· Città del Vaticano ·

Un’esperienza di fede e d’incontro con Dio che cambia la vita

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27 novembre 2021

Perché si viene in monastero? «Amice,
ad quod venisti?», “Amico, che sei venuto a fare?” dice S. Benedetto nella Regola. E perché si rimane? A ben vedere, il cammino e la sfida della formazione, nella vita monastica come in quella religiosa in generale, si gioca fra questi due poli o fra queste due motivazioni: ciò per cui si viene e ciò per cui si resta, per tutta la vita. Che, in verità, non sono mai le stesse, perché le motivazioni per cui si viene hanno bisogno di essere chiarificate, approfondite, elaborate, purificate, progressivamente irrobustite. E proprio in questo consiste la formazione: nel crescere e nell’approfondirsi della motivazione di una scelta che diventa esperienza di “incontro” e di “bellezza” che trasforma nel tempo la propria vita, e rende possibile il rimanere. Proprio come fa una piantina, che affonda sempre di più le sue radici nel terreno e, giorno dopo giorno, cresce, si irrobustisce, mette foglioline nuove.

Allora, perché si viene in monastero oggi? Le motivazioni, qualunque siano, sono tutte riassunte e comprese nella domanda del salmo 33 con cui san Benedetto va in cerca dell’aspirante monaco nel Prologo: «C’è qualcuno che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?». Chiunque bussi alla porta del monastero, oggi come al tempo di Benedetto, porta in sé, consapevole o no, questa stessa ricerca di vita piena e felice, di senso ultimo e definitivo per la propria esistenza, insieme all’intuizione che la risposta stia nella sequela discepolare del Signore Gesù in un orizzonte di fede che abbraccia tutta la vita e tutta la persona.

E perché si resta? Si resta nella misura in cui si scopre e si sperimenta, giorno dopo giorno, che questo è realmente possibile, in una realtà concreta di volti, in una comunità-sacramento della Presenza del Signore, nella quale si vive al ritmo dell’ora et labora, in cui si è accompagnati e sostenuti nel cammino della conoscenza di sé e degli altri, in cui la propria umanità è sollecitata a fiorire nel dono di sé in un humus fertile di relazioni fraterne e di comunione. È questo l’ambito e lo scopo della formazione: rendere possibile il crescere di un’esperienza di fede e d’incontro con Dio che cambia la vita.

Negli ultimi tre mesi, nella nostra comunità di Valserena, tre sorelle hanno ricevuto l’abito e iniziato il cammino del noviziato, l’ultima proprio nel giorno dedicato alla vita claustrale. La loro esperienza aiuta a confrontarsi in concreto con la formazione. «Nella vita monastica ho trovato una dimora in cui in ogni gesto ci si può lasciar educare a vivere la memoria della presenza del Signore. Ho trovato una vita con una proposta di significato e con una direzione di senso chiara che ordina e determina ogni momento della giornata», dice Alessia.

«Nella vita monastica ho trovato l’espressione dell’Amore che Dio ha per me. Ogni aspetto di questa vita è un cercare di vivere alla Sua presenza. È il modo attraverso cui sono chiamata a dire il mio sì a questo Amore che mi ha scelto e a lasciarmi da lui trasformare. Nella formazione ricevo gli strumenti per poter accogliere e vivere fino in fondo il dono della vita monastica, apprezzandone l’essenzialità e la ricchezza», così M. Caterina.

E infine Elisabetta: «Il monastero mi offre la possibilità di vivere in comunità con molte sorelle, animate tutte dallo stesso desiderio di cercare Dio, e mi spinge alla conversione, a guardare le stesse sorelle con lo sguardo di Cristo. Nella formazione mi sembra molto importante la testimonianza di chi vive la vita monastica da molto tempo prima di me».

Cammini concreti che fanno luce sulle dinamiche della formazione, che in ultimo resta pur sempre lavoro “artigianale” e ambito di “esperienza” di rapporto con Dio che illumina ogni altro rapporto: con se stessi, con gli altri, con ogni aspetto della realtà.

*Monaca cistercense
del monastero di Valserena

di Patrizia Girolami*