· Città del Vaticano ·

Il discorso del Papa alle clarisse del protomonastero di Assisi

Attente a non lasciar passare il Signore senza accorgervene

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13 novembre 2021

Venerdì mattina, 12 novembre, Papa Francesco ha compiuto un pellegrinaggio ad Assisi, in preparazione alla Giornata mondiale dei poveri. Prima dell’incontro nella basilica di Santa Maria degli Angeli, il Pontefice si è recato in visita alla comunità delle clarisse del protomonastero di Santa Chiara. Il Papa ha lasciato un breve scritto autografo: «Ho paura del Signore quando passa, diceva s. Agostino. State attenti per non lasciarlo passare senza incontrarlo. Attenti con la mente, attenti col cuore, attenti con le mani». Da parte loro, le clarisse hanno donato 500 rosari per i poveri che hanno preso parte all’incontro alla Porziuncola. Ecco le parole pronunciate a braccio da Francesco durante la visita al protomonastero di Santa Chiara.

Fanno sempre festa: è una vera Clarissa, questa... Sempre. Perché Sant’Agostino diceva su questo che bisogna essere sempre attenti. Diceva: «Ho paura che il Signore passi e che io non me ne accorga, che sta passando». Questa attenzione dello Spirito, e anche voi, della sposa che sempre attende che passi il Signore. È bello questo, stare attenti. L’anima attenta, non l’anima dispersa dappertutto, no, attenta, aspettando il Signore. A me piace quando trovo le contemplative che sono attente.

E per essere attente, bisogna avere in pace tre cose.

Avere in pace la testa. Perché alle volte, sai, la testa gira... Sempre ci sono persone, anch’io, tutti, con la tentazione di stare dappertutto, guardare... Da bambino, ricordo che nel quartiere c’era una signora che la chiamavano — non so se la traduzione è così — la “finestrona”, perché dietro la grata della finestra, stava tutta la giornata a guardare quello che succedeva. No, quell’attenzione non serve, perché è dispersa in quello che succede. Ma l’attenzione della mente che è pulita, è attenta a quello che succede, perché pensa bene. Per esempio, una mente che pensa bene è una mente che non perde tempo nei pensieri per chiacchierare delle altre. Pensa bene della gente. Per pensare male c’è già il diavolo, no?, lui da solo è sufficiente. La mente serena.

Seconda cosa, per stare attenti al Signore, il cuore sereno. Sempre riprendere l’inizio della vocazione: perché sono stato chiamato io? Per fare carriera? Per arrivare a quel posto, a quell’altro? No. Per amare e per lasciarmi amare. E sempre tornare a quell’inizio della vocazione. Ognuno di noi ha nel cuore l’inizio della vocazione. Tornare con la memoria, e così sistemare il cuore con quello che il cuore sentiva in quel momento. La gioia di seguire Gesù, di accompagnarlo.

E poi, la serenità delle mani. È vero che per pregare dovete stare così [fa il gesto delle mani giunte]; ma le mani devono anche muoversi per lavorare. Per dire: un consacrato, una consacrata che non lavora, che non mangi. Questo lo dice Paolo in una Lettera ai Tessalonicesi: chi non lavora, che non mangi.

Mente, cuore e mani, sempre facendo quello che devono fare, e non facendo altre cose.

E così, io direi, c’è l’equilibrio del consacrato, della consacrata, delle suore. È un equilibrio passionale, non è un equilibrio freddo: è pieno di amore e di passione. Ed è facile accorgersi quando passa il Signore, e non lasciarlo passare senza ascoltare cosa vuole dire. Il vostro lavoro è questo. Portate sulle spalle i problemi della Chiesa, i dolori della Chiesa e anche — oserei dire — i peccati della Chiesa, i peccati nostri, dei vescovi, siamo vescovi peccatori, tutti; i peccati dei preti; i peccati delle anime consacrate... E portarle davanti al Signore: “Sono peccatori, ma lascia perdere, perdonali”, sempre con l’intercessione per la Chiesa.

Il pericolo non è essere peccatori. Se io adesso domandassi: “Chi di voi non è peccatrice?”, nessuna parlerebbe. Lo diciamo: siamo tutti peccatori. Il pericolo è che il peccato diventi abituale, come un atteggiamento normale; perché quando il peccato, un atteggiamento peccaminoso diventa così, non è più peccato, diventa corruzione. E il corrotto è incapace di chiedere perdono, è incapace di accorgersi che ha sbagliato. La via della corruzione ha soltanto un biglietto di andata, difficilmente di ritorno. Invece, la vita dei peccatori sente il bisogno di chiedere perdono. Mai perdere questo sentimento di bisogno di chiedere perdono, sempre.

Cosa significa questo? Che siamo peccatori, che non siamo corrotti. Se uno a un certo punto dice: “No, io non sento di dover chiedere perdono”, attento: stai andando sulla strada della corruzione. Chiedere che la Chiesa non sia corrotta, perché la corruzione della Chiesa è brutta! È di “alta qualità”: i preti, i vescovi, le suore corrotti sono di altissima qualità! Pensiamo a quelle suore gianseniste, per esempio, di Port Royal: erano purissime come angeli, ma dicevano che erano superbe come diavoli. È la corruzione di altissima qualità, la corruzione della gente buona. C’è un detto che dice: «Corruptio optimi pessima», cioè la corruzione di chi è più buono è pessima, è la peggiore. Sempre con l’umiltà di sentirsi peccatori, perché il Signore perdona sempre, guarda dall’altra parte. Perdona tutto.

Mi diceva un confessore, che era a Buenos Aires, 92 anni — ancora continua a confessare, a 94, ha sempre la coda al confessionale, è un Cappuccino, ha la coda di gente, la coda di uomini, donne, bambini, ragazzi, operai, preti, vescovi, suore, tutto, tutto il gregge del popolo di Dio va a confessarsi da lui perché è un buon confessore... —. Un giorno è venuto in episcopio, ancora non era tanto vecchio, avrà avuto 84 anni, è venuto da me e mi disse: “Sai — mi dava del tu, questo dava del tu a tutti —, sai c’è un problema...” — “Dimmi, dimmi” —. “È che a volte mi sento male perché perdono troppo... E sento qualcosa dentro...”. Era un uomo di alta preghiera, di alta contemplazione. “E dimmi, che cosa fai, Luigi, quando ti senti così?” – “Eh, vado in cappella e prego, e dico: ‘Signore, perdonami, perché ho perdonato troppo’” —. “Ma tu sei di manica larga?” —. “No, no, io dico le cose serie, ma perdono perché mi viene da perdonare”. Una volta gli dissi, non in quel momento, in precedenza: “Ma qualche volta tu ti ricordi di non aver perdonato?” —. “No, non lo ricordo”. Bel confessore, questo, no? “E cosa fai?” — “Vado in cappella, guardo il tabernacolo: ‘Signore, perdonami, ho perdonato troppo!’. Ma a un certo punto gli dico: ‘Ma stai attento: perché sei stato tu a darmi il cattivo esempio!’”. Dio perdona tutto. Soltanto chiede la nostra umiltà di chiedere perdono. Per questo è importante non perdere questa abitudine di chiedere perdono, che è una virtù. Invece, il corrotto la perde. Peccatori sì, corrotti no!

Io mi chiedevo: ma la Madonna, qualche volta ha chiesto perdono? L’Immacolata... È una domanda teologica, da fare alle suore... Ma io non credo che la Madonna sempre sia stata “sopra se stessa”: per le piccole cose, in cui lei credeva di avere sbagliato, sicuramente chiedeva scusa al Signore, benché non fossero oggettive, ma era così. Per esempio, penso a quel viaggio da Gerusalemme, dove il ragazzo era scappato ed era rimasto lì: ma quante volte avrà chiesto perdono! “Avrei dovuto essere più vicina...”. Nella vita ci sono queste cose, no? Perché dico questo, questa domanda? Perché anche il più perfetto deve avere il cuore aperto a chiedere perdono, sempre. È la cosa più bella, essere perdonato.

Ieri pomeriggio sono stato con un gruppo di giovani che lavora nella predicazione del Vangelo ai giovani di oggi. Anche giovani artisti, quelli delle bande che fanno queste cose nuove, soprattutto negli Stati Uniti, Hollywood, quella zona. Mi hanno fatto vedere — dei pezzi — con questi giovani di cui alcuni dicono di non credere neppure nel proprio naso... Hanno fatto la parabola del figlio prodigo: tutta la storia di un ragazzo moderno, attuale, che spreca i soldi del papà, che entra in tutti i vizi e poi alla fine, parlando con un amico, gli dice: “Io non sono felice, sono triste, perché mi manca papà, mi manca papà. Ho fatto tutte queste sporcizie e ho preso una strada brutta che non mi aiuta... Ma non oso tornare a casa perché ho paura che mio papà mi rifiuti o mi bastoni o mi insulti... non me la sento”. E quello gli dice: “Ma non hai un amico che vada a sondare un po’ il papà: ‘Cosa succederebbe se tuo figlio tornasse?’” —. “No, non ho più nessuno” —. “Ma, se vuoi, posso andare io, e gli dirò che ti dia un segno” —. “Ma quale segno?”. E parlano di questo. E alla fine dice: “Io ci vado, parlo al tuo papà, gli dico che tu hai questo desiderio di chiedere perdono e tornare, ma non sai se sarai ben ricevuto, e che se lui ti riceverà bene, che metta un fazzoletto bianco sul terrazzo, che si veda bene”. E il figlio incominciò il cammino, e quando fu vicino alla casa, la vide: vide la casa piena di fazzoletti bianchi! Ossia le nostre mani non sono sufficienti per ricevere tutto quello che Lui ci dà, anche quando siamo peccatori e gli chiediamo perdono. E l’abbondanza di nostro Padre è così: ci aspetta con la casa vestita di tanti fazzoletti bianchi. È più generoso!

Ricordo, tornando sul perdono — a me piace parlare del perdono, perché è una cosa positiva: più del peccato, il perdono — quando Pietro domanda al Signore: “Ma quante volte devo perdonare? Sette volte va bene?” —. “Settanta volte sette”, cioè sempre. Anzi, quando ci insegna il Padre Nostro, perdonare gli altri è condizione per essere perdonati. Voi, in capitolo, per esempio — succederà, non credo qui, ma pensiamo a un altro convento — una di voi è arrabbiata, ha la faccia un po’ d’aceto, diciamo così, “perché mi sono arrabbiata con quell’altra, ma che sia lei a chiedermi perdono perché è stata lei...”. Le piccole cose della comunità, tutti le conosciamo, anch’io sono stato in comunità e so com’è la comunità. Anche nella Curia succedono queste cose... Ma fai il primo passo! Fai un sorriso, soltanto un sorriso! È un bel giorno...

Non so se ne ho parlato, l’altra volta: Teresina. Quando doveva uscire dal coro, prima della cena, dieci minuti prima, per portare la madre San Pietro al refettorio perché la poveretta zoppicava dappertutto; era un po’ impaziente, e se la Teresina la toccava diceva: “Non mi toccare! Se mi tocchi è peccato!”. Alcune volte succede, questa amarezza. E cosa faceva, Teresina? Un sorriso, sempre. La portava, la faceva sedere, le tagliava il pane, tutto, così quando arrivavano le altre suore era tutto pronto per incominciare la cena. E una volta, era così forte la lamentela della madre San Pietro, e Teresina sentì la musica di un ballo [nella casa accanto al monastero] e disse: “C’è gente che sta ballando, gente lieta, gente che si diverte... Ma io non cambio questo per quello, per me questo è più bello”. La bellezza della carità fraterna.

E questo vivere la carità è avere il cuore aperto, le mani aperte, la mente aperta per l’incontro con il Signore, perché non passi e io non me ne accorga.

Bueno. Qualcuna forse sta pensando: “Quando finirà, questo prete... è la predica di Quaresima?”. Io vi ringrazio. Pensate alla Chiesa. Pensate agli anziani, ai nonni, che tante volte sono “materiale di scarto”: non li vogliono avere in famiglia perché sono molesti e li mettono in qualche posto... Pensate alle famiglie, come devono lavorare papà e mamma, tante volte, per arrivare a fine mese, per avere da mangiare. Pregate per le famiglie perché sappiano educare bene i figli. Pensate ai bambini, ai giovani e alle tante minacce della mondanità che fa tanto male. E pregate per la Chiesa. Pensate alle suore, alle donne consacrate come voi, a quelle che devono lavorare nelle scuole, negli ospedali. Pensate ai preti. Teresina è entrata al Carmelo per pregare per i preti: noi abbiamo bisogno, abbiamo bisogno. Pregate perché sappiamo essere pastori e non capi di ufficio: che i preti siano vescovi, sacerdoti, abbiano questa pastoralità, essere pastori.

Non mi viene di dire altro. Credo che la predica di Quaresima sia stata lunga! Vi ringrazio tanto.