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Hic sunt leones

Religioni tradizionali africane: dal disprezzo al rispetto

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26 novembre 2021

«Nessuna delle razze del Bacino del Nilo, senza eccezione, possiede una fede in un essere supremo, né alcuna forma di culto d’idolatria; l’oscurità del loro spirito non è neppure rischiarata da un raggio di superstizione. Essi hanno lo spirito stagnante come le paludi che fondano il loro mondo ristretto». Questo severo e sprezzante giudizio venne formulato da Sir Samuel Baker, esploratore britannico, al ritorno in patria da un viaggio nella regione sudanese dell’Alto Nilo, nel 1866.

Un pensiero, il suo, di matrice coloniale, influenzato dalla scarsa conoscenza delle culture africane, e da una visione del continente africano, per così dire, sine historia. Un’interpretazione che qualche anno prima il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel aveva espresso nella sua Filosofia della Storia del 1831, quando scrisse che l’Africa «Non è una parte del mondo storico, essa non presenta alcun movimento o sviluppo, e quello che è avvenuto in essa nella sua parte settentrionale appartiene al mondo asiatico ed europeo». In questa prospettiva, il marchio di subalternità impresso sul continente è risultato per molto tempo funzionale, soprattutto nella Vecchia Europa, al distanziamento in cui si confinavano interi popoli afro perché considerati senza scrittura e senza storia.

Ecco perché le stesse religioni tradizionali africane sono state oggetto di notevoli fraintendimenti e distorsioni che, per certi versi, permangono ancora oggi nella società occidentale. Gli stessi missionari, nel bel mezzo dell’epoca coloniale, trovarono non poche difficoltà nel cogliere i fondamentali dell’universo socio-religioso dei popoli dell’Africa subsahariana. Kipoy Pombo, docente congolese di antropologia filosofica e metafisica, che molto ha scritto su questo tema, sottolinea pertinentemente a questo riguardo che «a differenza delle religioni storiche abramitiche monoteistiche con l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam dove si possono facilmente rintracciare gli obbiettivi, le caratteristiche e le modalità dell’incontro con Dio così come l’uno o l’altro fondatore ha stabilito, per le religioni tradizionali senza fondatori, la maggioranza delle quali prive di strutture cultuali chiari, stabili e di libri sacri, è difficile evidenziare gli aspetti dottrinali e determinare i contenuti».

L’aggettivo “Tradizionale” qui, egli spiega, non significa passato o superato (anti-moderno), ma si usa qui per opposizione allo storico (al senso di datazione cronologica) giacché la religione africana è contemporanea dell’uomo africano moderno e essa «costituisce un luogo privilegiato, un elemento reale e centrale della cultura africana».

Senza avere la pretesa di affrontare un’analisi approfondita sul tema in questione, è bene rammentare quanto scrisse nel 1994 il Cardinale Francis Arinze, allora presidente del Pontificio consiglio per il Dialogo inter-religioso della Santa Sede, in una missiva indirizzata ai presidenti delle Conferenze episcopali di Asia, America e Oceania sull’ «Attenzione pastorale alle Religioni Tradizionali». Il porporato esplicitava il termi¬ne di «Religioni tradizionali» con queste parole: «Per religioni tradizionali si intendono quelle religioni che, al contrario delle religioni mondiali che si sono diffuse in molti paesi e culture, sono rimaste nel proprio contesto socio-culturale. La parola “tradizionale” non si riferisce a qualcosa di statico o immutabile, ma fa riferimento a questa matrice localizzata. Non c’è accordo su un unico termine da utilizzare quando ci si riferisce a queste religioni. Alcuni nomi (per esempio paganesimo, feticismo) hanno un significato negativo e oltre a ciò non descrivono realmente il contenuto delle stesse. (...) Mentre in Africa si dà generalmente a queste religioni il nome di “Religione Tradizionale Africana”, in Asia sono chiamate “Religioni Popolari” (Folk Religions), in America “Religioni Indigene e Religioni AfroAmericane” (Native Religions and Afro-American Religions) e in Oceania “Religioni Indigene” (Indigenous Religions)». Come diceva il filosofo e antropologo maliano Amadou Hampaté Ba: «tentare di capire l’Africa e l’Africano senza l’apporto delle religioni tradizionali sarebbe come aprire un grande armadio svuotato del suo contenuto più prezioso». Nell’Africa sub sahariana, infatti, il ruolo della fenomenologia religiosa tradizionale è stato ed è ancora oggi vitale nel determinare il modus vivendi della gente. Kipoy Pombo spiega a questo proposito che «la religione tradizionale permea tutta l’esistenza della persona: la sua vita privata, famigliare, sociale, politica.

Dalla sua nascita fino alla sua sepoltura, alla sua installazione nel mondo degli antenati, l’uomo africano è circondato delle pratiche religiose (iniziazioni tradizionali) tendendo ad assicurare il suo equilibro personale, a permettergli un’armonica integrazione nella società, a creare il contatto con il mondo invisibile». John Samuel Mbiti è molto esplicito quando afferma: «Ovunque si trovi un africano, là è la sua religione... là è il suo pensiero... La porta con sé nei campi, dove semina o raccoglie i prodotti della terra; essa lo accompagna a una festa o a una cerimonia funebre, se studia, è con lui durante gli esami a scuola o all’università; se è un politico, lo accompagna al parlamento... La religione accompagna l’individuo fin da molto tempo prima della sua nascita e molto tempo dopo la sua morte fisica».

È evidente che dal punto di vista dell’evangelizzazione la sfida è legata all’affermazione dell’inculturazione che comunque non può prescindere da una coraggiosa e impegnativa interculturalità, dove a prevalere deve essere la conoscenza dell’alterità in un clima di dialogo aperto e rispettoso per poter scoprire l’immensa ricchezza delle diversità culturali e religiose.

D’altronde, anche trovandosi in presenza dell’annuncio del Vangelo, molti cristiani afro non si distaccano dai valori derivanti dalla propria religione tradizionale poiché essa viene percepita come una realtà quotidiana e dinamica. Per questo motivo è illusorio prescindere dall’ascolto dell’esperienza dell’altro, della sua storia, della sua tradizione, della sua cultura e del suo contesto.

Come già constatò nel 1989 il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, «numerosi cristiani, nei momenti critici della loro vita, fanno ricorso alle pratiche della religione tradizionale: alle case di preghiera, ai centri di guarigione, ai “profeti”, alla magia o agli indovini. Altri sono attirati dalle sette o dalle cosiddette “chiese indipendenti”, dove sentono che alcuni elementi della loro cultura sono più rispettati... In certi paesi africani, anche alcuni esponenti dell’élite intellettuale dichiarano di aderire alla religione tradizionale».

La posta in gioco è alta e come rileva Kipoy Pombo, «non dimentichiamo che l’evangelizzazione si dirige a una persona umana concretamente formata e per questo implica un “incontro” e un “riadattamento”. Se l’incontro si fa nel senso della liberazione da ciò che sminuisce l’uomo e dalla valorizzazione e il perfezionamento di ciò che era già valido e buono, realizza in esso un nuovo equilibro. Nel caso contrario provoca uno “scompiglio”, e conduce al rifiuto».

Una cosa è certa: la dimensione religiosa tradizionale nell’Africa Sub sahariana ha una forte connotazione relazionale. Cartesio scrisse: «Cogito ergo sum» (“penso, dunque sono”). Ma gli africani, secondo Kipoy Pombo preferirebbero dire: «Cognatus sum ergo sum» (“sono in relazione, quindi sono”) che a pensarci bene è il fondamento della parola Ubuntu nelle lingue dei popoli Zulu e Xhosa. Se proviamo a tradurla in Italiano, potremmo dire: «Io sono perché tu sei», o meglio «una persona è una persona a causa di altre persone». Una saggezza ancestrale che tutto comprende e a cui il mondo occidentale dovrebbe guardare con rispetto.

di Giulio Albanese