· Città del Vaticano ·

«Fratelli tutti»
anche sul campo di calcio

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22 novembre 2021

Dalla corsa sfrenata verso gli spalti, al cuore “disegnato” con le dita, per la dedica alla fidanzata e alla mamma in tribuna; dalle braccia agitate come fossero ali ad incitare il pubblico, fino al dito in bocca in omaggio al famoso “ciuccio” di Totti: sono le immagini dell’esultanza di Filippo Montemurri, giovane con sindrome di Down, a testimoniare il significato più autentico della partita fraterna — incoraggiata da Francesco che sabato ha ricevuto i giocatori — tra l’Organizzazione mondiale Rom e la “Squadra del Papa - Fratelli tutti” disputata ieri nel centro sportivo della Lazio a Formello.

Il 7 a 7 allo scadere “dice” parità anche nei gol, realizzati in amicizia, all’insegna dell’inclusione, del rispetto delle diversità, per combattere disuguaglianze e pregiudizi. Insomma un match “con” e non “contro”, per dare «un calcio all’esclusione, al razzismo e alla povertà», che poi è lo slogan del progetto della diocesi di Roma perché, attraverso calcio e oratori di periferia, i bimbi rom e le persone più fragili non siano scartati.

Accompagnati dal cardinale Gianfranco Ravasi, che con il Pontificio Consiglio della cultura ha organizzato la partita, e Claudio Lotito, presidente della Lazio, che l’ha resa possibile, gli atleti sono scesi in campo tenendo per mano i bambini assistiti dal Dispensario pediatrico vaticano Santa Marta. Non sono mancati gli inni rom e pontificio. E le parole del discorso di Francesco nell’udienza di sabato sono state rilanciate come “calcio d’inizio”.

Nella “squadra del Papa”, con la maglietta gialla che è già un messaggio per la scritta «Fratelli tutti», guardie svizzere, sacerdoti, dipendenti vaticani anche con alcuni figli, il giovane con sindrome di down e due migranti accolti dalla comunità di Sant’Egidio. In tenuta blu e bianca la squadra rom, giunta appositamente da Zagabria. E con loro uno straordinario team di allenatori: Marco Tardelli, campione del mondo 1982, Odoacre Chierico, cuore giallorosso, Edy Reja, commissario tecnico dell’Albania, e Maurizio Sarri, mister biancoceleste.

Arbitro d’eccezione “l’idolo di casa” Ciro Immobile, protagonista di simpatici siparietti, inscenati mimando ricorsi a un inesistente Var e comminando ammonizioni persino ai suoi guardalinee.

Meglio organizzata e con calciatori “di categoria”, la compagine rom ha chiuso la prima frazione in vantaggio 5 a 1. Ma nella ripresa la “squadra del Papa” ha liberato l’estro e la fantasia di Filippo. Con la maglia numero 10, quella dei più talentuosi, il bomber ha messo a segno il micidiale uno-due che ha riportato in partita i suoi, finendo letteralmente sommerso dagli abbracci di compagni, “avversari” e arbitro.

Insomma, si è giocato con le regole della Fratelli tutti. Non c’è stato neppure un fallo. «Siamo scesi in campo per il puro gusto di farlo insieme» dice Giacomo, 14 anni, figlio di un dipendente vaticano. «Sabato il Papa ci ha parlato di gratuità, amatorialità, inclusione. E conoscendo i rom croati, i due migranti Mohamed e Joseph e soprattutto Filippo, ho capito che quel calcio si può realizzare».

«Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette...» canta De Gregori (La leva calcistica della classe ’68): di sicuro Giacomo sogna di giocare in futuro «con la maglia numero 7» in serie a . Intanto studia, «perché la scuola viene prima di tutto», e si diverte sul rettangolo verde, allenandosi anche ad abbracciare forte chi scende in campo con lui, perché «siamo tutti fratelli: io, Mohamed, Joseph, le giovani guardie svizzere che ho conosciuto e anche gli “avversari” rom. Me lo ha insegnato Filippo» confida. Del resto, per una significativa “coincidenza”, hanno gli stessi nomi di due tra i primi discepoli di Gesù che erano davvero fratelli: Filippo e Giacomo di Betsaida, per l’appunto.

di Gianluca Biccini