· Città del Vaticano ·

In un testo del fondatore

«Il medico cristiano deve vedere nel malato un fratello»

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05 novembre 2021

«L’Osservatore Romano», in data 5 novembre 1961, dedicò
all’inaugurazione della nuova sede romana della facoltà di Medicina
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore un’intera pagina di presentazione.
Al suo interno alcuni preziosi contributi,
tra i quali un testo dell’allora rettore, il professor Francesco Vito,
e la testimonianza del dottor Antonio Gasbarrini, archiatra pontificio
di Giovanni xxiii , nonché membro della Commissione
direttiva per l’istituzione della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore, secondo cui l’evento «conclude e corona la vita
e l’opera di padre Agostino Gemelli».
Agli articoli faceva da cornice, a pie’ di pagina, un testo
— che riproponiamo di seguito —
dello stesso sacerdote ideatore e fondatore nel 1921 dell’ateneo
dei cattolici italiani. Tratto da «Vita e pensiero», era un manoscritto indirizzato
ai suoi studenti al termine degli esercizi spirituali,
pochi mesi prima della morte, avvenuta il 15 luglio 1959.

Un giovane... si iscrive alla Facoltà di medicina... Si tratta ora non tanto e non solo di dargli un’orientazione di pensiero, di farne cioè un medico, quanto di farne un medico cristiano. Si tratta cioè di costruire una personalità il cui nocciolo fondamentale siano le credenze cristiane e la pratica cosciente del cattolicesimo; deve divenire uomo, uomo maturo, cioè capace di disciplinare gli impulsi e gli istinti, anche generosi, del suo animo; deve divenir capace di imprimere alla propria attività una fisionomia ben caratteristica, quella del credente che ogni cosa ed ogni avvenimento giudica e valuta dal punto di vista cristiano.

Occorre dunque, perché questa personalità si sviluppi e si integri, un ambiente adatto e per ambiente intendo un ambiente di uomini, nel caso nostro di professori ed assistenti e di compagni di studio, che lo aiutino e lo guidino nell’acquistare una somma di nozioni scientifiche e tecniche, che egli può imparare anche altrove, ma il cui acquisto in una facoltà cattolica assume un carattere particolare. Basti accennare al fatto che il medico cristiano, ripeto e sottolineo, deve vedere nel malato un fratello colpito dalla sventura; basta accennare al fatto che anche di fronte ad un cadavere egli non può prescindere dal fatto che si tratta del cadavere di un uomo, di un fratello, di un corpo nel quale Iddio aveva infuso l’anima, e che perciò reclama un rispetto non solo umano, ma soprannaturale. Io seguo con la mente questo giovane nelle varie fasi attraverso le quali deve passare e constato che ogni parola che egli ode da un professore o da un assistente, ogni gesto che egli coglie può essere l’occasione per una riflessione; concludo dicendo che i sei anni, quanti dura l’insegnamento universitario, bastano a mala pena per fare un uomo, uomo-medico, uomo-cristiano in modo che nella società possa esercitare la medicina come un missionario…

Durante i vostri Santi Esercizi spirituali ho pregato per voi per chiedere a Nostro Signore che con la Sua Santa Grazia operi nell’anima vostra in guisa che voi cresciate in virtù imitandolo e operando in mezzo agli uomini a Sua somiglianza.

La vostra vita deve essere spesa per realizzare il grande ideale cristiano che voi avete appreso dalla bocca e dall’esempio dei vostri maestri. Vi assista Maria Santissima ed ascoltate le sue sante ispirazioni.