· Città del Vaticano ·

I cento anni della cattedrale di Rabat

Un luogo di dialogo per credenti di ogni fede

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19 novembre 2021

Il suo particolare stile architettonico — un raro esempio di edificio art déco con numerosi e preziosi tocchi di ispirazione marocchina — riassume il ruolo della Chiesa cattolica nel paese, come luogo di accoglienza, dialogo e incontro: la cattedrale di San Pietro a Rabat si appresta a festeggiare il suo centenario attraverso diverse iniziative come celebrazioni eucaristiche, concerti, una mostra fotografica, una maratona di preghiera e una cerimonia commemorativa del viaggio apostolico di Papa Francesco in Marocco (30-31 marzo 2019). Il giubileo sarà inaugurato da una messa celebrata domani 20 novembre dal cardinale Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat, con l’insieme del clero locale, e si concluderà il 29 giugno 2022, solennità dei santi Pietro e Paolo. «Vogliamo cogliere l’opportunità del centenario per onorare i nostri predecessori, per ringraziare di tutto ciò che hanno fatto e di cui ora godiamo», scrive il porporato nella lettera pastorale incentrata sulla presentazione dell’evento: «Dobbiamo pensare ai vescovi e ai sacerdoti che costruirono, mantennero e abbellirono la cattedrale. Grazie per l’edificio che ci hanno lasciato, ma ancor di più per la loro testimonianza di fede e coraggio per intraprendere una tale costruzione». I cristiani di oggi, prosegue, sono a loro volta invitati a «vivere il presente con passione, una passione che non sarà orientata, in questo momento alla costruzione di un edificio in pietra ma della Chiesa, fatta delle pietre vive che siamo».

Situata nel cuore di Rabat, in piazza del Golan, «la cattedrale fa parte del patrimonio culturale marocchino del ventesimo secolo», spiega al nostro giornale il parroco, Daniel Nourrissat: «L’edificio è stato progettato dal grande architetto Adrien Laforgue, che ha costruito anche molti palazzi della città». I lavori sono iniziati nel 1919 e due anni dopo, il 17 novembre 1921, la chiesa è stata inaugurata dal generale Hubert Lyautey, rappresentante ufficiale del governo francese a Rabat durante il protettorato. Nel 1923 è diventata la cattedrale del vicariato e nel 1955 della diocesi di Rabat. Le due torri campanarie ispirate ai minareti marocchini che caratterizzano la facciata sono state aggiunte nel 1930, anno in cui la chiesa con il presbiterio e l’ampio sagrato hanno raggiunto la pienezza dello stile art déco. Tuttavia, nota Nourrissat, «i cattolici del Marocco ritengono che questo grande edificio dell’urbanistica di Rabat non sia di loro esclusiva appartenenza ma che faccia parte del patrimonio di tutti i marocchini. Ecco perché, soprattutto dopo la visita di Papa Francesco, molti visitatori, anche musulmani, vengono a scoprire il luogo di culto, concedendosi spesso qualche istante per respirare e meditare». Non solo: San Pietro rappresenta anche un luogo di dialogo tra credenti di diverse fedi. Molti a Rabat si ricordano della cerimonia interreligiosa organizzata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ecco perché, durante il giubileo per il centenario della cattedrale, è previsto un pellegrinaggio interreligioso con tappe in un luogo musulmano, una sinagoga, a San Pietro e all’Istituto ecumenico Al Mowafaqa. Proprio in questo centro, creato nel 2012 su iniziativa cattolica e protestante al fine di promuovere l’ecumenismo e il dialogo con la cultura e l’islam, saranno organizzate ogni mese conferenze sull’arte religiosa, la storia della presenza cristiana in Marocco e il dialogo interreligioso.

Un altro degli eventi più salienti di questo anno speciale sarà l’inaugurazione a fine marzo, all’interno della cattedrale, di una targa commemorativa del viaggio apostolico compiuto da Papa Francesco in Marocco nel 2019, con la presenza delle autorità pubbliche. Un viaggio durante il quale, facendo tappa nella cattedrale, il Pontefice «rivolse una magnifica esortazione ai sacerdoti, ai religiosi e religiose e ai fratelli di altre confessioni cristiane», sottolinea il cardinale López Romero nella sua lettera pastorale. «Ci ricordiamo bene — conferma Nourrissat — di questo appello, ripetuto più volte, ad astenerci da ogni proselitismo. Il Papa ci esortava anche a essere sacramento vivo del dialogo che Dio vuole intavolare con ciascun uomo e donna, in qualunque condizione di vita, una linea di condotta che non perdiamo mai di mente: siamo persone sacramento».

La presenza cattolica in Marocco (si parla di una trentina di migliaia di fedeli) è sempre in movimento e molto variegata, spiega il parroco: espatriati europei di passaggio, diplomatici, studenti provenienti dall’Africa subsahariana, ma anche migranti irregolari, ai quali la chiesa di San Pietro offre assistenza, specialmente in questi tempi di coronavirus. «Durante il primo lockdown, con l’accordo delle autorità, la cattedrale è rimasta aperta per distribuire pasti e dare un aiuto materiale ai migranti», racconta ancora il sacerdote francese, assecondato da altri due preti per occuparsi della parrocchia. Del resto, nella diocesi la solidarietà si è manifestata in tante maniere durante la pandemia. A esempio, il Ramadan del 2020 è capitato nel pieno della prima ondata di covid-19 e molti musulmani hanno deciso di dedicare la loro zakat al-Fitr — la colletta che ogni famiglia deve mettere da parte per la festa della rottura del digiuno e donare ai poveri indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa — alla Chiesa cattolica in Marocco.

Nel paese del Maghreb la parola fraternità non è soltanto un concetto, bensì una vera realtà, alla quale sono invitati in particolare i cattolici, come riassume l’arcivescovo di Rabat nella sua lettera pastorale: «Appassionati di Cristo — insiste López Romero — ci impegniamo a vivere in fraternità tra di noi, ma anche con i cristiani di altre fedi, con i nostri fratelli musulmani e con ogni persona di buona volontà, a costruire il Regno di Dio, regno dell’amore e della fratellanza universale».

di Charles de Pechpeyrou