· Città del Vaticano ·

Tra Europa e Medio Oriente

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29 novembre 2021

Con una laurea in architettura e un dottorato di ricerca in progettazione alla Sapienza di Roma, Valentina Donà non avrebbe mai pensato di trasferirsi nella parte settentrionale di Cipro. Oggi, a sei anni dal suo arrivo, insegna progettazione in un’università privata frequentata da una comunità di studenti internazionali. «Una decisione improvvisa — racconta — Cercavo un’opportunità di lavoro, un amico italiano che lavorava qui mi ha contattato perché un’università aveva bisogno di docenti stranieri, sono stata selezionata nel giro di poche settimane».

Perché un’università della parte turca di Cipro cerca docenti stranieri?

Perché qui l’educazione superiore insieme al turismo, traina l’economia. Fino ai primi anni Ottanta, i ciprioti andavano a studiare in Grecia, Turchia o nel Regno Unito. Poi è avvenuto il contrario: hanno capito che attirare studenti dall’estero è un business e sono sorte varie università. Gli arabi vengono nella parte settentrionale dell’isola perché nei loro Paesi l’università costa molto di più, i ragazzi turchi perché qui si vive bene, i nigeriani perché la Turchia ha un accordo specifico con il loro governo. E vale lo stesso anche per i professori: un mio collega che insegna belle arti è australiano, a lungo abbiamo avuto una docente gallese, ho una collega algerina e diversi iraniani. Cipro piace perché è un posto bello, sicuro — la presenza militare si sente, la violenza non c’è — e con un costo della vita abbordabile.

Con una situazione complicata, però. Lei la conosceva?

Onestamente, sapevo soltanto — perché me ne aveva parlato all’università un compagno di studi greco — che l’isola è divisa in due. Una volta arrivata, ho scoperto un mondo di cui davvero si parla molto poco e con dinamiche difficili da comprendere. Più sto qui, più mi si confondono le idee: pensavo che ci fosse un problema etnico, tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, ma poi ho capito che è soprattutto un problema politico, montato nel corso degli anni. Insomma, oggi mi trovo in una piccola realtà, dove la vita quotidiana è complessa.

Ma Lei che abita a Kyrenia si sente in Turchia o in Europa?

Non so rispondere, perché mi sento un po’ in tutte e due. Vivo in una terra di mezzo che sta a un passo dalla Turchia e a un passo dall’Europa. Ho conosciuto da vicino la Turchia, insegnando per un semestre a Istanbul, ed è altro rispetto alla parte settentrionale di Cipro. Quando vado a Nicosia, invece, mi sento in Europa. Ma nemmeno qui mi sento fuori contesto: forse per questa dimensione mediterranea che, comunque, è molto simile all’Italia. D’altra parte, formalmente anche i turco-ciprioti sono cittadini europei, seppure di una parte occupata: possono partecipare a bandi, attraversare il confine. Il problema è che, con l’arrivo dei coloni turchi da altre regioni, gli stessi turco-ciprioti sono diventati minoranza nella loro terra: moderati in mezzo ai nazionalisti, certamente più europei — come formazione, come atteggiamento — delle persone venute a vivere qui dall’Anatolia.

Che effetto Le fa vivere nel Paese con l’ultimo muro d’Europa?

Ormai ci si è così rassegnati al muro che in una conferenza ho assistito addirittura al tentativo di brandizzarlo, di renderlo un’attrazione turistica. All’inizio mi faceva impressione, adesso ho imparato a conviverci, ma è un mio privilegio perché io lo posso attraversare: per altre persone, invece, è una barriera insuperabile. Di fatto, anche se non riconosciuto, è un confine vero: con la pandemia gli attraversamenti sono stati bloccati e riaperti solo a giugno, dopo oltre un anno.

Come vive la sua fede?

Quando sono arrivata non pensavo di trovare una chiesa cattolica: il primo Natale l’ho fatto senza Messe né celebrazioni. Poi, tramite uno studente africano, sono entrata in contatto con la comunità di Santa Elisabetta d’Ungheria, a Kyrenia, e ho cominciato a frequentarla. È composta in maggioranza da studenti africani, che con la comunità filippina hanno formato un coro misto a cui tengono molto. Cercano di organizzare momenti conviviali alla fine delle Messe. Ma siccome i sacerdoti — francescani — abitano oltre il confine, a sud, e vengono per celebrare, è difficile organizzare qualcosa durante la settimana.

Quanti di voi potranno partecipare alla messa del Papa?

Pochi, perché la maggioranza non ha il visto. Tutti i ragazzi africani dovranno vedere la celebrazione in streaming, eppure siamo a meno di trenta chilometri da Nicosia. Purtroppo Francesco non potrà venire nella parte nord, ma già la sua presenza a Cipro conforta molti di noi nella fede, così come del resto fa mons. Pierbattista Pizzaballa — Patriarca latino di Gerusalemme, con giurisdizione anche su Cipro — che ogni anno ci viene a trovare.

di Andrea Sarubbi