· Città del Vaticano ·

Il Papa con i ragazzi di Scholas Occurrentes

No alla psicologia dell’indifferenza

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26 novembre 2021

Si è partiti da una rappresentazione teatrale del dolore che colpisce i giovani di oggi per discutere con Papa Francesco di migranti, scarto, inclusione, pandemia, discriminazione, accoglienza. È successo ieri pomeriggio, 25 novembre, al Pontificio collegio internazionale Maria Mater Ecclesiae di Roma per iniziativa di Scholas Occurrentes.

Il Pontefice, giunto in automobile dal Vaticano, ha ascoltato le conclusioni e i progetti scaturiti dal primo corso della scuola politica “Fratelli tutti”, che si è svolto in presenza, dopo 21 mesi di appuntamenti settimanali in classi virtuali a livello internazionale. Cinquanta ragazzi tra i 16 e i 27 anni, provenienti da 16 Paesi si sono ritrovati per tre giorni d’incontro, al termine dei quali hanno voluto condividere le loro esperienze e i loro dibattiti proprio con il vescovo di Roma.

Ad ascoltarli anche i direttori mondiali di Scholas, José María del Corral e Enrique Palmeyro, e il ministro dell’istruzione della Repubblica italiana, Patrizio Bianchi. Il Papa ha risposto ad alcune domande in spagnolo, dopo che i giovani, appartenenti a differenti contesti sociali, economici, culturali e linguistici, avevano cantato e testimoniato i loro disagi e le loro attese. Tra i presenti, rifugiati, richiedenti asilo, ma anche studenti di prestigiosi college: in pratica uno spaccato della realtà giovanile a livello mondiale, dove si mescolano povertà e ricchezza, disagio ed emancipazione, emarginazione e inclusione.

Il dolore espresso da un gruppo di ragazzi che indossavano maschere bianche con strisce di vari colori ha offerto al Papa l’occasione di parlare di creatività. Essa è ciò che «dà impulso», ma anche «un rischio». Tuttavia, una comunità senza creatività è «una maschera come questa, tutti hanno uniformato non solo il volto, ma anche il cuore, e dove si smorzano i sentimenti, si smorzano i moti interiori». In pratica, si fa ciò che «viene ordinato, si fa ciò che viene precettato, si fa ciò che socialmente fanno tutti», e così si perde la personalità. È chiaro, ha aggiunto il Pontefice, che a volte c’è chi «reagisce contro tutto ciò e va nell’altra direzione» e diventa l’“enfant terrible”. Occorre notare, però, che un giovane che «sta facendo bravate, che va nell’altra direzione», è perché sta «richiamando l’attenzione, non sempre nel senso cattivo del termine», ma sta chiedendo aiuto a una società che ha «il volto indistinto, il volto bianco, politicamente corretto, tutti uguali, tutti uguali da fuori; ma il tuo cuore dove sta?», è stato l’interrogativo sollevato da Francesco.

È seguito poi il racconto dell’esperienza drammatica di Austen, un rifugiato del Rwanda, riuscito a scappare in Congo e a salvarsi dal genocidio che sconvolse il Paese africano nel 1994. Il giovane ha trovato in Scholas Occurrentes un valido sostegno e con la sua domanda ha offerto al Papa l’occasione per attirare nuovamente l’attenzione sul dramma dei rifugiati e di quanti sono vittime di esclusione e di sfruttamento.

La condizione di rifugiato, ha detto il Pontefice, indica che «hai lasciato un posto che era tuo, la tua patria, e ti sei messo in cammino per necessità». L’orrendo genocidio in Rwanda ha fatto sperimentare la necessità di fuggire da una tragedia, da una prigione, da qualcosa che non permetteva di vivere da uomo libero. I rifugiati, ha aggiunto il Papa, che rischiano la loro vita fuggendo, attraverso il Mediterraneo, il Mar Egeo, l’Atlantico, ma anche sulla rotta per le isole Canarie, hanno una sola ossessione, quella di uscire.

Oggi, ha fatto notare, la vita di un rifugiato «è molto dura». Basti pensare a quanto avviene sulle coste libiche, soprattutto per quelli che tornano indietro, che vengono presi dalle mafie, da gente senza scrupoli che sfrutta, tortura e vende le donne. E rivolgendosi proprio alle ragazze presenti, nella ricorrenza della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Francesco si è detto certo che esse possono immaginare cosa significhi essere vendute come merce.

Il Papa ha poi voluto sottolineare che quando si parla di rifugiati, non si tratta di numeri, ma di fratelli e sorelle che hanno dovuto fuggire e non hanno potuto farlo, mentre altri sono stati catturati e messi in campi di concentramento, dove i trafficanti, prima li imbarcano e poi li ricevono quando vengono rimandati indietro.

La vita di un rifugiato, ha ribadito, è vivere per strada, ma non nella strada della propria città, piuttosto nella strada della vita dove «sei ignorato, calpestato, trattato come niente». Da qui, l’invito ad aprire i cuori alla vita dei rifugiati, perché non sono persone venute per turismo in un altro Paese. È gente che scappa per vivere e che rischia la vita per vivere. L’egoismo, ha aggiunto, porta alla psicologia dell’indifferenza, al punto che non fa più scalpore il fatto che il Mediterraneo sta diventando il più grande cimitero del mondo.

Infine il Papa ha esortato a esprimere gratitudine per chi non è costretto a fuggire dalla patria, esortando al contempo a stare attenti a non essere imprigionati nella stessa patria, cioè, imprigionati culturalmente. Occorre, ha detto, imparare a fuggire dalle prigioni che vengono presentate dalle abitudini sociali già determinate, il socialmente corretto. A volte si viene imprigionati da comportamenti che rendono come “inamidati” e impediscono di sentire. D’altronde, un rifugiato fugge perché ha «un sentimento di libertà, un sentimento di giustizia».