· Città del Vaticano ·

La sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa

Il desiderio di una nuova Pentecoste

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27 novembre 2021

Il 22 maggio del 2017 Papa Francesco consegnò un discorso ai Vescovi, in apertura della 70° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, in cui, tra le altre cose, diceva: «Respiro e passo sinodale rivelano ciò che siamo e il dinamismo di comunione che anima le nostre decisioni. [...] Solo così possiamo affrontare la complessità di questo tempo, riconoscenti per il percorso compiuto e decisi a continuarlo con parresia». Sinodalità e dialogo, dunque, si richiamano a vicenda e diventano una sfida in questo tempo in cui è più facile dividere, rompere, cercare di distinguersi a ogni costo, più che unire, dialogare ed ascoltare.

«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio»: questo l’impegno programmatico proposto ancora dal Papa nella commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi. La sinodalità, afferma Francesco, «è dimensione costitutiva della Chiesa», così che «quello che il Signore chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola sinodo».

Il Sinodo ci viene offerto, quindi, come occasione per ricordare — sebbene dovremmo saperlo bene — il dato fondativo che ci fa essere chiesa e che il concilio ci ha riconsegnato molti anni orsono: un popolo che, per dono di Dio, è profetico, sacerdotale e regale e che, in una relazione libera e corresponsabile sa discernere, riconoscere, acquisire competenze per il bene di tutti, crescere nella comune dignità del battesimo e del crisma, e per questo felicemente impegnato nel voler camminare insieme, nel volersi radunare non per autocelebrarsi ma per autocomprendersi e per porre una certa distanza da uno stile che talora ha prodotto parole e gesti di disuguaglianza, o cammini in solitaria verso ricerche di autoreferenzialità.

Chissà se il Sinodo che stiamo per celebrare ci aiuterà a declinare insieme respiro e cammino, vita e movimento, comunione e decisione per generare parole e gesti capaci di fendere la nebbia della complessità ed annunciare con parresia al nostro tempo che il Signore è risorto?

Chissà se ci darà nuovo vigore per non stancarci a cercare incessantemente ulteriori occasioni per rimanere popolo di Dio in cammino, insieme e in mezzo a tanti fratelli e sorelle che guardano e attendono un modo differente di cogliere il volto del Padre?

Chissà se riusciremo a cogliere questa opportunità faticosa e gioiosa insieme di testimoniare il volto di una chiesa che non ha paura di mostrare la sua fragilità, che riconosce di avere bisogno dei volti e delle voci di tutti gli uomini e le donne amate dal Signore, una Chiesa che di questa umanità varia si mette in ascolto, attendendo una parola, una risposta possibile anche da chi preferisce rimanere ai margini della sua vita?

Chissà, ancora, se questo cammino sinodale potrà essere per tutti noi un ritornare a scuola ad imparare una lingua che non ha bisogno di traduzioni perché tutti la possono comprendere? Una lingua appassionata, capace di narrare le meraviglie di Dio ai lontani, ai vicini, ai diversi, agli uguali; una lingua in sintonia con le loro attese e preoccupazioni, le loro gioie e i loro dolori? E magari anche un’occasione per liberarci — noi uomini e donne di Chiesa — dalla preoccupazione di farci ascoltare piuttosto che di ascoltare le domande di senso che si muovono nei cuori in ricerca?

Il desiderio di una rinnovata Pentecoste, una di quelle che avvengono di tanto in tanto nella storia della salvezza, una di quelle partite che si giocano proprio nell’arte di comunicare in una lingua che non appartiene a chi annuncia ma è eco di una Parola altra, capace di generare costantemente a nuova vita, di aprire brecce su muri consolidati, di spargere il buon seme del Vangelo nel campo del mondo, perché il domani sia grembo fecondo e non tomba sigillata. Che bella cosa poterci «ritrovare tutti per strada», a fare sinodo appunto, fuori dalle nostre consolidate istituzioni, attenti e pronti al vento dello Spirito santo, per ritentare l’avventura del discepolato attratti da quel linguaggio altro, presenza di Dio tra noi, che è fuoco, parola appassionata che cambia le nostre vite, prima ancora di pretendere di cambiare le vite degli altri. Abbiamo bisogno di apprendere sempre e di nuovo la lingua del Vangelo, l’unica che non ha bisogno di essere tradotta; quella lingua che fa sentire accolti e riconosciuti nella propria singolarità, che è come una musica capace di arrivare al cuore di ogni creatura; abbiamo bisogno di apprendere l'arte di far parlare tutti: nasce così la festa sulla piazza e nelle strade, dove la questione in gioco non è se siamo in tanti o se siamo in pochi, ma se siamo secondo lo Spirito.

Dai nostri luoghi e dalle nostre case, dai nostri cuore e dalle nostre labbra vorrebbe levarsi una invocazione: vieni Spirito santo, e insegnaci la verità che è sinfonica.

*Clarisse Cappuccine di Primiero (TN) , Presidente della Federazione Italiana delle Clarisse Cappuccine.

di Chiara Francesca Lacchini*