cattolica di Lesbo rimasero giorno e notte sulle sue coste per aiutare coloro che avevano fatto il viaggio, spesso pericoloso, attraverso la Turchia. Ricordo che, un giorno di brutto tempo durante i soccorsi, un uomo ci ha detto che la mano dell’amicizia tesa in segno di benvenuto significava per lui anche più del cibo e dei vestiti asciutti che gli avevamo appena dato. Per fortuna abbiamo potuto tendere questa mano di benvenuto anche ai tanti richiedenti asilo cristiani, per lo più venuti dall’Africa occidentale, che si sono poi inseriti nella nostra chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Effettivamente posso dire che qualcosa sta davvero cambiando. I migranti qui presenti hanno arricchito la nostra fede cattolica con la loro gioia, il loro entusiasmo, la loro vitalità giovanile e partecipazione appassionata alla santa messa. Credo che siamo stati benedetti dalla loro presenza. I nostri fratelli e sorelle hanno portato nuova vita alla nostra comunità, e non solo in termini numerici. La forza della loro fede e della loro speranza, nonostante le sofferenze del passato e del presente, nonostante la loro ansiosa incertezza sul futuro, è stata di grande esempio per noi.

Il  ritiro dall’Afghanistan  sta  provocando un incremento di profughi verso occidente ma i Paesi europei non riescono ad accordarsi per una politica comune sulle migrazioni. È tempo di una svolta?

Papa Francesco arriva a Lesbo il 5 dicembre, a più di cinque anni dalla sua prima visita nell’aprile 2016. Con il suo gesto vuole sollecitare l’attenzione della comunità internazionale su queste persone disperate; bisogna parlare con loro, ascoltare la loro voce, le loro storie, solo in questo modo si capisce di più del nostro tempo perché è nei loro occhi che c’è l’Europa che bisogna costruire, un’Europa inclusiva, che non ha paura di accogliere bambini e famiglie che cercano protezione. L’Europa, patria dei diritti umani, avrebbe dovuto seguire l’esempio del buon samaritano, nel mostrare misericordia a chi ha bisogno, avrebbe dovuto lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà. Non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma è necessario sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali, fermando, inoltre, la proliferazione e il traffico di armi e coloro che perseguono progetti di odio e violenza. Il messaggio che il Papa intende lasciare agli ospiti di Lesbo è di non perdere la speranza perché, di fronte alle tragedie che feriscono l’umanità, Dio non è indifferente, non è lontano.

di Silvina Pérez