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Hic sunt leones

Economia africana: avanti adagio

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05 novembre 2021

Sono molti a chiedersi quale sarà il destino dell’Africa subsahariana a seguito della pandemia. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha previsto un tasso di crescita del 3,7 per cento per questa macroregione nel 2021 e del 3,8 nel 2022. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi il direttore del dipartimento africano del Fondo, Abebe Aemro Selassie, nel corso di una conferenza stampa a Washington sulle prospettive economiche riguardanti l’Africa subsahariana (www.imf.org).

Nel rapporto, denominato Regional Economic Outlook for Sub-Africa sahariana October 2021, attualmente, la ripresa africana, supportata da condizioni esterne favorevoli sul commercio e sui prezzi delle materie prime, tra cui le fonti energetiche, segue la forte contrazione del 2020 causata dal Covid-19. Secondo il direttore Selassie si tratta di un passo in avanti positivo, anche se questa percentuale di crescita «è attualmente la più lenta rispetto ad altre regioni a livello mondiale». Infatti, le economie avanzate crescono di oltre il 5 per cento, mentre altri mercati emergenti e molti paesi in via di sviluppo di oltre il 6.

Il Fondo monetario, in particolare, ha messo in evidenza nel suo dossier il fatto che le prospettive restano «molto incerte» nell’Africa subsahariana, in quanto la ripresa è fortemente condizionata dagli sviluppi, per il momento ancora aleatori, nella lotta contro il Coronavirus, con una campagna vaccinale che arranca e una vulnerabilità legata ai blocchi dell’attività globale e alle misure di contenimento a livello locale. Per far fronte adeguatamente alle sfide che il continente deve affrontare, Selassie ha affermato che i responsabili politici dovrebbero affrontare le pressanti esigenze di spesa per lo sviluppo della macroregione; contenere il debito pubblico; e mobilitare le entrate fiscali.

La recente assegnazione di Dsp (Diritti speciali di prelievo), da parte del Consiglio dei governatori del Fmi, ha accresciuto — ma in maniera molto limitata — le riserve della macroregione, alleggerendo una piccola parte dell’onere che gravava sui governi. L’iniziativa, dal punto di vista concettuale è valida in quanto, in questo modo, i Paesi beneficiari, tra cui quelli africani, attraverso assegni emessi dal Fmi, convertibili in valuta estera o valuta locale, sono messi nelle condizioni di utilizzare il denaro per sostenere la propria economia o per stabilizzare le proprie finanze pubbliche. Il problema sta nel fatto che questa distribuzione di denari è avvenuta in proporzione alle quote del Fmi già possedute dai singoli Stati membri: circa il 30 per cento dell’erogazione è così finita a Stati Uniti, Giappone, Cina e Germania, mentre i paesi poveri hanno ricevuto ben poco. Nel caso dell’Africa, ad esempio, si parla di 33 miliardi, una somma davvero irrisoria se si guarda con attenzione al quadro macroeconomico del continente.

Lungi da ogni retorica, per trovare una soluzione alla crisi pandemica sarebbe necessario invertire le proporzioni della distribuzione dei Dps (il cui valore deriva da una media pesata delle quotazioni delle principali monete mondiali), privilegiando chi realmente ne ha bisogno. Stando al rapporto del Fmi, le prospettive economiche, dal punto di vista comparativo, indicano delle diversità a tre distinti livelli: tra l’Africa subsahariana e le altre macroregioni; all’interno dell’Africa subsahariana e all’interno dei singoli paesi del continente. Le differenze sono in molti casi macroscopiche e si riferiscono in particolare all’attuazione delle campagne vaccinali e alle disparità per quanto concerne sia la fiscalità che la resilienza. Le prospettive, dunque, non sono rassicuranti e i rischi appaiono orientati al ribasso.

In particolare, la ripresa dipenderà dal percorso della pandemia globale e dallo sforzo di vaccinazione, dall’inflazione dei prezzi alimentari, per non parlare della volatilità dei mercati finanziari. «Guardando al futuro — sempre secondo Selassie — il vasto potenziale della macroregione africana rimane immutato. Ma la minaccia del cambiamento climatico e il processo globale di transizione energetica suggeriscono che l’Africa subsahariana potrebbe aver bisogno di adottare un modello di crescita più innovativo e più verde. Ciò presenta sia sfide che opportunità e sottolinea la necessità di riforme trasformative audaci e continui finanziamenti esterni. Tali misure potrebbero non essere facili, ma sono prerequisiti chiave del secolo africano a lungo promesso».

Purtroppo la pandemia ha avuto un impatto particolarmente duro sui paesi africani più vulnerabili, con milioni di persone sprofondate nella povertà estrema. La crisi ha infatti, aggravato le disuguaglianze, non solo tra i gruppi di reddito, ma anche tra le regioni geografiche all’interno dei singoli paesi, il che aumenta il rischio di tensioni sociali e acuisce l’instabilità politica. In questo contesto, l’aumento dell’inflazione dei prezzi dei prodotti alimentari, combinato con la riduzione dei redditi, sta spazzando via i progressi conseguiti in questi anni, in termini di riduzione della povertà, affermazione del diritto alla salute e la sicurezza alimentare.

Un fattore altamente destabilizzante per il futuro della ripresa è rappresentato dal numero cospicuo di declassamenti del rating del debito sovrano in tutto il continente inferti dalla mannaia impietosa delle agenzie di rating statunitensi: Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch. Soprannominate bonariamente le «tre grandi sorelle», esse hanno declassato 18 dei 32 Paesi africani, esacerbando la crisi delle economie nazionali e soprattutto compromettendo le trasformazioni strutturali a più lungo termine necessarie per ridurre la malsana dipendenza dalle materie prime di queste economie. Come ha rilevato Hippolyte Fofack, direttore della ricerca e della cooperazione internazionale presso l’African Export-Import Bank, «Oltre il 56 per cento dei paesi africani valutati da almeno una delle tre grandi agenzie di rating del credito è stato declassato al culmine della pandemia nel 2020, mentre solo il 9,2 per cento in Europa e il 28 per cento in Asia, portando la media globale al 31,8 per cento. Il downgrade sproporzionato tra Africa e resto del mondo si è verificato nonostante il fatto che nel complesso i Paesi africani abbiano mostrato una maggiore resilienza alla crescita di fronte alla recessione globale innescata dalla pandemia, contraendosi a meno del 2 per cento, contro una media mondiale del 3,3 per cento».

L’ingiustizia, per così dire, sta nel fatto che l’Africa è stata vittima sacrificale di processi speculativi che hanno accentuato gli alti costi dei cosiddetti «rischi» attribuiti all’Africa; giudizi eccessivamente gonfiati, che hanno messo a repentaglio il capitale reputazionale. Basti pensare, come scrive Francesco Paolini sulla rivista online Quoted Business (https://www.quotedbusiness.com/thm-8-moneta-mercati/paese-22-africa/art-8272-ecco-come-le-agenzie-di-rating-soffocano-l-economia) che «i declassamenti dello scorso anno (2020) del Marocco e del Sudafrica allo status di “spazzatura” significano che l’Africa emergerà dalla pandemia con oltre il 93 per cento dei suoi sovrani con rating inferiore all’investment grade, il che potrebbe innescare effetti “cliff”, ovvero il tracollo che provoca un consistente aumento delle tasse e un drastico abbassamento della spesa pubblica, effetti sproporzionatamente negativi». Sta di fatto che il declassamento operato dalle tre agenzie ha avuto un impatto devastante sulle economie africane, sia per quanto concerne l’aumento del costo dei prestiti, come anche in riferimento all’indebolimento dell’offerta di capitale da parte degli investitori stranieri. Questi giudizi, infatti, si basano fondamentalmente sulle previsioni riguardanti la debolezza dei sistemi fiscali e sanitari dei rispettivi Paesi.

E dire che proprio Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch sono, alla prova dei fatti, entità economico-finanziare private, pesantemente segnate da un conflitto di interessi in quanto vantano partecipazioni azionarie importanti provenienti dalle più grandi banche, fondi di investimento e corporation internazionali. È dunque evidente che il riscatto dell’Africa ed in particolare della macroregione subsahariana non può prescindere, oltre che dalla solidarietà internazionale, dall’adozione di meccanismi di sostegno ai governi del continente perché possano tutelare i loro mercati dalla speculazione finanziaria.

di Giulio Albanese