· Città del Vaticano ·

A colloquio con il custode di Terra Santa Francesco Patton

Cipro, un laboratorio
per «Fratelli tutti»

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01 dicembre 2021

«Cipro è da sempre parte della Custodia di Terra Santa», esordisce padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, che sarà nell’isola ad accogliere Papa Francesco. «Ma direi di più, Cipro è parte essenziale della storia della salvezza. Perché è da qui che il cristianesimo delle origini inizia la sua diffusione, attraverso la figura di Barnaba (che peraltro è il santo patrono di Cipro), che dall’isola si spostò ad Antiochia (“alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai greci, annunciando che Gesù è il Signore”, Atti, 11, 20). E sarà lo stesso Barnaba il cipriota ad introdurre Saulo da Tarso alla guida della prima comunità mista di giudei e greci ad Antiochia. Forse pochi sanno che per un certo periodo Cipro è stata anche la sede della Custodia di Terra Santa», continua padre Patton. «Quando nel 1291 cadde il regno latino, i frati vennero cacciati da Gerusalemme, si trasferirono nell’isola e da lì continuarono seppur con molte difficoltà ad esercitare il loro ruolo di custodi dei luoghi santi». E oggi? «Oggi siamo presenti nell’isola con tre piccole ma molto attive comunità e parrocchie nel versante greco a Nicosia, Larnaca e Limassol, e la scuola, il Terra Santa College, sempre a Nicosia. Ma abbiamo un’attività pastorale stabile anche sul versante turco dell’isola: ogni settimana i nostri frati si recano a celebrare le messe a Famagosta, che sono partecipate in gran parte dagli studenti stranieri — soprattutto africani —, e per i molti lavoratori immigrati dall’Asia, dai Paesi dell’est Europa e dal Sud America».

La presenza cristiana è soprattutto ortodossa. «Sì — continua il Custode — ma voglio aggiungere che vi sono relazioni ecumeniche ottime, pensi che quando le nostre esigenze pastorali lo richiedono, i nostri fratelli ortodossi non esitano a metterci a disposizione le loro chiese o cappelle per consentirci di celebrare l’eucarestia. Deve considerare che su circa ventiseimila fedeli di rito latino solo duemilacinquecento sono locali; il 90 per cento è dunque costituito da stranieri ed immigrati. In questo senso Cipro non è solo un laboratorio di ecumenismo ma anche di quella che potrebbe essere la Chiesa del domani, una Chiesa cioè capace di integrare popoli, culture e tradizioni diverse». Cipro è anche il Paese europeo che in proporzione alla consistenza degli abitanti accoglie il maggior numero di rifugiati provenienti dal Nord Africa e dal Medio oriente. «Le nostre tre comunità a Cipro sono fortemente impegnate nell’assistenza a migranti e rifugiati. Si tratta prevalentemente di una carità dell’ascolto, per questi nostri fratelli che vivono lo sbandamento dell’incontro con un mondo tanto diverso da quello da cui provengono». La divisione dell’isola in due diverse aree istituzionali, greca e turca, implica qualche difficoltà alla vostra attività pastorale? «Non direi. La separazione avvenuta nel 1974 tra la zona rimasta parte della Repubblica greca e quella occupata dalle forze militari turche non interferisce con l’azione dei nostri frati, che si muovono liberamente nell’isola. Per passare da una parte all’altra è sufficiente l’esibizione della carta d’identità. E questo risulta particolarmente importante perché ci consente di assistere non solo la piccola comunità cattolica locale, ma anche la ben più grande presenza di studenti africani cristiani. Nel complesso dell’isola è comunque percepito che il tema dell’assistenza ai migranti e ai rifugiati è una sensibilità specificatamente cattolica: il nostro lavoro è apprezzato anche nelle comunità islamiche. Oggi tuttavia l’attività dei frati è soprattutto concentrata nel favorire l’integrazione dei migranti, perché le rotte dei rifugiati riguardano maggiormente altre isole greche dell’Egeo. Come Rodi e Kos, anch’essi territori della Custodia e dove i nostri frati si prodigano all’inverosimile a fornire gli aiuti di prima accoglienza agli sbarcati, come il vostro giornale ha più volte raccontato attraverso la voce del nostro fratello John Luke Gregory, parroco di Rodi».

di Roberto Cetera