· Città del Vaticano ·

Storie di dolore e di riscatto

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12 novembre 2021

L’esperienza di una famiglia in missione tra i bisognosi in uno dei quartieri più disagiati della periferia di Parigi ha aperto la serie delle sette testimonianze presentate a Papa Francesco durante l’incontro di stamane ad Assisi.

Nelle banlieu parigine

Con in braccio la piccola figlia Celeste, i coniugi Florence e Thibault Jarry hanno ripercorso la loro vicenda personale, che li ha portati a donarsi al Signore e agli indigenti. «Sei anni fa — hanno esordito — non ci conoscevamo ancora. Eravamo partiti per un anno di missione in Cile in un quartiere nella parte nord di Santiago con l’associazione Misericordia». Fondata dalla coppia franco-brasiliana Romain e Rena de Chateauvieux, essa — hanno spiegato al Pontefice — è «il frutto delle sue parole», pronunciate nel primo Angelus il 17 marzo 2013: «La misericordia cambia il mondo, lo rende meno freddo e più giusto». Una realtà che, hanno aggiunto, ha «per vocazione progetti sociali di compassione e di evangelizzazione». Tutto questo «a servizio della Chiesa nelle periferie delle grandi capitali del mondo». Dopo un anno in terra cilena, hanno ripreso il racconto, al rientro in Francia si sono sposati, chiedendo al Signore «di prendere in mano le redini» della loro vita, infondendo «il coraggio di abbandonarci alla sua volontà per condurci dove voleva che fossimo». E con il desiderio «di condurre una vita semplice, radicata in Cristo e nel servizio ai più piccoli», dopo le nozze hanno detto «un nuovo grande “sì” per essere inviati di nuovo da Misericordia come coppia missionaria». Per questo anche la piccola Celeste, arrivata lo scorso luglio, «è a modo suo già missionaria». Tutto il quartiere parigino in cui hanno deciso di vivere, infatti, «aspettava la sua nascita con impazienza», quindi «ancora in grembo, aveva già aperto porte e cuori». Da qui l’aspirazione dei coniugi di poter condividere «il quotidiano dei nostri vicini in una realtà a volte ferita dalla grande povertà materiale, ma anche da quella spirituale e relazionale». Perché, hanno rimarcato, il Signore parla «attraverso i poveri: sono loro che lui ha scelto per trasmettere la sua tenerezza e la sua bontà». Del resto, nonostante i dubbi e le esigenze, hanno concluso, «un sentimento profondo vive nel nostro cuore, come un calore confortante, audace e fedele, il calore di Dio».

Nuova vita dopo il carcere

Per secondo ha parlato lo spagnolo Sebastián Del Valle Díaz, che da un anno e mezzo abita a Toledo. Ha ricordato la sua famiglia, grazie alla quale ha imparato a credere e a pregare soprattutto il Rosario, e ha rievocato l’addestramento militare ricevuto durante l’adolescenza. Ciò provocò in lui un cambiamento: smise «di essere un bambino» sentendosi «superiore agli altri» e divenne «un ragazzo violento», preda dei trafficanti di droga nel suo quartiere. «Senza accorgermene ero già diventato uno di loro», ha commentato. Per questo, abbandonati gli studi a 15 anni, incominciò a drogarsi: «Ho capito che avrei potuto guadagnare in maniera veloce e vivere nel lusso». E senza rendersene conto, ha confidato, «facevo del male a me stesso e agli altri: ero diventato una persona diversa, non mi riconoscevo più». In una spirale di degrado aveva finito col commettere alcuni delitti che lo avevano portato in prigione. Il primo giorno in carcere, un altro detenuto gli tolse il rosario che portava al collo. In quel momento, ha detto, «ho sentito che Dio mi aveva abbandonato». Scontata la pena, ha voluto cambiare vita e tramite un amico ha trovato lavoro; ma è ricaduto nei “vizi”, non riuscendo a rialzare la testa. Poi, a causa della pandemia da covid-19, è rimasto solo e senza occupazione, finendo in mezzo alla strada. Allora ha chiesto aiuto al parroco di un paesino, don Santiago Conde, che lo ha accolto e lo ha aiutato. In un centro della Caritas, ha raccontato, «mi sono sentito finalmente accolto, e mai mi è mancato il necessario per vivere. Avevo un tetto, cibo e soprattutto ero al sicuro dalla pandemia». Finito il lockdown, ha riscoperto il fascino della preghiera e ha avvertito così «l’amore di Dio dopo tanti anni». La partecipazione a un seminario chiamato «Vita nello Spirito» ha trasformato definitivamente la sua vita: «Il bene che ho sperimentato è indescrivibile: mi sono confessato per tre ore e veramente mi sono sentito amato». Ha poi ricevuto il battesimo nello Spirito e ha continuato questo «percorso di lode e amore per Gesù Cristo», comprendendo che «Gesù è vivo, mi ha salvato e mi ha donato una vita nuova. Per un tempo ho mendicato per vivere: oggi sono un mendicante dell’amore e della misericordia di Dio».

Battezzato a sessant’anni

Quindi è stata la volta dell’anziano Gabriel Barbier, proveniente da Parigi, appartenente all’Associazione per l’amicizia (Apa), che propone esperienze di coabitazione tra senza fissa dimora e volontari che hanno un lavoro. L’uomo ha parlato di debolezze e fragilità davanti a tante umiliazioni. Per questo, ha assicurato, i poveri in spirito possono trovare la forza in Dio, che è «la nostra più grande ricchezza. Dobbiamo sempre essere fedeli nella gioia, nella letizia, nell’amore, anche se a volte ci vediamo un po’ ridicolizzati o perseguitati a causa del Regno», perché «la ricompensa è grande», ha aggiunto. «Sono un combattivo e come la maggior parte di voi ho conosciuto la disperazione, l’abbandono». Ma la «traversata del deserto» gli ha dato modo di accorgersi, dopo molto tempo, dell’amore di Dio. Cercando di «mantenere sempre un carattere benevolo, penso che sia nelle situazioni di grande precarietà che il Signore chiama a una grande gioia quanti ne sanno ascoltare la chiamata». All’età di 60 anni, ha confidato, «ho provato il grande desiderio di farmi battezzare, io che provenivo da una famiglia atea: Gesù mi ha trasformato al punto di farmi desiderare la santità». E ciò di cui ha timore oggi «è esattamente di non pensare abbastanza a Dio, nelle tentazioni, e di non riuscire a invocare il mio Signore».

Senza fissa dimora per colpa di droga e alcool

È stato poi Sebastian Olczak, trentasettenne di nazionalità polacca, a raccontare come la sua vita, fino ai 16 anni, fosse stata normale. Poi ha provato la droga e l’alcool. «I miei amici sono diventati la mia famiglia. Sono iniziati i problemi con la legge: perdevo il rispetto per me stesso e per gli altri. Ho smesso di distinguere quello che è buono da quello che è male», ha detto. Con il trascorrere degli anni, la situazione è andata peggiorando e nel 2007 è diventato un senzatetto. Poi, il cambiamento: «Dio mi ha inviato» i volontari di un’opera di soccorso intitolata a san Padre Pio. «All’inizio mantenevo le distanze: nella testa avevo le mie convinzioni», ricadendo «nelle cattive abitudini» di dormire sulle panchine, sporco e ubriaco. Ma alla fine, ha confidato, «ho ammesso che da solo non ce l’avrei fatta». Si è messo davanti a Dio così come era e lo ha supplicato di dargli una vita nuova. E ancora una volta Dio lo ha aiutato. La sua grazia è un’esperienza quotidiana, «è una cosa così bella che non la posso descrivere con le parole». Ha concluso dicendo che prima si odiava, adesso, invece si accetta e «Mi sento un uomo vivo che guarda sé stesso e gli altri attraverso l’amore di Dio» sebbene «consapevole che mi aspetta ancora tanto lavoro su me stesso».

L’ex studentessa universitaria di Kabul

Farzana Razavi ha testimoniato il dramma che sta vivendo il popolo afgano ma anche come sia stata accolta nella diocesi umbra di Foligno. «Sono nata e cresciuta in una terra con una dolorosa storia», ha detto presentandosi al Pontefice. Venuta al mondo «nella problematica provincia di Ghazni, in una società patriarcale», è giunta in Italia per ricostruire la propria vita. Certo, ha ammesso, «ho portato via solo il mio corpo, la mia anima e il mio cuore sono rimasti in Afghanistan, con le mie sorelle, la mia famiglia e le altre ragazze che studiavano insieme a me all’università e che hanno perso tutto: la vita e la libertà». Anch’ella in ansia per i famigliari, la giovane ha affermato di non sapere come stiano i suoi in questi giorni. «In Afghanistan alcune etnie sono sotto pressione. Io sono una ragazza hazara e in più sono sciita e quindi avevo tantissime difficoltà. Ringrazio le forze armate italiane che ci hanno salvato». E avendo «iniziato una nuova vita» ha promesso che cercherà «di essere una persona». Infine ha concluso ringraziando l’Arca del Mediterraneo — onlus folignate che gestisce una decina di progetti di inclusione tra Italia, Grecia, Africa e Medio oriente — e la Caritas della cittadina umbra.

Le lacrime degli afgani Abdul e Salima

In lacrime per aver perso un figlio, ucciso dai talebani, e in apprensione per i quattro rimasti in Afghanistan, l’anziano Qadery Abdul Razaq e sua moglie Salima hanno chiesto aiuto al Papa «per salvare anche loro».

«Siamo una famiglia che ha lavorato con l’Esercito italiano e siamo preoccupati» per i figli, due maschi e due femmine tra i venti e i ventiquattro anni, che sono ancora in patria, ha spiegato Abdul accanto alla sua sposa. «Siamo molto contenti di stare in Italia — ha aggiunto l’uomo, che in Afghanistan insegnava sociologia e collaborava con l’Unicef — e ringraziamo il Governo che ci ha salvato. Qui ci troviamo bene e ringraziamo la Caritas per averci aiutato a fare i documenti, per l’accoglienza, per la casa e per tutto quello di cui abbiamo bisogno», anche perché — ha concluso — «gli operatori ci sono vicini e ci trattano come loro genitori».

Mariana che lotta contro la malattia

L’ultima toccante testimonianza è stata quella di Mariana Maftei. 43 anni, originaria della Romania, è arrivata in Italia nel 2006 per lavorare come badante. Ha raccontato di aver dovuto lasciare in patria, contro la sua volontà, i due figli di 6 e 8 anni, Roswanda e Alessandro. Quando nel 2008 è morto il marito, è rientrata nel Paese di origine per riprendere i bambini e portarli con sé. Poco dopo, ha detto, è iniziato il dramma: una sindrome che ha colpito la colonna lombare e gli arti inferiori. Ciò provocava un dolore devastante, tanto da sconvolgere la vita familiare e lavorativa. Le è stato consigliato di sottoporsi a un intervento chirurgico che invece di risolvere il problema lo ha peggiorato, costringendola alla semi-infermità e causandole una forte sofferenza. Ha raccontato di aver fatto altre dieci operazioni, ma senza risultati, tanto che è stata costretta a lasciare il lavoro. Ha detto di essere caduta nella depressione per essere rimasta senza denaro. Grazie ai volontari della Caritas, ha ricevuto pacchi alimentari e aiuti economici che le hanno consentito di tirare avanti. Da sempre credente, ha pregato Dio perché potesse veder crescere i figli, pur in mezzo a molte difficoltà. «La forza di questo Calvario è Gesù — ha concluso — perché in questi dieci anni, Lui non mi ha mai abbandonata», pur dovendo sopportare un dolore continuo che neppure massicce dosi di farmaci riescono ad attenuare.