· Città del Vaticano ·

È morto don Roberto Guernieri, una vita accanto agli emarginati

Un prete di strada che viveva a Rebibbia

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
27 novembre 2021

Giovedì 25 novembre è improvvisamente morto don Roberto Guernieri, sacerdote, oblato della Madonna del Divino Amore, mantovano, classe 1959, che ha dedicato l'intera vita agli emarginati, in particolare ai detenuti del carcere di Rebibbia a Roma, dove risiedeva da oltre 30 anni. Malato da tempo, è stato stroncato da un infarto mentre aiutava due carcerati.

Nell’estate del 2020 riportai qui su «L'Osservatore Romano» un lungo e commovente dialogo con lui. In quell’occasione raccontò ai lettori come avesse imparato ad essere “prete di strada” con don Luigi Di Liegro, aprendo un centro di accoglienza alla stazione Termini. Finito il suo turno di giorno andava poi, di notte, al Gemelli per aiutare i ragazzi malati di Aids a morire bene. Tre anni dopo il cardinale Ruini lo aveva chiamato per nominarlo cappellano al carcere di Rebibbia e lì aiutava tutti come volevano essere aiutati. Così per esempio quando Totò Riina, catturato di notte in pigiama, non aveva come coprirsi per presentarsi all’interrogatorio accadde a don Roberto di chiedere in prestito a un confratello un clergyman per vestirlo.

Quando raccontava la sua esperienza don Roberto parlava della sua predilezione, fin dall'infanzia, per i funerali: da una parte potrebbe sembrare curioso ma, conoscendolo e sentendo il dovere di riportare il mio personale ricordo, mi sono convinto di come in effetti la morte possa illuminare l’essenziale della vita.

Proprio quella luce ha guidato don Roberto nella sua vocazione: lo ha spinto a curare le parti nascoste e reiette dell’umanità per illuminare con la luce di Cristo tutta l'esistenza di tutti gli uomini. Se non c’è niente di nascosto che non debba venire alla luce, don Roberto ha fatto sì che anche gli angoli più bui e disperati dell'umanità conoscessero la luce del perdono, della speranza lasciando un segno indelebile su ciò che significa essere cristiano e sacerdote.

Don Guernieri non ha mai pensato che il suo compito di affiancare l’umano dovesse mettere tra parentesi il dovere eminentemente divino, sacramentale, che unge la vita di ogni sacerdote. In quell’occasione lo spinsi a confidare a tutti quanto mi aveva insegnato quando avevo mosso i primi passi come volontario ex art. 17 nel carcere di Rebibbia. Allora don Roberto era il cappellano coordinatore e in quel ruolo mi ordinò come mia "prima esperienza" di andare a celebrare ai detenuti del 41 bis, ovvero ai condannati per reati di mafia. Probabilmente riteneva formativo per il mio percorso personale iniziare dal punto più basso, cioè dal reparto che accoglieva i più lontani dalla vita cristiana.

«Nel 1999 — mi raccontò in quell'occasione e disse poi nell'intervista — andavo a celebrare la Messa sezione per sezione: tutti facevano la comunione ma nessuno si confessava mai. Una mattina arrivo con il necessario per celebrare ma non celebro. I detenuti erano con il blindato aperto ma dietro al cancello della cella, e mi chiedono cosa sta accadendo. Allora dico: “Non ha senso. Voi non vi confessate, quindi pensate di non averne bisogno, e fate la comunione. Ma come? Il Papa si confessa, io mi confesso, e voi non vi confessate mai?” Li ho lasciati senza la Messa per un bel po’».

Chi stava accanto a don Roberto assimilava il senso della vita come dono non per le parole che diceva ma perché si sentiva iscritto dentro quella Presenza più grande e misteriosa della quale lui si nutriva. Di questo sono testimone.

di Mauro Leonardi