· Città del Vaticano ·

Il racconto

Da Papa Francesco a Vasco Rossi

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01 dicembre 2021

«Voglio trovare un senso a questa vita... voglio trovare un senso a questa condizione...»: alle domande di ricerca di “un senso” che Vasco Rossi lancia nella sua canzone risponde — forte dell’incoraggiamento e dell’applauso del Papa per le canzoni eseguite stamani durante l’udienza in Aula Paolo vi — il gruppo Ologramma, composto da 20 giovani con disabilità e da 20 loro coetanei, tutti appassionati di musica.

E forse proprio per trovare insieme «un senso a questa vita» e anche «un senso a questa condizione» che Vasco Rossi ha chiesto a Ologramma di aprire il suo concerto, il 28 maggio 2022, nell’autodromo di Imola. Sul palco con Vasco, in realtà, Ologramma sarebbe dovuto salire già nel 2020, e poi nel 2021, ma la pandemia ha solo rimandato: il rocker è convinto più che mai di accogliere nel suo concerto i concittadini modenesi.

Ologramma si è presentato al Papa, stamani, eseguendo alcuni “cavalli di battaglia”: da Hallelujah di Leonard Cohen (all’ingresso di Francesco in Aula Paolo vi ) a La cura di Franco Battiato; da Let it be a Imagine, tra Beatles e John Lennon; fino alle note di Ennio Morricone e di un tango argentino.

Il gruppo musicale — che era proprio accanto a Francesco — è nato nel 2010 dalla «incoscienza visionaria» di Roberta Frison. «Il nome greco Ologramma sta a dire che è fondamentale garantire individualità capaci di fondersi, liberamente, per un obiettivo comune» spiega Gianni Ricci, papà di Gregorio, uno dei musicisti, con sindrome di Down. Ma, fa presente Ricci, «in Ologramma è il nome di ciascuno che conta, non la sindrome o la patologia». Il segreto sta proprio in questo essere comunità. «E nella gratuità» aggiunge, «perché nessuno percepisce stipendi».

Stamani Papa Francesco ha constatato — «Fanno la musica con quella tenerezza che è propria del loro modo di essere» ha detto — ciò che ha mosso Vasco Rossi per l’invito al suo concerto: i musicisti di Ologramma non si ascoltano per pietismo, perché ci sono alcuni giovani con disabilità — o come Zoe, 13 anni, con una grave malattia — che cantano o suonano. Si ascoltano perché sono bravi e sanno suscitare emozioni forti. Punto.

Un’altra significativa storia venuta dall’Emilia l’hanno raccontata stamani a Francesco, all’udienza, gli sportivi bolognesi delle mitiche “vu nere” che festeggiano 150 anni di attività. E per celebrare e rilanciare la Sef Virtus Bologna hanno scelto una frase del cardinale arcivescovo Matteo Zuppi: «Avrà un futuro chi non ha paura del futuro». E Marco Belinelli — recente passato in Nba e ora capitano della squadra di basket della Virtus campione d’Italia — ha anche scritto la prefazione al libro del cardinale Fratelli tutti. Davvero.

«Generazioni di bolognesi sono cresciute con la Virtus, contribuendo alla formazione di un carattere cittadino unico nel suo genere» dice il presidente della polisportiva, Cesare Mattei. «Oggi insieme ci sono giocatori di nazionalità diverse, di religioni diverse, di popoli che in un passato recente sono stati anche in conflitto tra loro, che non hanno pensato al male ricevuto, ma fin da subito hanno messo il loro talento a disposizione di tutti» è il pensiero di Belinelli, che il 23 novembre 2020 ebbe già modo di parlare direttamente con il Papa incontrandolo con alcune star Nba.

E sempre in ambito sportivo, significativa la presenza di Frank Carreras, presidente dell’Associazione dei Piccoli Stati d’Europa che, per la prima volta, lo scorso 5 giugno a San Marino, ha accolto Athletica Vaticana, l’associazione ufficiale della Santa Sede.

Il Pontefice ha incoraggiato, in particolare, i 40 rappresentanti dell’associazione dei tecnici per la prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, che sta avendo un ruolo di primo piano nella lotta al covid-19. In particolare, spiega il presidente Giovanni Rossi, «stiamo fronteggiando l’emergenza pubblica con il servizio sanitario nazionale italiano, nelle Rsa per le indagini epidemiologiche e nell’attività di supporto ospedaliero per le vaccinazioni». E un caloroso saluto il Papa ha rivolto anche al gruppo composto da 25 persone — infermiere e infermieri — che svolgono il loro servizio, in prima linea contro la pandemia, nel Centro vaccinale a Braga in Portogallo.

Victor Mooney, statunitense originario della Guinea equatoriale, 41 anni, ci ha provato e riprovato ad attraversare l’Atlantico su una piccola barca a remi, battezzata John Paul The Great: dall’isola africana di Gorée — «memoria viva del mercato degli schiavi» — fino al ponte di Brooklyn a New York. Obiettivo? «Mio fratello è morto a causa dell’Aids e ho voluto fare questa traversata per ricordarlo e raccogliere fondi per le cure contro questo flagello, ripercorrendo proprio la rotta degli schiavi».

Per Victor «quattro tentativi falliti» — venne nel 2004 da Giovanni Paolo ii a parlarne e poi lo fece anche con Nelson Mandela — ma alla fine è riuscito nell’impresa: ventuno mesi di traversata solitaria. «Da Papa Francesco non sono venuto per una marcia trionfale, non ho vinto una gara sportiva: sono un uomo che si rialza dopo una sconfitta e soprattutto che vuol dare una testimonianza di fede cristiana».

Con la moglie Su-Ping e il figlio Jun-Jie, Victor ha simbolicamente donato a Francesco «la muta indossata durante il mio primo tentativo, fallito, di attraversare l’Atlantico a remi e gli scarponcini con cui, invece, ho finalmente completato il viaggio».

di Giampaolo Mattei