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Strage di innocenti

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05 novembre 2021

Il suicidio è la principale causa di morte per i giovani aborigeni e gli isolani dello Stretto di Torres. La fascia di età interessata è quella che va dai 5 ai 17 anni e nel 2020 si sono tolti la vita 223 minori, con un numero record nel Queensland: ben 70. I dati sono dell’ultimo rapporto dell’Australian Bureau of Statistics (Abs) pubblicato il mese scorso ed evidenziano un dato preoccupante perché, secondo il report, la probabilità di togliersi la vita per i giovani aborigeni è tripla rispetto ai coetanei non indigeni. Segno evidente che urge una risposta coordinata a quella che il Catholic Social Services Australia (Cssa) ha definito una “vergogna nazionale”.

Nel 2019 i primi segnali drammatici con tassi di suicidio specifici per età, da 15 a 24 anni, pari a 40 per 100 mila, contro i 10 per 100 mila per i ragazzi non indigeni. Di particolare preoccupazione il dato riguardante i piccoli fra 5 e 17 anni: il suicidio costituiva ventiquattro mesi fa oltre un quarto di tutte le morti dei minorenni. L’Australasian College of Physicians, l’Australian and New Zealand College of Psychiatrists e il National Aboriginal Health Organization, ovvero tre delle più autorevoli organizzazioni medico-scientifiche del Paese, si appellarono al governo affinché venissero adottate urgenti misure per fermare “la tragedia indicibile” dei suicidi. All’inizio dell’anno, infatti, si erano tolti la vita 35 indigeni, tre dei quali avevano appena 12 anni.

I servizi aborigeni di sanità richiedono una presenza e un impiego più costante di psicologi, psichiatri, patologi del linguaggio, operatori di salute mentale e altri professionisti anche perché le cause sono da ricercare negli effetti di traumi intergenerazionali, nella povertà di intere comunità, nelle patologie mentali trascurate, nei traumi da abuso, nell’utilizzo di sostanze stupefacenti e nell’esclusione sociale.

Nel 2016 il tasso di suicidi fra le persone indigene fra 15 e 24 anni era ancora più alto e una proporzione allarmante di adolescenti, secondo una ricerca dell’organizzazione benefica Mission Australia, giudicava il proprio consueto stato mentale come “molto triste”, cioè zero su una scala fino a 10. «Solo un cuore di pietra» potrebbe permettere loro «di diventare stranieri, esuli e rifugiati nella loro stessa terra» ha detto il presidente dei vescovi australiani, l'arcivescovo Mark Coleridge, all’indomani della pubblicazione delle statistiche. I presuli hanno più volte richiamato l’attenzione sulla condizione di emarginazione degli aborigeni ammettendo anche le passate responsabilità della Chiesa cattolica per la cosiddetta “generazione rubata”, ovvero i bambini sottratti dal Governo, tra il 1915 e il 1969, per essere affidati a famiglie bianche o a istituti religiosi. Secondo Francis Sullivan, presidente della Cssa «Queste comunità ci stanno dicendo qual è il problema e noi dobbiamo ascoltare», sottolineando che ciò che è emerso conferma che tutti i passi compiuti fino ad oggi non sono riusciti a sanare la profonda ferita causata ai popoli delle Prime Nazioni dalla colonizzazione ad oggi.

E «Guarire il Paese» è stato proprio il tema dell’ultima edizione della «Domenica degli Aborigeni e degli Isolani dello Stretto di Torres», l’annuale iniziativa che la Chiesa locale celebra il 4 luglio. Data tutt’altro che casuale perché è la vigilia dello sbarco dell’esploratore britannico James Cook in Australia, avvenuto il 5 luglio 1770, ovvero 251 anni fa. Uno sbarco traumatico per le popolazioni indigene locali che nel loro primo incontro con una cultura straniera, videro solo armi e ascoltarono il rumore dei loro colpi. Quel senso di smarrimento e sradicamento provato allora, continuano ad essere una caratteristica nefasta dei loro eredi. Costretti a migrare verso le città e a costruire la loro vita, soprattutto i più giovani chiedono di essere aiutati a preservare i loro valori ed il loro stile di vita affinché, senza perdere le proprie radici, si integrino nei nuovi contesti, donando il loro contributo al bene comune. I primi campanelli d’allarme risalgono a febbraio 1990 quando un’ondata di suicidi e tentati suicidi tra gli aborigeni creò un crescente allarme nel Paese.

Il primo a raccogliere statistiche nazionali in materia fu il sociologo Colin Tatz che, dopo aver trascorso oltre duecento giorni a contatto con 78 comunità aborigene, identificò diversi tentativi di suicidio e di suicidi. Nel commentare i dati, l’allora direttore del Centro Legale Aborigeno di Sydney, Paul Coe, disse: «Poco importa il tipo di morte: la verità d’insieme è che gli aborigeni muoiono, e non solo togliendosi la vita, a causa dell’alienazione culturale e delle ingiustizie del sistema bianco. Ci sono molte maniere per uccidere un popolo».

di Davide dionisi