· Città del Vaticano ·

Quando una partita di calcio è molto più di una partita di calcio

L’urlo di Filippo

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
25 novembre 2021

La corsa e l’urlo di Filippo, il nostro centravanti con la sindrome di Down, dopo aver fatto gol mi hanno subito richiamato alla mente la mia corsa e il mio urlo, quella notte dell’11 luglio 1982 al Santiago Bernabeu di Madrid, appena segnato il 2-0 alla Germania nella finale del Campionato del mondo.

L’urlo di Filippo e il mio sono nati dalla stessa passione, dalla bellezza dello sport come esperienza umana di squadra. Poco importa se il gol (anzi, la doppietta!) Filippo lo ha segnato, domenica scorsa, in una partita super amichevole (“fraterna” è stata definita), voluta personalmente da Papa Francesco, tra una rappresentativa di rom croati e la “sua” squadra, la “squadra del Papa” che sulla maglietta aveva scritto «Fratelli tutti».

Poco importa che il mio urlo — addirittura 39 anni fa, eppure in tanti ancora lo ricordano... — fosse in una finale mondiale, sul palcoscenico calcistico più prestigioso.

In realtà l’urlo è lo stesso. Non c’è differenza. La gioia è la stessa. Non c’è differenza. Ma anche la struttura del gol è stata la stessa: non una prodezza individuale ma una costruzione di squadra, con passaggi e generosità.

La corsa a perdifiato di Filippo sul campo del Centro sportivo della Lazio a Formello è la stessa corsa a perdifiato mia sul prato del Bernabeu. Urlando, tutti e due siamo andati a cercare l’abbraccio dei nostri compagni di squadra. E dall’abbraccio dei nostri compagni di squadra siamo stati letteralmente, fisicamente, sommersi. Felicità allo stato puro, esperienza di squadra.

In realtà Filippo ha fatto di più. Se io ho abbracciato “solo” i miei compagni della nazionale italiana, Filippo ha abbracciato tutti, anche i giocatori della squadra avversaria, persino l’arbitro — Ciro Immobile — e i guardalinee.

E in questo suo gesto, anche nella dedica a chi era in tribuna, sta il significato dirompente di questa particolarissima partita che, non a caso, è stata sostenuta dal Papa. È l’immagine concreta di un altro modo di fare sport. Certo, questa partita è stata un unicum. Ma resterà storicamente come un punto dal quale trarre ispirazioni.

Sono stato chiamato dal cardinale Gianfranco Ravasi a fare da “allenatore” della “Squadra del Papa - Fratelli tutti”. Ho subito chiesto l’aiuto di Odoacre Chierico: un mio caro amico, fortissimo giocatore della Roma e ora preparatissimo tecnico. Il merito è suo se, in pochi giorni, la “Squadra del Papa - Fratelli tutti” è riuscita a “tenere” il campo. Con lo spirito giusto del divertimento, dell’amatorialità, della gratuità nel gioco. C’erano alcune guardie svizzere, qualche sacerdote, qualche dipendente vaticano anche con i figli, poi due giovani migranti e Filippo. Due allenamenti al sabato mattina e... in campo per la partita!

Le parole del Papa, nell’udienza di sabato alle due squadre, sono state fortissime. Giocare “con” e non giocare “contro”. Va subito riconosciuto, però, che è un modo di pensare che nel calcio non si riscontra. Secondo la mia esperienza, ciò che conta veramente è giocare in modo onesto.

Ecco, l’onestà nel calcio è fondamentale. Voglio dire, si può commettere anche un fallo, anzi si devono commettere anche falli perché il calcio è uno sport “di scontro”. Ma l’onestà e il rispetto delle persone è la regola fondamentale.

Questa partita ha avuto una vasta eco per il suo messaggio contro ogni razzismo e discriminazione. Purtroppo, e non solo negli stadi, gli stupidi — perdonatemi l’espressione sul “giornale del Papa” — non mancano! Ma, e mi rifaccio alla mia ormai lunga esperienza in campo, la maggior parte delle persone — giocatori, tecnici, addetti ai lavori e tifosi — non ha una mentalità razzista. Anzi.

Ormai, poi, viviamo questa bellissima ricchezza di vedere insieme in una squadra giocatori di diverse provenienze, culture e religioni. Veramente è una ricchezza conoscere da vicino i pensieri di persone che hanno una cultura, una storia diversa dalla nostra. Abbiamo molto da imparare. E, ci tengo a dire, che come “noi” accogliamo “loro”, anche “loro” accolgono “noi”. Fino ad annullare il “noi” e il “loro”.

Un altro aspetto che il Papa ha rimarcato nel suo discorso, e che io ho molto a cuore, anche da genitore, è il valore del calcio come forma di educazione dei più giovani.

Purtroppo va detto che non pochi genitori hanno un approccio profondamente sbagliato e quasi investono sui loro figli — mi viene da dire che li “usano” — sperando che abbiano successo e che ci sia un ritorno economico.

Anzitutto, solo una piccolissima percentuale di giovani promesse riesce ad avere successo. Ma, al di là dei numeri e dei guadagni, non è questo il modo di educare, di formare i giovani.

Parlo della mia esperienza. Vengo da una famiglia umile. E qualche schiaffone di mia mamma — mio padre me ne dava meno... — mi ha fatto più che bene. Ma, ai miei tempi, il calcio era visto solo come un gioco, non certo come una prospettiva di lavoro. Ora è un’altra cosa. Da quando è diventato business, il calcio non ha e non può avere gli stessi valori con i quali io sono cresciuto. Recentemente sono andato, per curiosità, a visitare in Spagna l’albergo dove nel 1982 era ospitata la nostra nazionale che poi vinse il Mondiale: un albergo modesto dove oggi non alloggerebbe probabilmente neppure una squadra primavera.

Ecco quello che ho vissuto facendo parte della partita “fraterna” voluta da Papa Francesco per testimoniare inclusione e solidarietà. E anche il 7-7 finale — “concesso” dagli amici rom croati che sul campo sono nettamente più bravi — racconta cosa significa essere «fratelli tutti».

di Marco Tardelli