· Città del Vaticano ·

Tibhirine come modello

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27 novembre 2021

E se fosse la lontana Kabilia a essere eloquente per il cristianesimo europeo del futuro? La proposta potrebbe sembrare paradossale ma Jozef De Kesel, cardinale arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio, attinge proprio dall’esperienza dei monaci di Tibhirine e dalla loro scelta di vita alcune idee e proposte per immaginare un possibile domani per la Chiesa in Occidente. Nel suo recente libro, Foi et religion dans une société moderne (Salvator, Parigi, 2021), afferma: «Vedo in quella testimonianza il paradigma di ciò che la Chiesa può essere. In quello che faceva e viveva la comunità di Tibhirine possiamo trovare qualcosa che potrebbe essere la vocazione della Chiesa nella nostra società così cambiata. Una Chiesa umile che vive nella diaspora. Una Chiesa fedele alla propria fede, senza complessi né arroganza. Una Chiesa aperta, solidale negli interrogativi e nelle sfide, verso le gioie e le difficoltà degli uomini del nostro tempo».

Il testo di De Kesel, molto prezioso ed equilibrato (al laico Libération è così piaciuto tanto da dedicarvi due pagine!), procede con il triplice movimento del concilio: vedere, giudicare e agire. Partendo dal mutamento della nostra società nei confronti della religione, il porporato afferma che «cominciamo a comprendere che questa evoluzione è irreversibile». E anche la proposta credente è mutata: «Il rispetto dell’altro, della sua fede e delle sue convinzioni, e il dialogo interreligioso sono diventati per la Chiesa dei valori fondamentali. È dentro il quadro di questo dialogo che l’annuncio del Vangelo può e deve essere fatto».

Facendo eco a Papa Francesco, che in alcuni casi ha chiesto di «pregare perché io possa restare in crisi», De Kesel annota: «Evitiamo di prendere la parola crisi in un’accezione esclusivamente negativa. Crisi non significa necessariamente che la Chiesa va male. È vero: non conosciamo il futuro del cristianesimo a lungo termine. Ma dire che il cristianesimo o la Chiesa stanno sparendo è un’affermazione gratuita. Vi sono troppi segni di rinnovamento e di vitalità che testimoniano il contrario». Il cambiamento del rapporto tra individuo, società e religione è stato netto, nell’era contemporanea, come ha sottolineato con dovizia di particolari il filosofo Charles Taylor: «La condizione religiosa rivela la decisione libera e personale del cittadino», ovvero «la religione non è più determinante per le altre componenti della cultura». Di qui una convinzione del cardinale belga che offre chance inedite al cristianesimo occidentale: «Nulla indica che il futuro del cristianesimo in Occidente dipenda necessariamente dal suo statuto di religione culturale».

Appoggiandosi sulle analisi di Jürgen Habermas, Paul Ricœur, Adrien Candiard e Paul Vayne, De Kesel da un lato traccia un itinerario di comprensione storica per capire lo sviluppo del rapporto tra fede e cultura dalle prime comunità cristiane al nostro mondo di oggi, dall’altro individua nell’età moderna il momento di distacco netto tra cultura e fede. Oggi questo cambio di paradigma, ormai conclamato nella sua versione più realizzata, mette la Chiesa ancora più davanti alla sua propria vocazione: essa «è chiamata a realizzare la sua missione nel mondo, non necessariamente in un mondo cristiano». Cosa fare, dunque? «La missione della Chiesa — afferma il porporato — non è quella di conquistare il mondo. Essa è chiamata, secondo la bella espressione delcConcilio, a essere sacramentum mundi: segno dell’amore di Dio non solo per la Chiesa ma precisamente per il mondo».

Attenzione, però: non si pensi che De Kesel proponga una fede cristiana annacquata in un abbraccio indistinto con le altre fedi o con l’umanesimo secolare. Ascoltiamolo: «La Chiesa è chiamata a vivere in un mondo secolarizzato e pluralista e a integrarsi in esso. Ma non è per nulla obbligata ad accettare tutte le evidenze di questa cultura o di questa società. La modernità è d’altra parte sempre più messa di fronte ai propri limiti». Per esempio, le questioni bioetiche: «Ogni allargamento della legge sull’eutanasia viene presentata come una misura progressista, un segno di progresso. Ma quale progresso? Progresso di cosa? Verso cosa? Cosa diventa la società se il progresso in se stesso dona il senso di tutto quello che ci sforziamo di realizzare?».

Ecco dunque le domande che sorgono spontanee: «Possiamo essere cristiani in un mondo che non lo è più? La Chiesa può rispondere in un mondo secolarizzato e dunque in un mondo che non è cristiano?». La risposta fa risuonare un appello che sia Benedetto xvi che Francesco hanno fatto proprio: «La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione». E qui arriva l’indicazione di De Kesel a guardare al Nord Africa, ovvero all’esperienza dei monaci di Tibhirine: i monaci conducevano «una vita nella semplicità del Vangelo. Tutto era come la comunità primitiva di Gerusalemme: fedeli all’insegnamento degli apostoli, fedeli alla preghiera e alla frazione del pane, fedeli alla vita comunitaria. Ma allo stesso tempo sviluppando una sincera amicizia e una profonda solidarietà con le persone fuori del convento, tutti musulmani, a rischio della propria vita».

Il modello di Tibhirine permette al credente di superare alcune paure e di riguadagnare la speranza: «La comprensione della Chiesa come sacramento è cruciale per comprendere la missione e il posto della Chiesa nella società. Un sacramento è un segno visibile ed efficace della grazia e dell’amore di Dio. Segno efficace che fa quello che significa. Questa è la missione della Chiesa: essere segno efficace della grazia di Dio».

di Lorenzo Fazzini