· Città del Vaticano ·

L’arcivescovo Peña Parra rilancia la testimonianza del beato José Gregorio Hernández Cisneros

Se una reliquia diventa “promemoria” di santità

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29 novembre 2021

La reliquia di José Gregorio Hernández Cisneros — il medico venezuelano beatificato il 30 aprile scorso a Caracas — è anzitutto promemoria della chiamata per ciascuno a essere santo nella quotidianità, che può essere trasformata con la forza della testimonianza cristiana concreta e della preghiera.

Lo ha affermato l’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, celebrando domenica 28 novembre la messa per la consegna della reliquia del beato alla comunità della chiesa di Maria Santissima Regina della famiglia, a Bellante, nella diocesi di Teramo-Atri. Hanno concelebrato, tra agli altri, il vescovo Lorenzo Leuzzi e i sacerdoti venezuelani presenti in Abruzzo.

«Iniziamo il cammino di Avvento facendoci accompagnare dal beato José Gregorio» ha proposto l’arcivescovo, ricordandone le affinità con «san Giuseppe Moscati, anch’egli medico». Una «somiglianza» che ha rilanciato inquadrandola nei «legami di affetto e di amicizia tra il Venezuela e l’Italia». Ed ecco spiegata anche la scelta del paese di Bellante per il dono della reliquia di José Gregorio Hernández: «Nella diocesi di Teramo-Atri vivono molte famiglie di emigrati in Venezuela, mentre in Abruzzo vari sacerdoti venezuelani svolgono il loro ministero: questa stessa comunità ha un italo-venezuelano come parroco».

Nella testimonianza del beato, ha spiegato il sostituto della Segreteria di Stato, «vediamo riflessa l’anima migliore della gente venezuelana. Scienziato, si fece francescano; medico, diventò missionario; ricco di talento, volle essere fratello dei poveri; colto, non testimoniò Gesù solo a parole, ma con la vita».

«Come il beato José Gregorio imparò ad amare Cristo nella carne ferita dei malati e dei poveri — ha affermato l’arcivescovo, facendo riferimento alle letture del giorno — così anche noi siamo chiamati a cercarlo e amarlo negli altri, in particolare nei più bisognosi, in coloro che non hanno da restituirci».

La testimonianza del medico venezuelano è per ciascuno un aiuto concreto, nella consapevolezza «che tra la parola di Dio e la vita dei santi c’è la stessa differenza che passa tra la musica scritta e quella suonata». Per questo il suo concreto e chiaro «messaggio di speranza» è particolarmente «attuale, in un tempo caratterizzato dalla pandemia e da molte prove a vari livelli».

Di qui l’invito dell’arcivescovo Peña Parra: «non lasciamoci scoraggiare: nei nostri esili, nelle nostre solitudini il Signore viene a dirci che, rimanendo in Lui, non saremo mai delusi». Invece «a essere spesso problematica è la nostra reazione alle avversità della vita», visto che «nelle prove tendiamo a chiuderci in noi stessi, a piangerci addosso, a guardare per terra»: esattamente il contrario di ciò che chiede il Signore.

Aprirsi a Dio, dunque, e anche «agli altri, perché nella carità sta la medicina dell’anima». Proprio José Gregorio insegna «che un povero, un vicino di casa che soffre, una persona sola che desidera un po’ di compagnia, qualcuno di importuno da sopportare può essere la via per uscire da noi stessi, per liberarci dai musi lunghi e dallo sguardo fisso in terra, per rialzare la testa e incamminarci sulla via dell’amore, che è la via del cielo».

«La parola di Dio oggi ci presenta un’altra situazione che ci riguarda da vicino», ha avvertito l’arcivescovo Peña Parra. Anzi «che viene da dentro, s’infiltra nei nostri atteggiamenti». È «il pericolo di accontentarsi di qualche soddisfazione terrena, di una vita piatta, orizzontale, a cui si accompagna una fede mediocre, tiepida, senza eccessi, che gradualmente perde di vista la meta, il punto verso il quale siamo diretti, che è uno solo: il Signore».

«Il rimedio proposto da Gesù alla tiepidezza è la preghiera» ha fatto presente, ricordando che proprio questo era «il segreto» del beato José Gregorio. E poi «non si tratta solo di guardarsi da disordini morali e sregolatezze, ma anche, più semplicemente, dalla pigrizia, dagli affanni e dai problemi quotidiani. Perché — ha aggiunto l’arcivescovo — anche un’esistenza tutto sommato onesta può riuscire distratta se non ha il coraggio di rimanere vigilante, di dedicarsi alla preghiera. La preghiera, in questo senso, è “il riassesto dell’anima”, tempo che dedichiamo a preparare l’eternità».