· Città del Vaticano ·

Il magistero

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25 novembre 2021

Venerdì 19

Il dialogo
sociale
via maestra
per una nuova
cultura

La lunga crisi della pandemia sta mettendo a dura prova la capacità di dialogare con gli altri.

Questo è dovuto ai periodi di confinamento [e la] situazione ha inciso dentro le persone in modo spesso inconsapevole.

Ognuno si scopre più distante dagli altri, più chiuso, forse più diffidente; o siamo meno propensi a incontrarci, a lavorare fianco a fianco, con la gioia e la fatica di costruire qualcosa insieme.

Prendere coscienza di questa realtà, che minaccia ognuno, indebolendo la capacità di relazione, e che impoverisce la società.

Questa tendenza rischia di fare il gioco della cultura dell’indifferenza.

Voi condividete questa preoccupazione. È la pratica quotidiana dell’incontro e del dialogo: che non fa notizia, ma aiuta la comunità a crescere nell’amicizia sociale.

Con voi che tenete il “polso” delle dinamiche culturali e assegnate i prestigiosi Premi Nobel, desidero condividere questa scelta del dialogo sociale come via maestra verso una nuova cultura.

Lo sviluppo pervasivo dei social media rischia di sostituire il dialogo con monologhi, spesso dai toni aggressivi. Invece il dialogo presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro.

Dialogo non è sinonimo di relativismo.

(Saluto ai membri dell’Accademia di Svezia incontrati nella Sala dei Papi)

Sabato 20

Tra la gente
comune
per vivere
la quotidianità

L’Istituto è sorto per opera di padre Gaetano Liuzzo, che vi ha trasmesso il carisma di sant’Eugenio di Mazenod, fondatore dei Missionari Oblati di Maria Immacolata. Siete state chiamate ad accogliere la missione evangelizzatrice imitando l’audacia di Sant’Eugenio.

Questo carisma siete chiamate a viverlo nella secolarità, inserite nel mondo.

Essere consacrati in un Istituto secolare non significa rifugiarsi in una “terra di mezzo”, ma condividere pienamente, come Gesù, la condizione della gente comune, la quotidianità del lavoro, della casa, delle relazioni di vicinato.

È vivere lo spirito dell’Incarnazione nel tempo e nel luogo in cui Dio ci ha posto, assumendo la realtà con cuore aperto, per seminare amore.

La vostra specificità è quella di santificare le attività secolari per ricapitolare tutto in Cristo.

Pio xii , nel Motu proprio Primo Feliciter, trattando degli Istituti secolari dice che tutta la vita dei membri deve tradursi in apostolato.

Gesù, nella sua vita nascosta, è un modello. Anche le sue azioni ordinarie avevano un valore divino.

Analogamente avviene per i membri degli Istituti secolari e per i laici ad essi associati. Le loro attività comuni di ogni giorno acquistano un valore apostolico particolare per la loro consacrazione personale, per l’unione con Dio.

La profezia della consacrazione secolare è incompatibile con il timore di luoghi e situazioni a rischio.

Al contrario, sono precisamente queste situazioni a essere propizie.

Senza relazioni tutto si disfa e rischia di risultare una contro-testimonianza.

Eugenio di Mazenod ripeteva spesso agli Oblati: “In nome di Dio siate santi”. Vorrei declinare questa chiamata secondo tre atteggiamenti.

Essere pronte

Vivere pienamente il presente cogliendovi la promessa di eternità.

Una persona è pronta quando è completamente donata a Dio e ai fratelli. Non quando arrivano applausi e successo.

È stare al mondo in pienezza, nella verità e nella libertà dei figli di Dio.

Come non si può vivere senza respirare, così non si può essere cristiani e vivere come cristiani e tanto meno come consacrati, senza la preghiera.

Essere oblate

Siete totalmente donate a Cristo per identificarvi spiritualmente con Lui.

Questo “totalmente” indica un’appartenenza esclusiva, generosa, senza riserve.

Ma non dobbiamo puntare lo sguardo sul nostro impegno, ma su di Lui.

È Lui l’Oblato, nel quale voi siete Oblate. Gesù, venendo come servo, e morendo in croce in mezzo a due malfattori, ha spiegato cos’è la vita: amore che chiede amore, grazia che chiede gratuità.

Lo mostra dalla croce, perché questa strada non è comoda. Ma è la strada della pace e della gioia.

Fiduciose
come Maria

Grazie alla sua fede, al suo “sì”, al suo “eccomi” si è compiuto il disegno di salvezza universale del Padre.

La strada sicura dunque, anche per voi, che siete “dell’Immacolata”, è quella percorsa da Lei.

Avanti con coraggio e audacia, senza la preoccupazione dei numeri! Siete come lievito. Piccole, nascoste, ma piene di fede.

(Alle cooperatrici oblate missionarie dell’Immacolata ricevute nella Sala del Concistoro)

Madri e sorelle
dei poveri

Siete riunite a Parigi nella vostra Casa madre a Rue du Bac. Il tema scelto è coraggioso, “Ephata”, e vi porta a considerare la necessità di non stancarvi di “andare verso”, di “incontrare”.

Questa è stata la vostra caratteristica. Una Compagnia di donne fatta per andare a portare l’amore di Cristo ai poveri.

Questo vi ha portato in tutto il mondo non solo ad assistere i poveri nei grandi istituti, negli ospedali, negli orfanotrofi, nelle scuole, ma a visitarli, andare per incontrarli nei luoghi dove vivono, per partecipare insieme con loro ai cammini di crescita umana, di promozione della vita, di cura spirituale.

Dio vi ha affidato i poveri i suoi prediletti! Voi siete per loro madri e sorelle, non suocere!

In questo tempo segnato da tante contraddizioni e forme di marginalizzazione, avete un ruolo come donne che vivono una forma particolare di consacrazione, quello di accompagnare tanti nostri fratelli e sorelle vittime di violenza, di discriminazione, di far crescere i bambini prime vittime dei soprusi dei grandi, di custodire e difendere la vita attorno a voi, con il vostro sorriso, la vostra cura, la vostra dedizione al servizio dei più piccoli.

Vi invito a lavorare perché a tutti siano garantiti i diritti fondamentali che assicurano una vita dignitosa, a contribuire a salvaguardare la nostra casa comune, a trasmettere la fede e i valori cristiani alle nuove generazioni, e ad educarle a prendersi cura gli uni degli altri.

(Videomessaggio alle partecipanti all’assemblea generale delle Figlie della carità)

Domenica 21

Vivere sotto
la signoria
di Gesù

Il Vangelo di oggi, ultima domenica dell’Anno Liturgico, culmina in un’affermazione di Gesù, che dice: «Io sono re».

La sua regalità è al di là dei parametri umani! E noi sappiamo imitarlo in questo? Sappiamo governare la nostra tendenza a essere continuamente cercati e approvati, oppure facciamo tutto per essere stimati?

Nel nostro impegno cristiano, cosa conta? gli applausi o conta il servizio?

La miglior prova che Cristo è il nostro re è il distacco da ciò che inquina la vita, rendendola ambigua, opaca, triste.

Quando la vita è ambigua, un po’ di qua, un po’ di là, è triste.

Certo, con i limiti e i difetti dobbiamo sempre fare i conti: tutti siamo peccatori.

Ma, quando si vive sotto la signoria di Gesù, non si diventa corrotti, non si diventa falsi, inclini a coprire la verità. Non si fa doppia vita.

(Angelus in piazza San Pietro)

Lunedì 22

Il Natale non è evasione
ma apertura
alla gratuità

Ringrazio la Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis e Missioni Don Bosco Valdocco per questo concorso, che dà voce ai giovani invitandoli a creare canzoni inedite ispirate al Natale e ai suoi valori.

[Siamo] alle porte dell’Avvento, il periodo che introduce al Natale. Anche quest’anno le sue luci saranno sommesse per le conseguenze della pandemia.

A maggior ragione, siamo chiamati a interrogarci e a non perdere la speranza.

La festa della Nascita di Cristo non è una stonatura rispetto alla prova che stiamo vivendo, perché è la festa della compassione, della tenerezza.

La sua bellezza è umile e piena di calore umano.

Traspare nella condivisione di piccoli gesti di amore concreto.

Non è alienante, non è superficiale, non è evasiva; al contrario, allarga il cuore, lo apre alla gratuità, al dono, e può generare dinamiche culturali, sociali. Con questo spirito abbiamo dato vita al Patto Educativo Globale per un’umanità più fraterna.

Avete composto nuove canzoni natalizie e le avete condivise per un progetto più grande, che crede nella bellezza come via di crescita.

(Agli organizzatori del “Christmas contest”
ricevuti nella Sala Clementina
)

Martedì 23

Ritrovare
il valore
dell’umano

La pandemia ha messo in crisi tante certezze su cui si basa il nostro modello economico, rivelandone le fragilità.

Ma anche ha riproposto con forza gli interrogativi fondamentali dell’esistenza: la domanda su Dio e sull’essere umano.

Mi ha colpito il tema della vostra Plenaria: l’umanesimo necessario. In questo frangente della storia, abbiamo bisogno non solo di nuovi programmi economici o di nuove ricette contro il virus, ma soprattutto di una nuova prospettiva umanistica, basata sulla Rivelazione biblica, arricchita dall’eredità della tradizione classica, come pure dalle riflessioni sulla persona umana presenti nelle diverse culture.

Ai tempi del Concilio si confrontavano un umanesimo secolare, immanentista, materialista, e quello cristiano, aperto alla trascendenza. Entrambi, però, potevano condividere una base comune, una convergenza fondamentale su alcune questioni radicali legate alla natura umana.

Ora questo è venuto meno a causa della fluidità della visione culturale contemporanea. È l’epoca della liquidità o del gassoso. Tuttavia, la Costituzione conciliare Gaudium et spes rimane ancora attuale.

Ricorda che la Chiesa ha ancora molto da dare al mondo, e impone di riconoscere e valutare, con fiducia, le conquiste intellettuali, spirituali e materiali emerse in vari settori del conoscere umano.

Oggi, è in atto una rivoluzione che sta toccando i nodi essenziali dell’esistenza e richiede uno sforzo creativo.

Stanno mutando strutturalmente le modalità di intendere il generare, il nascere e il morire.

È messa in discussione la specificità dell’essere umano nell’insieme del creato, la sua unicità nei confronti degli altri animali, e persino la sua relazione con le macchine. Ma non possiamo limitarci solo alla negazione e alla critica.

Ci è chiesto piuttosto di ripensare alla presenza dell’essere umano nel mondo alla luce della tradizione umanistica: come servitore della vita e non suo padrone, come costruttore del bene comune con i valori di solidarietà e di compassione.

La Sacra Scrittura ci offre le coordinate essenziali per delineare un’antropologia dell’essere umano nella sua relazione con Dio, nella complessità dei rapporti tra uomo e donna, e nel nesso con il tempo e lo spazio in cui vive.

L’umanesimo di matrice biblica, in dialogo fecondo con i valori del pensiero classico greco e latino, ha dato vita a una visione alta riguardo all’essere umano, alla sua origine e al suo destino ultimo, al suo modo di vivere su questa terra.

Questa fusione tra la sapienza antica e quella biblica rimane un paradigma fecondo. Tuttavia l’umanesimo biblico e classico deve aprirsi sapientemente per accogliere, in una nuova sintesi creativa, anche i contributi della tradizione umanistica contemporanea e di quella di altre culture.

Penso alla visione olistica delle culture asiatiche, per una ricerca dell’armonia interiore e con il creato.

O alla solidarietà propria delle culture africane, per superare l’eccessivo individualismo tipico della cultura occidentale.

Importante è anche l’antropologia dei popoli latinoamericani, con il senso vivo della famiglia e della festa.

Come pure le culture dei popoli indigeni in tutto il pianeta.

Vi sono, in queste diverse culture, forme di un umanesimo che, integrato in quello europeo ereditato dalla civiltà greco-romana e trasformato dalla visione cristiana, diventa oggi il miglior strumento per far fronte alle inquietanti domande sul futuro dell’umanità.

(Videomessaggio alla plenaria del Pontificio Consiglio della cultura)

Mercoledì 24

Protagonista
discreto
e nascosto
della storia
della salvezza

La figura di Giuseppe, seppur apparentemente marginale, discreta, rappresenta invece un tassello centrale nella storia della salvezza. Vive il suo protagonismo senza mai volersi impadronire della scena.

[Spesso] le nostre vite sono sostenute da persone comuni — solitamente dimenticate — che non compaiono nei titoli dei giornali... padri, madri, nonni e nonne, insegnanti [che] mostrano ai bambini, con gesti piccoli, come affrontare una crisi riadattando abitudini e stimolando la preghiera. 

Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, della presenza discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà.

Il mondo ha bisogno di questi uomini e di queste donne... che sostengono lo sviluppo della nostra vita, e che con la preghiera, con l’esempio, con l’insegnamento ci sostengono.

Nel Vangelo di Luca, Giuseppe appare come il custode di Gesù e di Maria. E per questo è anche «il Custode della Chiesa»; perché [essa] è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia.

Giuseppe, continuando a proteggere la Chiesa, continua a proteggere il Bambino e sua madre» (ibid., 5).

Giuseppe, con la sua vita, sembra volerci dire che siamo chiamati sempre a sentirci custodi dei nostri fratelli, custodi di chi ci è messo accanto, di chi il Signore ci affida attraverso tante circostanze della vita.

Una società come la nostra, che è stata definita “liquida”, perché sembra non avere consistenza. Io correggerò quel filosofo che ha coniato questa definizione e dirò: più che liquida, gassosa, una società propriamente gassosa. Questa società trova nella storia di Giuseppe un’indicazione ben precisa sull’importanza dei legami umani.

Infatti, il Vangelo racconta la genealogia di Gesù, oltre che per una ragione teologica, per ricordare a ognuno di noi che la nostra vita è fatta di legami che ci precedono e ci accompagnano.

Il Figlio di Dio, per venire al mondo, ha scelto la via dei legami, la via della storia: non è sceso nel mondo magicamente.

Ha fatto la strada che facciamo tutti.

Penso a tante persone che fanno fatica a ritrovare dei legami significativi nella loro vita, e proprio per questo arrancano, si sentono soli, non hanno la forza e il coraggio per andare avanti.

Vorrei concludere con una preghiera che aiuti a trovare in [lui] un alleato, un amico e un sostegno: «San Giuseppe, tu che hai custodito il legame con Maria e con Gesù, aiutaci ad avere cura delle relazioni nella nostra vita. Nessuno sperimenti quel senso di abbandono che viene dalla solitudine. Ognuno si riconcili con la propria storia, con chi lo ha preceduto, e riconosca anche negli errori commessi un modo attraverso cui la Provvidenza si è fatta strada, e il male non ha avuto l’ultima parola. Mostrati amico per chi fa più fatica, e come hai sorretto Maria e Gesù nei momenti difficili, così sostieni anche noi nel nostro cammino».

(Catechesi all’udienza generale nell’Aula Paolo vi )

Proteggere
le vittime
della violenza

Saluto l’Associazione Italiana Vittime della violenza. Ringrazio per l’opera di assistenza e di supporto a coloro che hanno subito maltrattamenti e vivono in situazione di angoscia e di disagio. È brutta la violenza; è molto brutto l’atteggiamento violento. Con la vostra attività, contribuite a costruire una società più giusta e solidale. Il vostro esempio susciti un rinnovato impegno, affinché le vittime della violenza vengano protette e le loro sofferenze prese in considerazione e ascoltate.

(Saluto ai fedeli presenti nella basilica Vaticana
per l’udienza generale)