· Città del Vaticano ·

Credibilità e trasparenza per la missione della Chiesa

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
08 novembre 2021

Un lavoro nel segno della massima trasparenza. È quello che caratterizza in particolare negli ultimi anni, dalla riforma avviata da Papa Francesco, la quotidianità dell’ente che si occupa di gestire il patrimonio della Santa Sede. In questa direzione si inserisce da parte dell’Apsa la pubblicazione del proprio bilancio lo scorso luglio, relativa al 2020, che ha fatto registrare un risultato gestionale di 21,99 milioni, in diminuzione di 51,2 milioni di euro rispetto al 2019, numeri sui quali hanno pesato le conseguenze della pandemia da Covid-19. Per il presidente dell’Apsa, il vescovo Nunzio Galantino, tutto è mirato all’obiettivo di una «amministrazione affidabile e credibile» svolta, secondo la volontà del Papa, con «uno stile esemplare e in linea con la mission della Chiesa».

Sulla scia di quanto avviato da Benedetto xvi , dal 2014 Papa Francesco ha intrapreso un percorso di razionalizzazione e di trasparenza nella gestione dell’economia e delle finanze vaticane, fino a ridisegnare il ruolo dell’Apsa con il motu proprio «I beni temporali» del 4 luglio 2016. Quali sono stati i criteri, le motivazioni e le conseguenze pratiche di tale processo?

La centralizzazione della gestione economica voluta dal Papa è solo la parte finale di un processo molto più ampio e importante avviato, come lei ricordava, da Papa Benedetto xvi . Si tratta di un processo di razionalizzazione finalizzato alla trasparenza e al controllo di tutto ciò che riguarda la gestione e l’amministrazione delle risorse della Santa Sede. Senza che vi siano settori esenti da controlli. Con tutto il rispetto per le persone e le istituzioni, penso che sottoporsi a procedure chiare e accettare il controllo è il minimo che si possa fare per avere un’amministrazione affidabile e credibile. Dappertutto. Anche in Vaticano.

Certo, è in gioco un cambio di mentalità verso il quale ci stiamo indirizzando con la guida di Papa Francesco. È un cambiamento sempre difficile da realizzare in maniera celere e condivisa, in qualsiasi settore e in qualsiasi struttura. Sembra che quanto si sta facendo, grazie alle procedure messe in atto, vada nella direzione. Mi riferisco: alla pubblicazione del “Codice appalti”, accompagnato da motu proprio che definiscono comportamenti e scelte concreti; alla costituzione della “Commissione di materie riservate”; alle procedure per gli atti di amministrazione straordinaria; alla centralizzazione degli investimenti e alla definizione di procedure chiare, che permettono tracciabilità, trasparenza e controlli. La strada è lunga ma, con l’aiuto del Signore e per il bene della Chiesa, pensiamo di farcela.

L’ultimo atto di questo percorso, in ordine di tempo, è stato nel dicembre scorso il motu proprio «Circa alcune competenze in materia economico-finanziaria», con cui il Pontefice ha affidato proprio all’Apsa la gestione degli investimenti finanziari e dei beni immobili di proprietà della Segreteria di Stato. Che significato e che implicazioni pratiche ha avuto questa decisione?

L’Apsa, in forza del motu proprio del dicembre 2020, si fa carico dell’amministrazione e della gestione di risorse prima nella disponibilità della Segreteria di Stato. Quanto ai cambiamenti intervenuti, devo dire che certamente è lievitato l’impegno richiesto a me, al segretario del dicastero e a tutti i collaboratori. Dobbiamo tutti assicurare una gestione trasparente, competente e fruttuosa, dal punto di vista qualitativo e quantitativo.

All’Apsa e a tutti gli organismi vaticani impegnati nel settore amministrativo, il Papa continua a chiedere uno stile esemplare e in linea con la mission della Chiesa. Lo chiede soprattutto perché l’annunzio e l’evangelizzazione passano anche attraverso la credibilità e la reputazione di coloro che sono chiamati ad annunziare e a testimoniare il Vangelo. Una Chiesa poco credibile fa fatica a creare accoglienza nei confronti della Parola di Dio. E poi, essendo inserita in un contesto sociale, la Chiesa è tenuta a osservare tutte le leggi che regolano la vita sociale ed economica.

Questo passaggio ha riguardato anche l’Obolo di San Pietro, sulla cui gestione sono stati avanzati talvolta dubbi e rilievi che hanno disorientato gli stessi fedeli, chiamati a partecipare con le loro donazioni alla missione della Chiesa e del Papa. Vogliamo precisare quali sono le finalità e la destinazione di queste offerte?

L’Obolo di San Pietro è un contributo che viene dalle Chiese locali per sostenere la missione del Santo Padre e le sue opere di carità. L’esercizio del ministero da parte del Papa nella Chiesa e nel mondo richiede strutture che esigono manutenzione e persone, retribuite per il lavoro professionale che prestano. Con tutti i diritti per questo previsti. La Chiesa sostiene le attività legate alla sua missione attraverso le donazioni e le rendite del suo patrimonio.

I costi che la Santa Sede sostiene sono quelli per la carità materiale e quelli per l’evangelizzazione, quelli per pagare gli stipendi dei propri lavoratori e quelli per la carità spirituale, intellettuale e sociale. A questo servono i dicasteri: a garantire la comunione della Chiesa nel mondo intero, alla comunicazione del magistero, all’esercizio della giustizia, all’implementazione di opere di carità.

L’Obolo di San Pietro è una delle entrate che contribuiscono a sostenere il doppio profilo (apostolico e caritativo) del ministero che il Papa svolge attraverso le strutture della Curia romana. Le spese per il loro funzionamento — compresi gli stipendi per i circa 5.000 dipendenti vaticani — vengono sostenute da offerte, donazioni e ricavi provenienti dal patrimonio della Santa Sede, che non può contare su un sistema interno di tassazione.

Anche l’amministrazione dei beni immobiliari della Santa Sede è bersaglio di frequenti polemiche, che si appuntano in particolare sulla effettiva consistenza di questo patrimonio, sulle implicazioni fiscali che ne derivano e sui criteri che giustificano gli investimenti nel settore. Ci può aiutare a far chiarezza anche su questa materia?

Il patrimonio immobiliare fabbricati gestito dall’Apsa in Italia consta di circa 1,5 milioni di metri quadrati, così distribuito, semplificando: 14% (superficie) nel libero mercato, 8% a canone agevolato (per dipendenti, pensionati e altre forme assistenziali), il rimanente 78% ha finalità istituzionali o comunque allocato per finalità tipo scuole, università, conventi, seminari.

Il patrimonio (superficie) in Italia è soprattutto abitativo (27%), direzionale-commerciale-produttivo (17%), pertinenze (11%) e la rimanente parte (45%) suddivisa in svariate destinazioni (scuole, biblioteche, musei, ospedali, autorimesse, locali accessori).

Gli obiettivi principali di questi anni sono stati e saranno anche in futuro quelli di migliorare il servizio e le performance del patrimonio immobiliare e di agevolare il controllo e la trasparenza dell’attività svolta. Quanto si ricava dal canone delle locazioni va in parte reinvestito per manutenzione e adeguamenti degli immobili. Il resto viene utilizzato per contribuire alle spese della Santa Sede e quindi alla missione del Papa.

Lei ha più volte affermato che la mentalità della Santa Sede non è quella di un’azienda orientata a fare profitti, quanto piuttosto quella del “buon padre” che amministra con cura le risorse a beneficio di tutta la famiglia. In un tempo di grave crisi economica, è possibile far quadrare i bilanci senza penalizzare le persone e le attività poste al servizio della missione del Papa e della Chiesa?

Certo, il bilancio della Santa Sede non è comparabile con quello di un’azienda. Si tratta infatti di un “bilancio di missione”. Ogni dicastero e ogni ente compiono infatti un servizio. E ogni servizio ha dei costi e non necessariamente dei ricavi.

Vi sono stati anni nei quali le spese sono state inferiori alle entrate. Si è potuto così creare un fondo di riserva gestito finora dalla Segreteria di Stato. La possibilità di accantonare somme non c’è stata in questi ultimi anni.

Sotto il profilo economico l’esercizio 2020 è stato caratterizzato dalle devastanti conseguenze economiche causate dalla pandemia da Covid-19, con ripercussioni negative sui risultati gestionali delle varie aree di attività dell’Apsa.

La preoccupazione dell’Apsa è stata quella di capire e riuscire a gestire gli effetti derivanti da tale fenomeno che ricadono, e ricadranno, sulla Santa Sede in forma diretta o indiretta.

Il nostro sforzo è teso a mantenere comunque inalterata la continuità di funzionamento non solo dell’Apsa ma di tutta la Curia.

Per fare questo sono stati approntati e resi operativi già da tempo numerosi tavoli ed incontri sia tra superiori che tra tecnici, per mettere in campo provvedimenti, procedure e soluzioni che devono essere funzionali al poter garantire stabilità in un contesto che purtroppo si presenta con forti connotati di instabilità.

Nelle mutate condizioni socio-economiche e grazie all’accresciuta sensibilità della Chiesa verso i temi della gestione e dell’amministrazione dei beni a lei affidati, l’Apsa è stata chiamata a fare la sua parte, ridisegnando i suoi obiettivi e, in certi settori, ripensando le modalità di intervento.

In altri termini, l’Apsa è chiamata a trasformarsi gradualmente da struttura che offre prevalentemente servizi on demand a realtà propositiva, anche nel modo di amministrare il patrimonio mobiliare e immobiliare della Santa Sede.

Appena un mese fa Papa Francesco le ha affidato l’incarico di presiedere la neonata Fondazione per Sanità cattolica, istituita come “ente strumentale” dell’Apsa collegato alla Santa Sede. Quali saranno le priorità e le linee di intervento per sostenere e rilanciare la missione delle strutture sanitarie della Chiesa?

Le priorità saranno le stesse che il Papa stesso ha indicato nel chirografo col quale viene istituita la Fondazione: costituire punto di riferimento e di sostegno per le strutture sanitarie di ispirazione cattolica. Soprattutto per quelle che si trovano in particolari difficoltà, perché, nella fedeltà al carisma dei fondatori, possano continuare a rimanere all’interno della rete di analoghe strutture e assicurare un servizio ispirato ai dettami della dottrina sociale della Chiesa. Si tratta molto spesso di strutture sanitarie con standard professionali e scientifici di alto livello. Si vuol fare quanto è il possibile perché tutti possano continuare a beneficiare del servizio che queste strutture hanno lodevolmente ed efficacemente reso nel tempo.

di Alessandro De Carolis