· Città del Vaticano ·

Le sfide per la Chiesa

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13 novembre 2021

Per tentare di comprendere l’odierno stato della crisi della credenza e dell’istituzione cattolica è necessario considerare il vortice culturale che investe il pensiero, la conoscenza, la convivenza, le modalità associativo-relazionali, comunicative e, in particolare, che determina la natura e la qualità del legame tra religione e individuo. Infatti, il moltiplicarsi delle variazioni storico-culturali e la metamorfosi del mondo, come ben sintetizza Beck, stanno producendo un’erosione di ogni sistema, norma, principio e rapporto consolidati; stanno provocando una difficoltà strutturale della religione e dell’istituzione-Chiesa e stanno vulnerando le loro tradizionali capacità di donare verità alla realtà, garantire coesione alla comunità sociale e un senso valutativo per l’agire dei singoli. Oggi, questi ultimi, più che dagli ancoraggi fideistico-dogmatici di una specifica religione storica, si fanno guidare nelle loro azioni da scelte soggettive, dalle sollecitazioni concrete che giungono dalla vita quotidiana e dall’interrealtà digitale.

Tra l’altro, proprio la modalità immersiva, con la quale vengono abitate le piattaforme digitali, si riverbera su tutti i fenomeni, anche nei mondi vitali dei singoli, e suscita ulteriori problemi e interrogativi nella dimensione della fede. Infatti, ci si può chiedere: quanto la continua frequentazione dei territori virtuali e il rumore informatico entrano in contraddizione con le categorie della riflessione e con la disposizione al silenzio (atmosfera intima indispensabile per il discernimento)? Quanto il linguaggio digitale può promuovere o inibire l’atteggiamento interiore del saper riconoscere, interpretare e scegliere (Sinodo dei Vescovi 2018) che soprattutto le nuove generazioni dovrebbero fare proprio per una loro crescita identitaria e religiosa? A questo proposito, dimostrando di essere molto attento ai “segni dei tempi”, ma non al seguito dello spirito del tempo, Papa Francesco afferma che l’ambiente mediale è una risorsa straordinaria, però il suo utilizzo indiscriminato può creare una saturazione di dati e una superficialità al momento di impostare le questioni morali (cfr. Evangelii gaudium, 64). Non solo, continua il Papa, nello spazio della connessione digitale «venendo meno il silenzio e l’ascolto, e trasformando tutto in battute e messaggi rapidi e impazienti, si mette in pericolo la struttura basilare di una saggia comunicazione umana» (Fratelli tutti, 49). In generale, comunque, le ultime ricerche sociologiche disegnano una condizione religiosa italiana declinata a ribasso e segnata da un progressivo allineamento dei modi del credere tra i sessi e tra le fasce di età, che possono essere così riassunti: una disomogeneità tra la dichiarazione di appartenenza al cattolicesimo e la pratica regolare; un continuo decremento dei livelli di interesse per la religione cattolica, con punte di sincretismo, di analfabetismo dottrinario, di indifferentismo, di agnosticismo e di “ateismo esistenziale” (come segnalano la Bichi e la Bignardi); senza contare il fenomeno dei nones, i quali sono soprattutto giovani che non si identificano in alcuna religione e in alcun Dio.

Aumenta anche la tendenza delle persone a credere in “un modo plurale” o, meglio ancora, in un “credere relativo”. Non a caso, la religiosità di molti, o se vogliamo la loro spiritualità, si basa su un atteggiamento pluralistico, fluido, variabile e soggettivo. In sostanza, da un lato, più che l’eclissi del sacro, si afferma un pluralismo spirituale. Dall’altro lato, si consolida una forma individualizzata della credenza, da ricomposizione personale, che sembra dare conto, secondo Beck, di un generale «trasferimento dalla sacralità della religione alla sacralità dell’individuo».

Questa inclinazione all’individualizzazione del sé, nella dimensione della fede, sembra anche evidenziare il fatto che la secolarizzazione non è l’unica categoria interpretativa, perché la crisi della religione e dell’istituzione emerge dentro e oltre questo processo. È una crisi che si produce nella scomposizione di tale processo secolarizzante in differenti dinamiche interrelate tra loro, che vanno dall’instabilità di ogni elemento del sociale e del simbolico-valoriale all’enfasi individualistica, dal pluralismo all’incertezza del credere.

Però, pur se siamo in una fase culturale di transizione da un periodo in cui la fede in Dio era “incontestata e incontestabile” a quello odierno in cui il credere è una decisione individuale, fluida, plurale, possibile ma non vincolante (come sostiene Taylor), proprio questa opzione personale della credenza sembra far emergere una situazione parallela al periodo vissuto dai primi cristiani. Tendenzialmente, come afferma Berger, oggi, in modo simile ai tempi di Paolo ad Atene, la fede cristiana è possibile solo come scelta deliberata, a fronte di molte altre istanze spirituali, suggestioni laiche o virtuali. Non a caso, le varie indagini non rilevano solo fattori di declino della religione e dell’istituzione, ma restituiscono anche dei dati che evidenziano diverse motivazioni che orientano ancora molte persone al sentimento religioso, tra le quali: percepire la vicinanza di Dio; il bisogno di avere risposte ai fondamentali problemi della vita; il condizionamento culturale; il fascino esercitato da Cristo; la testimonianza di qualche figura religiosa. Altri dati trasversali alle differenti fasce di età, ai sessi, agli strati di popolazione, risultano essere: un forte gradimento per Papa Francesco; una buona percentuale di fiducia nella Chiesa, tanto che circa la metà degli italiani la considera, come spiega Garelli, «l’unica autorità morale e spirituale degna di rispetto».

La presenza di queste motivazioni del credere, il fatto che la religione non diviene una variabile neutra dell’esistenza, la legittimità morale attribuita alla Chiesa (pur con tutte le critiche che le rivolgono) e il gradimento verso la figura del Papa non raccontano la rottura definitiva con la memoria tradizionale, semmai narrano di una contemporanea nostalgia di Dio e di un’incerta aspirazione alla fede. Del resto, a iniziare dai giovani, tutt’ora, molti si avventurano sulle vie della storia in ricerca del religioso, dello spirituale e anche di se stessi. Soprattutto, questa tensione verso orizzonti di senso trascendenti — forse ambivalente, contraddittoria, ma costante e persistente — attraverso i quali poter dare significato alla vita e poter sperare “al di là del tempo”, invita a chiedersi non “con quale cristianesimo” si possono affrontare le odierne sfide secolarizzanti, ma con quale “tipo di relazione cristiana” è possibile far ritrovare agli indifferenti, ai lontani, ai tiepidi vicini, l’atmosfera di fraternità, di “amicizia sociale”, di reciproca appartenenza, di “apertura all’amore” e alla “comunione universale” (cfr. Fratelli tutti, 95).

Senza voler semplificare problemi e dinamiche complesse, come già è stato sottolineato in articoli precedenti apparsi su questo quotidiano, una possibile risposta, tra le molte e non certo l’unica, potrebbe essere quella di “convertirsi” — tutti e ognuno — a uno stile cristiano della relazione da persona a persona, da esperienza a esperienza, da “cuore a cuore”, che sia caratterizzato dal dialogo, dall’ascolto, dall’empatia, dall’affettività, dalla prossimità, dalla solidarietà e dall’inclusione.

di Cecilia Costa