· Città del Vaticano ·

Il magistero

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11 novembre 2021

Venerdì 5

Appassionarsi all’uomo che soffre

Questa Università Cattolica è intitolata al Sacro Cuore di Gesù, a cui è dedicato il primo venerdì del mese.

Contemplando il Cuore di Cristo, possiamo lasciarci guidare da tre parole: ricordo, passione e conforto.

Ricordo

Significa “ritornare al cuore, ritornare con il cuore”.

A che cosa ci fa ritornare il Cuore di Gesù? A quanto ha fatto per noi: è il compendio della sua misericordia.

Guardandolo viene naturale fare memoria della sua bontà, che è gratuita, non si compra né si vende, e incondizionata, non dipende dalle nostre opere. E commuove.

Nella fretta di oggi, tra mille corse e continui affanni, stiamo perdendo la capacità di provare compassione, perché stiamo smarrendo questo ritorno al cuore.

Senza memoria si perdono le radici e senza radici non si cresce.

Ci fa bene alimentare la memoria di chi ci ha amato, curato, risollevato.

Vorrei rinnovare oggi il mio “grazie” per le cure e l’affetto che ho ricevuto qui.

In questo tempo di pandemia fa bene fare memoria anche dei periodi più sofferti: non per intristirci, ma per non dimenticare, e orientarci nelle scelte.

Noi ricordiamo qualcuno o qualcosa quando ci tocca il cuore, quando ci lega a un particolare affetto o a una mancanza di affetto.

Il Cuore di Gesù guarisce la nostra memoria perché la riporta all’affetto fondante. La radica sulla base più solida.

Ci ricorda che, qualunque cosa capiti nella vita, siamo amati... figli che il Padre ama sempre e comunque, fratelli per i quali il Cuore di Cristo palpita.

Ogni volta che scrutiamo quel Cuore ci scopriamo radicati e fondati nella carità.

Coltiviamo questa memoria, che si rafforza quando stiamo a tu per tu con il Signore, quando ci lasciamo guardare e amare da Lui nell’adorazione.

Ma possiamo coltivare anche tra noi l’arte del ricordo, facendo tesoro dei volti che incontriamo.

Penso alle giornate faticose in ospedale, in università, al lavoro.

Rischiamo che tutto passi senza lasciare traccia e restino solo fatica e stanchezza.

Fa bene, alla sera, passare in rassegna i volti che abbiamo incontrato, i sorrisi ricevuti, le parole buone.

Sono ricordi di amore e aiutano la nostra memoria a ritrovare sé stessa.

Quanto sono importanti questi ricordi negli ospedali! Possono dare il senso alla giornata di un ammalato.

Una parola fraterna, un sorriso, una carezza... risanano, fanno bene al cuore. Non dimentichiamo la terapia del ricordo!

Passione

Il Cuore di Cristo non è una pia devozione per sentire un po’ di calore, non è un’immaginetta tenera che suscita affetto.

È un cuore appassionato, ferito d’amore, squarciato per noi sulla croce. Trafitto, dona; morto, ci dà vita.

Il Sacro Cuore è l’icona della passione: mostra la tenerezza viscerale di Dio, la sua passione amorosa per noi, e al contempo, sormontato dalla croce e circondato di spine, fa vedere quanta sofferenza sia costata la nostra salvezza.

Se vogliamo amare davvero Dio, dobbiamo appassionarci dell’uomo, di ogni uomo, soprattutto di quello che vive la condizione in cui il Cuore di Gesù si è manifestato, cioè il dolore, l’abbandono, lo scarto.

Quando serviamo chi soffre consoliamo e rallegriamo il Cuore di Cristo.

Perché il Cuore squarciato di Dio è eloquente. Parla senza parole, perché è misericordia allo stato puro, amore che viene ferito e dona la vita.

Quante parole diciamo su Dio senza far trasparire amore! Ma l’amore parla da sé, non parla di sé.

Chiediamo la grazia di appassionarci all’uomo che soffre, al servizio, perché la Chiesa impari a custodire nell’amore.

Conforto

Indica una forza che non viene da noi, ma da chi sta con noi: il Dio-con-noi, ci dà questa forza, il suo Cuore dà coraggio nelle avversità.

Tante incertezze ci spaventano: in questo tempo di pandemia ci siamo scoperti più piccoli, più fragili.

Nonostante tanti meravigliosi progressi, lo si vede anche in campo medico: quante malattie rare e ignote!

Quanta fatica a stare dietro alle patologie, alle strutture di cura, a una sanità che sia davvero come dev’essere, per tutti.

Potremmo scoraggiarci. Per questo abbiamo bisogno di conforto.

Il Cuore di Gesù batte per noi ritmando sempre quelle parole: “Coraggio, non avere paura, io sono qui!”. Il Signore è più grande dei tuoi mali, ti prende per mano e ti accarezza, ti è vicino, è compassionevole, è tenero. È il tuo conforto.

Chiediamo al Sacro Cuore la grazia di essere capaci a nostra volta di consolare.

È una grazia che va chiesta, mentre ci impegniamo con coraggio ad aprirci, aiutarci, portare gli uni i pesi degli altri.

Vale anche per il futuro della sanità, in particolare della sanità “cattolica”: condividere, sostenersi, andare avanti insieme.

Gesù apra alla collaborazione e alla coesione chi si prende cura dei malati.

Al tuo Cuore, Signore, affidiamo la vocazione alla cura: facci sentire cara ogni persona che si avvicina a noi nel bisogno.

(Messa al Policlinico Gemelli per i 60 anni
della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma
)

Domenica 7

Una vedova
maestra
di fede

La scena descritta dal Vangelo si svolge all’interno del Tempio di Gerusalemme. Gesù guarda ciò che succede in e vede come gli scribi amino passeggiare per essere salutati, riveriti, avere posti d’onore... e «divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere».

Nello stesso tempo, i suoi occhi scorgono un’altra scena: una povera vedova, proprio una di quelle sfruttate dai potenti, getta nel tesoro del Tempio «tutto quanto aveva per vivere».

Il Vangelo ci mette davanti questo stridente contrasto: i ricchi, che danno il superfluo per farsi vedere, e una povera donna che, senza apparire, offre tutto il poco che ha.

Due simboli di atteggiamenti umani.

Gesù guarda le due scene.

E questo verbo “guardare” riassume il suo insegnamento: da chi vive la fede con doppiezza, come gli scribi, “dobbiamo guardarci” per non diventare come loro; mentre la vedova dobbiamo “guardarla” per prenderla come modello.

Guardarsi
dagli ipocriti

Cioè stare attenti a non basare la vita sul culto dell’apparenza, dell’esteriorità, sulla cura esagerata della propria immagine.

E stare attenti a non piegare la fede ai nostri interessi.

Quegli scribi coprivano, con il nome di Dio, la propria vanagloria e, ancora peggio, usavano la religione per curare i loro affari, abusando della loro autorità e sfruttando i poveri.

Quell’atteggiamento così brutto che anche oggi vediamo: essere sopra gli umili, sfruttarli, “bastonarli”, sentirsi perfetti. Questo è il male del clericalismo.

È un monito per ogni tempo e per tutti, Chiesa e società: mai approfittare del proprio ruolo per schiacciare gli altri, mai guadagnare sulla pelle dei più deboli!

E vigilare, per non cadere nella vanità, perché non ci succeda di fissarci sulle apparenze, perdendo la sostanza e vivendo nella superficialità.

Chiediamoci: in quello che diciamo e facciamo, desideriamo essere apprezzati e gratificati oppure rendere un servizio a Dio e al prossimo, specialmente ai più deboli?

Vigiliamo sulle falsità del cuore, sull’ipocrisia, che è una pericolosa malattia dell’anima!

È un pensare doppio, un giudicare doppio, come dice la stessa parola: “giudicare sotto”, apparire in un modo e “ipo”, sotto, avere un altro pensiero. Gente con l’anima doppia.

Guardare
alla povera donna

Per guarire da questa malattia, Gesù invita a guardare alla povera vedova... denuncia lo sfruttamento verso di essa che, per fare l’offerta, deve tornare a casa priva persino del poco che ha per vivere.

Quanto è importante liberare il sacro dai legami con il denaro!

Già Gesù lo aveva detto: non si può servire due padroni. O servi Dio o il denaro. È un padrone e Gesù dice che non dobbiamo servirlo.

Allo stesso tempo, Gesù loda che la vedova. Non le rimane niente, ma trova in Dio il suo tutto.

Non teme di perdere il poco che ha, perché ha fiducia nel tanto di Dio e questo moltiplica la gioia di chi dona.

Questo ci fa pensare anche all’altra vedova, quella del profeta Elia, che stava per fare una focaccia con l’ultima farina e l’ultimo olio.

Elia le dice: “Dammi da mangiare” e lei dà; e la farina non diminuirà mai.

Il Signore sempre, davanti alla generosità della gente, va oltre; è più generoso.

Ma è Lui, non l’avarizia nostra.

Allora Gesù la propone come maestra di fede.

Lei non frequenta il Tempio per mettersi la coscienza a posto, non prega per farsi vedere, non ostenta la fede, ma dona con il cuore, con generosità e gratuità.

Le sue monetine hanno un suono più bello delle grandi offerte dei ricchi, perché esprimono una vita dedita a Dio con sincerità, una fede che non vive di apparenze ma di fiducia incondizionata.

Impariamo da lei: una fede senza orpelli esteriori, ma interiormente sincera; fatta di amore umile per Dio e per i fratelli.

Per le vittime di un incendio in Sierra
Leone

Assicuro la mia preghiera per le vittime dell’incendio seguito a un’esplosione di carburante, nella periferia di Freetown, capitale della Sierra Leone.

Beatificazione in Spagna

Ieri a Manresa, in Spagna, sono stati proclamati Beati tre martiri della fede, appartenenti all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini: Benet de Santa Coloma de Gramenet, Josep Oriol de Barcelona e Domènech de Sant Pere de Riudebitlles.

Furono uccisi nel periodo della persecuzione religiosa del secolo scorso in Spagna, dimostrando di essere miti e coraggiosi testimoni di Cristo.

Il loro esempio aiuti i cristiani di oggi a rimanere fedeli alla propria vocazione, anche nei momenti della prova.

(Angelus in piazza San Pietro)

Mercoledì 10

Ultima
catechesi
sulla Lettera
ai Galati

Siamo giunti alla conclusione delle catechesi sulla Lettera ai Galati. Su quanti altri contenuti, presenti in questo scritto di San Paolo, si sarebbe potuto riflettere!

La Parola di Dio è una sorgente inesauribile. E l’Apostolo in questa Lettera ci ha parlato come evangelizzatore, come teologo e come pastore.

Il santo vescovo Ignazio di Antiochia ha una bella espressione, quando scrive: «Vi è un solo maestro il quale parlò e ciò che disse fu fatto; ma le cose che egli fece tacendo sono degne del Padre. Chi possiede la parola di Gesù può ascoltare anche il suo silenzio» (Ad Ephesios, 15, 1-2).

Paolo è stato capace di dare voce a questo silenzio di Dio. Le sue intuizioni più originali aiutano a scoprire la sconvolgente novità racchiusa nella rivelazione di Gesù.

È stato un vero teologo, che ha contemplato il mistero di Cristo e l’ha trasmesso con intelligenza creativa.

Ed è stato anche capace di esercitare la sua missione pastorale nei confronti di una comunità smarrita e confusa.

Lo ha fatto con metodi differenti: ha usato di volta in volta l’ironia, il rigore, la mansuetudine...

Ha rivendicato la propria autorità di apostolo, ma nello stesso tempo non ha nascosto le debolezze del suo carattere.

Nel suo cuore la forza dello Spirito ha realmente scavato.

L’incontro con il Risorto ha conquistato e trasformato tutta la sua vita, e lui l’ha spesa interamente al servizio del Vangelo.

Nell’orizzonte della libertà cristiana

Non ha mai pensato a un cristianesimo dai tratti irenici, privo di mordente ed energia. Ha difeso la libertà portata da Cristo con una passione che fino a oggi commuove, soprattutto se pensiamo alle sofferenze e alla solitudine che ha dovuto subire.

Era convinto di avere ricevuto una chiamata a cui solo lui poteva rispondere; e ha voluto spiegare ai Galati che erano anch’essi chiamati a quella libertà, che li affrancava da ogni forma di schiavitù, perché li rendeva figli di Dio.

E consapevole dei rischi che questa concezione della libertà portava, non ha mai minimizzato le conseguenze.

Ha ribadito con parresia, cioè con coraggio, ai credenti che la libertà non equivale a libertinaggio, né conduce a forme di presuntuosa autosufficienza.

Al contrario, ha posto la libertà all’ombra dell’amore e ha stabilito il suo coerente esercizio nel servizio della carità.

Questa visione è stata posta nell’orizzonte della vita secondo lo Spirito Santo, che porta a compimento la Legge donata da Dio a Israele e impedisce di ricadere sotto la schiavitù del peccato.

La tentazione è sempre quella di tornare indietro.

Una definizione dei cristiani, che è nella Scrittura, dice che noi non siamo gente che torna indietro.

La tentazione di tornare
indietro

La tentazione è di andare indietro per essere più sicuri; tornare alla Legge, trascurando la vita nuova dello Spirito.

È questo che Paolo ci insegna: la vera Legge ha la sua pienezza in questa vita dello Spirito che Gesù ci ha dato.

E questa vita dello Spirito può essere vissuta soltanto nella libertà, la libertà cristiana. E questa è una delle cose più belle.

Al termine di questo itinerario di catechesi, mi pare che possa nascere in noi un duplice atteggiamento.

Da una parte, l’insegnamento dell’Apostolo genera in noi entusiasmo; ci sentiamo spinti a seguire subito la via della libertà, a “camminare secondo lo Spirito”.

Sempre camminare secondo lo Spirito: ci fa liberi. Dall’altra parte, siamo consapevoli dei nostri limiti, perché tocchiamo con mano ogni giorno quanto facciamo fatica a essere docili allo Spirito.

Allora può sopraggiungere la stanchezza che frena l’entusiasmo.

Ci si sente scoraggiati, deboli, emarginati rispetto allo stile di vita secondo la mentalità mondana.

Sant’Agostino suggerisce come reagire in questa situazione, rifacendosi all’episodio evangelico della tempesta sul lago.

Nelle difficoltà siamo come nella barca nel momento della tempesta. E cosa hanno fatto gli Apostoli? Hanno svegliato Cristo che dormiva mentre c’era la tempesta; ma Lui era presente.

L’unica cosa che possiamo fare nei momenti brutti è “svegliare” Cristo che è dentro di noi... risvegliare Cristo nel nostro cuore e solo allora potremo contemplare le cose con il suo sguardo, perché Lui vede oltre la tempesta.

Attraverso quel suo sguardo sereno, possiamo vedere un panorama che, da soli, non è neppure pensabile scorgere.

Mai stancarsi di fare il bene

In questo cammino impegnativo ma affascinante, l’Apostolo ci ricorda che non possiamo permetterci alcuna stanchezza nel fare il bene.

Lo Spirito viene sempre in aiuto alla nostra debolezza e ci concede il sostegno di cui abbiamo bisogno.

Dunque, impariamo a invocare più spesso lo Spirito Santo!

Qualcuno può dire: “E come si invoca? Perché io so pregare il Padre Nostro; so l’Ave Maria, ma quale è la preghiera dello Spirito Santo?”.

È una preghiera spontanea: deve nascere dal cuore, dire nei momenti di difficoltà: “Santo Spirito, vieni”.

La parola chiave è: “vieni”. Ma devi dirlo tu con il tuo linguaggio.

Vieni, perché sono in difficoltà, nell’oscurità, nel buio; non so cosa fare; sto per cadere.

Impariamo a invocare più spesso lo Spirito... con parole semplici, nei vari momenti della giornata.

E possiamo portare con noi, magari dentro il nostro Vangelo tascabile, la bella preghiera che la Chiesa recita a Pentecoste: «Vieni, Santo Spirito... ».

Così la Madonna e gli Apostoli pregavano dopo che Gesù era salito in Cielo.

Ci farà bene pregare spesso: Vieni, Spirito Santo. E con la presenza dello Spirito noi salvaguardiamo la libertà.

Saremo liberi, cristiani liberi, non attaccati al passato nel senso negativo della parola, non incatenati a pratiche, ma liberi della libertà cristiana, che ci fa maturare.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )