· Città del Vaticano ·

Musica e liturgia

Cantiamo Cristo nostra gioia

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24 novembre 2021

I cieli narrano la Gloria di Dio, ma anche la musica fa la sua parte. E non poco. La musica, infatti, assieme alla liturgia riesce a porci di fronte al mistero dell’Amore di Dio, davanti all’immensa potenza che la sua mano riesce a rivelare in tutti gli angoli della Terra. «Chi canta prega due volte»: così si esprimeva sant’Agostino. E se si canta, insieme, in assemblea, ancor meglio perché in quel preciso momento «il popolo di Dio canta insieme al Cristo». Così spiega a «L’Osservatore Romano», Marco Frisina, direttore del coro della diocesi di Roma. Sarà lui ad accompagnarci in questo viaggio alla scoperta dell’importanza della musica nella liturgia. È la prima tappa di un cammino sul valore e sul senso antropologico della musica stessa. Cercheremo di comprenderne la relazione con Dio e con la sacra Scrittura, con la creazione, senza dimenticare di come la musica possa divenire vero e proprio strumento nell’evangelizzazione. Mai come in un momento storico simile a quello che stiamo vivendo, è necessario cercare di comprendere come la musica possa essere un più che valido — se non alquanto necessario — strumento di comunicazione tra gli uomini, e, soprattutto, di interazione e legame profondo con l’Invisibile, l’Assoluto, con Dio: la comunicazione diviene anche comunione.

«Quello che bisogna comprendere è che tutto nasce dalla gioia della Resurrezione. Da quel mattino di Pasqua, quando Gesù esce dal sepolcro e canta al Padre la Sua gioia, il Suo trionfo sul peccato e sulla morte, uniti a Lui, nel Corpo mistico, cantiamo con Cristo: sono risorto e sono sempre con te! Questa è la gioia della Chiesa che si manifesta nel canto che accompagna la liturgia». In questo dialogo con monsignor Frisina, la mente spazia, si apre e sembra quasi dipingere immagini che fanno da contrappunto — il termine musicale è, forse, il più appropriato — alle sue riflessioni. L’unione tra l’assemblea che canta e lo Sposo, Cristo, riconduce la memoria al Cantico dei cantici, quando la bella Sulammita parla al suo Salomone: «I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna». Un’immagine che ha una forza evocativa così prorompente che riesce ad aprire ad altra immagine. I colori della mente dipingono, aprono immagini che si susseguono così come si alternano le note in uno spartito musicale. Perché non intravedere proprio in quella campagna, il popolo di Dio che si fa partecipe della mente creatrice dell’Onnipotente e lo loda? È la Chiesa stessa. La campagna riesce a essere fruttuosa se ben seminata, se accoglie il seme del Signore. Tutto il creato, allora, risplende della gloria viva di Dio: ogni fedele riesce a diventare — in questo magnifico dipinto — un fiore che risplende alla luce del sole. E, il passaggio tra il sole e la gloria diviene naturale: «La Chiesa canta con Cristo la gloria del Padre, unita nello Spirito. È proprio questo il momento più bello della santa messa: un momento meraviglioso in cui, nella liturgia, la Chiesa canta come sposa con lo Sposo. E lo fa con gioia, soprattutto! Perché è questo il momento della gloria. Stiamo già pregustando ciò che ci presenta la visione dell’Apocalisse, quando canteremo l’Alleluia, le lodi all’Agnello. Quando canteremo la gloria della vittoria di Cristo». Partecipare a questo canto, grazie alla celebrazione eucaristica, dunque, è come partecipare già su questa terra alla gioia del Paradiso. E il Paradiso — si sa — è difficile descriverlo a parole. In questo caso, allora, solo la musica, seppur nella sua impalpabile forma, riesce a far intravedere all’assemblea quel cielo dove “luce ed amor” — sono versi danteschi riferiti all’empireo nel xxvii canto del Paradiso — risplendono. «Quando si usa la musica — continua Frisina — vogliamo esprimere qualcosa che le parole, da sole, non riescono a dire. E nell’amore, le parole ci mancano. Quel segno di amore infinito che è l’eucaristia, non può essere “accompagnato” se non dalla musica. Nella celebrazione eucaristica, infatti, siamo coloro che per Cristo, con Cristo ed in Cristo cantano e vivono nell’unità dello Spirito santo per la gloria del Padre. Tutti i sacramenti sono segni visibili di grazia. Ma è nell’eucaristia che possiamo vedere, toccare e sperimentare l’amore di Dio. E la musica, diviene anch’essa un segno d’amore e di fede. Questo atto d’amore che compiamo cantando durante la celebrazione, unisce in modo sublime le nostre voci alle nozze dell’Agnello».

Musica e liturgia, dialogo antico e quanto mai proficuo. In principio, fu il canto gregoriano, un immenso patrimonio di preghiera e musica che ci offre la testimonianza della fede cantata nell’arco di più di un millennio. Poi, giunge la fiorente epoca del Rinascimento in cui il canto gregoriano diviene polifonia, «una voce in tante voci. In un’epoca in cui non c’era ancora l’idea della partecipazione assembleare al canto liturgico, la bellezza della musica diviene un modo per entrare nel mistero celebrato con il cuore, in modo contemplativo». Durante i secoli successivi, non possiamo non ricordare un musicista che ha donato al mondo un’infinità di capolavori di musica e di fede: quattro Passioni di Cristo; un Oratorio di Natale; centinaia di cantate, una grande messa cattolica oltre altre messe brevi; un Magnificat; centinaia di corali e composizioni varie per organo. Dietro a un proliferare di musica sacra così importante vi è il nome di Johann Sebastian Bach che «è riuscito — da una parte — a sintetizzare le esigenze liturgiche e quindi teologiche del canto; dall’altra, a venire incontro alle esigenze pastorali del popolo di Dio».

Ma com’è possibile comprendere se un canto possa essere veramente valido per la liturgia? Monsignor Frisina, non ha dubbi: «Il tempo successivo al concilio Vaticano ii ha rappresentato una svolta sostanziale, presentandoci l’importanza della partecipazione del popolo al canto e, nello stesso tempo, sottolineando l’inserimento vivo della musica nell’azione liturgica. Inoltre, dal canto gregoriano, punto di riferimento essenziale per la musica liturgica, possiamo trarre una griglia di valutazione, definiamola così, che reputo fondamentale per comprendere l’uso liturgico del canto. Perché un canto sia liturgicamente valido deve avere alcune caratteristiche presenti nel canto gregoriano. Il testo deve essere tratto dalla parola di Dio o deve essere una parafrasi di essa. Le forme dei canti liturgici devono sempre essere legate alla celebrazione eucaristica poiché il canto fa parte integrante della liturgia stessa. Le forme musicali devono essere plasmate dalla celebrazione: le forme del salmo, dell’inno, del responsorio, delle litanie, sono quelle usate dalla liturgia, e, dunque, proprie del canto liturgico. Poi, un posto fondamentale lo occupa la melodia: è in questa che sentiamo gli affetti che accompagnano il fedele nella preghiera. Poi ci sono alcuni aspetti pratici: il canto gregoriano era per cori ed esecutori medi, per lo più monaci, e per questo motivo era semplice e alla portata di tutti, non riservato a professionisti. Ricordiamoci che la grandezza è sempre semplice perché la bellezza non significa complessità ma profondità. Nella semplicità possiamo raggiungere il vero risultato che la musica si propone e cioè orientare la preghiera verso la glorificazione di Dio, e l’edificazione spirituale dei fratelli».

di Antonio Tarallo