· Città del Vaticano ·

Rosmini
nella «Veritatis gaudium»

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15 novembre 2021

Il Proemio della Veritatis gaudium (2018) riveste singolare rilevanza nella stagione ecclesiale di «discernimento, purificazione e riforma» (cfr. Eg, n. 30) che stiamo vivendo. Perché il «cambiamento d’epoca», e non la semplice «epoca di cambiamenti», in cui ci troviamo esige «un rilancio degli studi ecclesiastici nel contesto della nuova tappa della missione della Chiesa» (Vg, n. 1). La posta in gioco impone in primis alla teologia, ma di concerto a tutte le altre discipline, la creativa assunzione della configurazione e dello stile d’esercizio dell’annuncio cristiano propiziati dal Vaticano ii. La Veritatis gaudium si colloca in questo solco: perché uno dei principali contributi del concilio — sottolinea Papa Francesco — «è stato quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente» (n. 2).

In questa cornice prende rilievo il riferimento all’allora beato J.H. Newman e al beato A. Rosmini. Del primo si rinvia a The Idea of a University del 1852, del secondo si citano alcuni passaggi dalle Cinque piaghe della santa Chiesa, di poco precedente per scrittura (1832-1833) e pubblicazione (1848). Una provvidenziale contemporaneità di due insigni uomini di pensiero che furono innanzi tutto straordinari uomini di Dio: insieme — si può ben dire — «profeti e dottori» (cfr. Vg, n. 3).

Quali la rilevanza e significato del richiamo al pensiero di Rosmini? Qualche anno fa, con documentato rigore, F. De Giorgi ha risposto alla domanda: «Quale ri-generazione della Chiesa nel rosminianesimo di Papa Francesco?», concludendo che «il Rosmini di Papa Francesco è soprattutto il Rosmini spirituale e pastorale, il Rosmini delle Cinque piaghe, il Rosmini della riforma della Chiesa e cioè, appunto, della ri-generazione della Chiesa, al soffio creativo dello Spirito» (in F. Belelli – E. Pili [Edd.], Ontologia, fenomenologia e nuovo umanesimo. Rosmini ri-generativo, Città Nuova, Roma 2016, pp. 205-219, qui p. 210). La Veritatis gaudium — successiva d’un paio d’anni — conferma tale interpretazione.

È chiara, infatti, nell’intenzionalità riformatrice di Papa Francesco, la considerazione del valore strategico della formazione che dev’essere propiziata dal «laboratorio culturale» (cfr. V g , n. 3) delle istituzioni accademiche. Ora, in una sorta di cammino ascendente che muove dalla fenomenologia storica dell’esser Chiesa che rischia di oscurare il suo proprium — quello, insegna il Vaticano ii , d’essere Popolo di Dio in cui tutti godono della stessa dignità di figli di Dio —, si sale infatti ne Le cinque piaghe a quel vertice che è appunto la re-inventio dell’educazione alla fede e alla sua intelligenza di tutt’intero il Popolo di Dio, che fiorisce dal e nell’«ut unum sint» dei discepoli in Cristo e nella Trinità (cfr. Gv 17, 21). Di qui la costatazione che lo Spirito Santo spinge verso una Chiesa non «altra» ma «diversa» — come afferma Papa Francesco riprendendo Yves Congar — che come tale solo può essere ri-generata e nutrita da una riforma della vita e del pensare credente chiamati ad attingere alla sorgente del Vangelo: anzi, a quell’«essere in-Cristo» — scrive Rosmini — che è la «formula più breve» dell’esistenza cristiana (Teosofia, n. 899).

«L’essenziale — scrive Papa Francesco — è ridare unità di contenuto, di prospettiva, di obiettivo alla scienza che viene impartita a partire dalla Parola di Dio e dal suo culmine in Cristo Gesù, Verbo di Dio fatto carne» (V g, n. 4c). Anche solo rileggendo le pagine a ciò dedicate nel capitolo secondo de Le cinque piaghe ci si rende conto della centralità di quest’assunto. Si tratta, per Rosmini, di recuperare la qualità specifica di quella Sapienza che ha segnato l’epoca d’oro della Chiesa, quella consegnata dall’attestazione apostolica ai Padri dei primi secoli: il ricevere «unità dall’unità del principio» e cioè «dell’oggetto unico proposto a studi veramente cristiani» (Delle cinque piaghe, n. 45). Ove il deciso richiamo al «principio» e all’«oggetto unico» rimanda — nel lessico ontologico rosminiano di limpida e vigorosa impronta trinitaria — a quel Verbo di Dio fatto carne che nell’Eucaristia attua l’«inoggettivazione» della creatura nell’interiorità stessa della vita del Dio Uno e Trino (cfr. Teosofia, n. 899).

Per questo vanno promosse le dinamiche atte a far sì che i discepoli vengano «interiormente posseduti, dominati da quel sentimento del Verbo […] che, assorbendo tutta l’anima, la toglie al mondo transitorio, la fa vivere nell’eterno, e dalle magioni eterne appunto le insegna a rapire un fuoco che è atto di ardere la terra tutta» (Delle cinque piaghe, n. 34). Rosmini invita a una mistagogia della «scienza dell’arcano» (ivi, n. 42 nota 41), espressione che richiama la «disciplina dall’arcano» sognata, un secolo dopo, da Dietrich Bonhoeffer nelle lettere dal carcere pubblicate in Widerstand und Ergebung. Ecco la portata del richiamo unitario al principio (l’arché del prologo di Giovanni) nella formazione cristiana. Rosmini auspica in tal modo il ritorno “aggiornato” a quella figura del pensare in cui «tutte le scienze venivano spontaneamente a subordinarsi a lei (la Parola di Dio), e a ricever da lei l’unità, prestando ella servigio ed omaggio a Cristo, e disponendo gli animi e le menti a meglio sentire la bellezza e la preziosità della sapienza evangelica» (ivi, n. 44).

Papa Francesco sottolinea, seguendo questa logica, che Rosmini auspica il ristabilimento dei «quattro pilastri su cui essa [la formazione] saldamente poggiava nei primi secoli dell’era cristiana: “L’unicità di scienza, la comunicazione di santità, la consuetudine di vita, la scambievolezza di amore […]”». Solo così diventa possibile superare la «nefasta separazione tra teoria e pratica», perché nell’unità tra scienza e santità «consiste propriamente la genuina indole della dottrina destinata a salvare il mondo», il cui «ammaestramento [nei tempi antichi] non finiva in una breve lezione giornaliera, ma consisteva in una continua conversazione che avevano i discepoli co’ maestri» (E g 4c).

Se «l’unità del principio» guarda allo statuto epistemico e al declinarsi del pensiero credente nelle diverse espressioni disciplinari, il riferimento ai «quattro pilastri» ne esplicita la metodica. Intendendo per méthodos, in senso etimologico, il cammino insieme (sýn-odos) nella via che è verità e vita (cfr. Gv 14,6). La quale metodica, proprio da «l’unicità della scienza» di Cristo — nel senso oggettivo ma insieme e prima soggettivo del termine — descrive «il primo principio e tutto il fondamento del metodo che usavasi ne’ primi secoli: scienza e santità unite strettissimamente, e l’una nascente dall’altra» (ivi, n. 41), nella pratica della «consuetudine di vita» e della «scambievolezza di amore». Indirizzo di metodo decisivo: perché «solo grandi uomini possono formare degli altri grandi uomini» (ivi, n. 27), ma soprattutto perché è nel locus descritto dall’amore vicendevole a tutti aperto — come descritto da sant’Agostino nel libro v del De Trinitate —, che si fa sperimentabile in statu viae quella certa sostanziale conoscenza e fruizione del Deus Trinitas in Christo che è anticipo realistico del destino ultimo del vivere e del pensare.

Da ultimo si può annotare un fatto che al momento della promulgazione della Veritatis gaudium non veniva così in rilievo: il programma di riforma proposto da Papa Francesco investe in toto quella grande “scuola” di vita e pensiero che la Chiesa è ed è chiamata sempre più e sempre meglio a diventare. Oggi, con l’avvio del grande processo sinodale, si mostra necessaria come il pane l’esperienza intelligente e responsabile di «camminare insieme con stile sinodale, come Popolo di Dio... questa la base solida e indispensabile di tutto: la scuola del Popolo di Dio» (Discorso a Loppiano, 10 maggio 2018). Colpisce che già Rosmini parli di «scuola del popolo cristiano», definendone lo specifico ambito ecclesiologico di comprensione (Delle cinque piaghe, n. 24) e spiegando come, al principio, sia stata «la divina Scrittura, e con essa tutta la tela immensa della religione di Cristo», a servire «insieme di scuola al popolo e al clero» (ivi, n. 35 nota 22).

E questo perché «l’unanimità perfetta di sentimenti e di affetti è quasi condizione che mette Cristo al culto che rendono a lui i cristiani, acciocché esso culto gli sia accettevole, ed egli si trovi nel mezzo di loro […]. Tanto è sollecito Cristo dell’unità de’ suoi! […] per la quale unità la plebe cristiana di ogni condizione, raccolta a’ piè degli altari del Salvatore, non forma più che una persona» (ivi, n. 15).

Nell’ontologia trinitaria performativa e riformatrice che fonda e illumina la missione del Popolo di Dio, è questo per Rosmini il volto che la Chiesa ha da offrire nella storia degli uomini: Corpo vivo e pléroma pellegrinante e diaconale del Cristo crocifisso e risorto che, innalzato da terra, tutti attira a sé (cfr. Gv 12, 32).

di Piero Coda
Segretario generale della Commissione teologica internazionale