· Città del Vaticano ·

A colloquio con l’arcivescovo maronita Selim Sfeir

Una Chiesa che vive di fede, speranza e carità

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29 novembre 2021

Selim Jean Sfeir, arcivescovo di Cipro dei Maroniti, ci accoglie nella sede dell’episcopio, a Nicosia. Avvolto nel suo abito nero ornato da due nastri rossi, al collo una croce pettorale di fattura molto semplice, l’eparca prima di entrare in salotto ci accompagna in una stanzetta adornata di icone e adibita a cappellina. «Appena arrivato qui, per prima cosa ho voluto che vi fosse un luogo per l’adorazione eucaristica permanente», racconta con un misto di riserbo e di fierezza, e ci invita a sostare un istante in adorazione. Monsignor Sfeir è stato eletto il 19 giugno e consacrato vescovo il 21 luglio scorso: la grazia e l’impegno di una visita papale lo raggiungono dunque solo pochi mesi dopo l’inizio del suo ministero. È l’unico vescovo ordinario residente sull’isola, e ne è visibilmente innamorato. Prima che gli venga rivolta qualsiasi domanda, spontaneamente esprime tutto il suo entusiasmo nell’accogliere Papa Francesco. «Il Papa viene a Cipro come nella sua casa. L’unità della fede e la comunione con Roma ci ricordano che lui è il primo apostolo, il padre della Chiesa maronita, e venendo qui non sarà un estraneo: piuttosto, è un padre che torna a casa sua». E prosegue: «Da parte nostra, ci prepariamo a questa visita collaborando tra le diverse realtà ecclesiali: soprattutto con il patriarca di Gerusalemme, sua beatitudine Pierbattista Pizzaballa, con il Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, e con la nunziatura apostolica, nelle persone di Adolfo Tito Yllana, nunzio apostolico, e Georges Panamthundil, incaricato di affari residente qui a Cipro».

Che ricordo ha della visita di Papa Benedetto nel 2010?

Papa Benedetto era venuto per consegnare ai vescovi l’esortazione apostolica postsinodale sulla Chiesa in Medio Oriente, e in quell’occasione tanti vescovi delle diverse chiese orientali vennero a Cipro. Così abbiamo imparato come si deve accogliere il vescovo di Roma. Adesso viene da noi Papa Francesco: egli ha sempre davanti ai suoi occhi il Cristo povero, che gli si presenta nel volto del migrante, di chi è vittima della guerra, di chi è ferito dalla vita a causa dei peccati del mondo; e l’esempio di Francesco invita tutti noi a fare altrettanto.

Quali sono le principali caratteristiche della comunità cristiana cattolica di Cipro?

Potrei dire semplicemente che è una Chiesa che vive di fede, di speranza e di carità concreta. Imparando dalle icone, i cristiani locali sanno che tutto è trasparenza di Dio, e cercano di agire di conseguenza.

Quali sono i rapporti della Chiesa maronita con la Chiesa latina?

Noi siamo tutti una sola Chiesa. Certo, il rito è differente. Ma non siamo lontani, condividiamo l’essenziale della fede, soprattutto nella missione e nel servizio. Le opere di carità ci fanno collaborare sistematicamente e ci portano a costruire vincoli di comunione. Ma anche nella trasmissione della fede e nella preghiera le pratiche non sono molto diverse. Ad esempio, l’adorazione eucaristica è una pratica costante, che ci accomuna.

Come vede il futuro del processo di pace nell’isola?

Quando finalmente Cipro sarà riunita, significherà che due grandi civiltà — quella cristiana e quella islamica — sono riuscite a convivere, e questa sarà una grande vittoria per ogni credente e per l’umanità intera. L’attuale situazione di conflitto è triste: due popoli che credono in Dio, nell’unico Dio, non riescono a vivere insieme pacificamente sulla stessa isola. Ma sono convinto che un giorno arriveremo alla pace, che è un dono di Dio. Per ottenerla, dobbiamo impegnarci nel cammino di santificazione personale. Nella storia non sono mancate le guerre, qui a Cipro, ma la nostra fede rinnova tutto, e la pace verrà.

Lei quindi è ottimista?

Sì, e le dico anche perché. Il nostro segreto è Maria, la Madre di Dio. Anche i musulmani venerano la Santa Vergine, questo è un elemento reale di comunione non solo tra cattolici e ortodossi. Questa fede comune non si è mai persa nell’isola, e rappresenta una preziosa occasione di dialogo e un’ancora di speranza. Verrà un giorno in cui torneremo a vedere unita questa bellissima nostra isola, che è un’icona del Signore.

Cipro si trova a metà strada tra Gerusalemme e Roma, tra l’Oriente e l’Occidente: come vivete questa situazione di “crocevia del Mediterraneo”?

Io sono per metà libanese e per metà italiano, e risiedo a Cipro. Come arcivescovo ho la responsabilità della Chiesa maronita, ma sento il dovere di collaborare e creare vincoli di comunione tra tutte le Chiese, nell’unica Chiesa di Dio. Questo non è soltanto un “dovere di stato” in quanto pastore, ma fa parte del mio personale cammino di fede. Perché non siamo soli! Come vescovo di Cipro, la mia giurisdizione appartiene alle Chiese orientali, e perciò partecipo alle riunioni periodiche dell’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa ( aocts ). Ma appartengo anche al sinodo della chiesa Maronita del Libano, e inoltre, poiché Cipro oggi è parte della Comunità europea, sono membro anche del Consiglio delle Conferenze episcopali europee ( ccee ). Questa plurima appartenenza non mi lacera, ma anzi, al contrario, mi sprona a fare da ponte tra Oriente e Occidente.

Il sorriso luminoso di monsignor Sfeir è contagioso. Terminata l’intervista, ci fermiamo ancora nei corridoi dell’episcopio per parlare delle tante difficoltà organizzative legate alla visita del Santo Padre. Il clima pacato in cui si è svolta l’intervista cede il passo a preoccupazioni di varia natura, ma la sua serenità è inamovibile, e riesce a infondere fiducia in tutti i suoi collaboratori. Sicuramente Cipro saprà accogliere Papa Francesco al meglio, e la sua parola raggiungerà tutti, confortando nella fede i credenti e aprendo gli uomini di buona volontà alla speranza di un mondo più fraterno.

di Roberto Cetera