· Città del Vaticano ·

Non colpevolizzare chi soffre

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04 novembre 2021

John P. Dolan, vescovo ausiliare di San Diego, negli Stati Uniti, è anche il cappellano dell’Association of catholic mental health ministers. Il presule parla della propria esperienza accanto ai malati, che non vanno stigmatizzati per le patologie di cui soffrono. Chiede anche ai sacerdoti di fare attenzione a non esprimere un pregiudizio avventato su queste persone e a non sostituirsi ai medici.

Lei è stato toccato personalmente dalla drammatica esperienza di avere familiari affetti da malattia mentale. Dopo tanti anni, come riesce ad affrontare questi ricordi terribili?

Avevo tredici anni quando mio fratello Tom è morto suicida. Più avanti, mentre ero in seminario, anche mia sorella Therese e suo marito Joe sono morti suicidi. Inoltre alcuni altri miei fratelli hanno tentato di suicidarsi, ma fortunatamente non ci sono riusciti. È inutile dire che la nostra famiglia ha lottato per molti anni, sia emotivamente sia spiritualmente. In qualche modo soffriamo ancora. Per quanto mi riguarda, ho dovuto combattere con l’imbarazzo e la vergogna che i miei fratelli, e forse anch’io, eravamo affetti da un disturbo depressivo maggiore (Ddm). Da giovane uomo ho respinto questo stigma che la nostra famiglia doveva sopportare e ho semplicemente continuato con la mia vita per tutti gli anni del seminario e l’inizio del sacerdozio. Solo dopo i trent’anni ho iniziato ad accettare che la nostra famiglia poteva avere avuto uno squilibrio chimico che scatenava la depressione con maggiore facilità rispetto alle altre persone intorno a me. Ho iniziato a studiare i disturbi mentali e, anche se non ho mai conseguito un diploma in questo campo, di certo ho iniziato a convincermi che il Ddm riduce il livello di colpevolezza di una persona e, al di là degli aiuti esterni attraverso psicologi/psichiatri e una guida spirituale, le persone affette da Ddm o altri disturbi mentali possono agire in modo irrazionale (addirittura fino al punto di suicidarsi). Mentre le azioni (come il suicidio) sono questioni serie, occorre considerare l’intenzione e le circostanze che portano le persone affette da disturbo mentale ad agire in modo irrazionale. Sono lieto che il nostro Catechismo della Chiesa cattolica comprenda questa realtà e parli di livelli di colpevolezza quando esamina il peccato e le scelte morali.

Come può la sua fede aiutarla a superare questi ricordi?

Come sacerdote cattolico comprendo che la mia fede è più che mera preghiera. La mia fede esige una certa disposizione mentale e una connessione relazionale con i membri della Chiesa e della comunità. Una buona comprensione della fede esige preghiera, vita comunitaria e guida spirituale. Nel caso dei disturbi mentali, la mia fede richiede anche assistenza psicologica occasionale o regolare.

Le statistiche più recenti sono preoccupanti ovunque: secondo l’Unicef, nel mondo un adolescente su sette convive con la diagnosi di un disturbo mentale. In Europa ogni giorno tre giovani si suicidano. Nel 2020 il Giappone ha registrato un record di 415 suicidi tra i giovani dai 6 ai 18 anni. Perché e come siamo arrivati a questa situazione? È colpa solo del covid?

Il mistero del suicidio tra i giovani e i giovani adulti continua a sfuggire a quanti operano nel campo della salute mentale. Tuttavia, gli studi dimostrano che il lobo frontale del cervello umano, che governa (tra le altre cose) il controllo degli impulsi, non matura pienamente fino ai 25 anni o più. Il cervello è un organo molto complesso e, come anche altre parti del corpo, non tutti i cervelli maturano sempre pienamente. Da quanto mi è dato capire, alcuni giovani o giovani adulti, a causa di uno sviluppo immaturo del cervello, oltre che per altri termini di correlazione neurobiologici o genetici, possono essere inclini a vivere problemi collegati alla salute mentale quando avvengono tragedie, tra cui la pandemia di coronavirus. Il covid di per sé non causa suicidi, ma le persone affette da disturbi depressivi sono stimolate più facilmente dal covid rispetto a quelle che non soffrono degli stessi disturbi.

Rispetto a qualche decennio fa è cambiata l’opinione sulle persone affette da disturbo mentale? Come sconfiggere il pregiudizio?

Quando è morto mio fratello Tom negli anni Settanta il campo della psicologia non aveva il vantaggio dei computer e degli strumenti altamente sofisticati che ci sono adesso. Oggi, grazie alla risonanza magnetica funzionale e altre tecniche di neuroimaging, i medici che si occupano di malattie mentali hanno una migliore comprensione dei disturbi dal momento che studiano il cervello umano. Man mano che l’industria della salute mentale diventa più sofisticata, le idee e le opinioni relative ai disturbi mentali cambiano. Ritengo che queste opinioni stiano cambiando in meglio. Sono convinto che sia per questo che la Chiesa cattolica ha adottato un approccio più pastorale verso quanti lottano con disturbi mentali e che stanno prendendo piede ministeri cattolici per la salute mentale nelle parrocchie e nelle diocesi qui, negli Stati Uniti, e in altre parti del mondo.

Allo stesso tempo, molto spesso uno degli ostacoli alla guarigione è il negare, da parte delle persone malate come anche delle loro famiglie, di parlare di questi disturbi usando la parola “malattia”, nonché il rifiuto di una realtà difficile da affrontare?

È vero. È per questo che il ministero per la salute mentale è così importante. Più che affrontare un approccio pastorale verso le persone affette da disturbo mentale o accompagnare i familiari che hanno una persona cara affetta da tali disturbi, il ministero per la salute mentale offre corsi per aiutare a cancellare l’idea secolare che la malattia mentale sia il risultato di difetti caratteriali o perfino di una mancanza di fede.

Da quando ha iniziato a lavorare nell’Association of catholic mental health ministers, c’è una storia particolare che l’ha segnata come uomo e sacerdote?

Sono molte le storie nate attraverso il mio coinvolgimento nell’Acmhm. Spesso la gente mi dice di essere orgogliosa che la Chiesa cattolica stia trovando un posto per le persone che lottano con disturbi mentali e che stiamo cercando attivamente di eliminare gli stigmi associati a queste malattie. Mi commuove in modo particolare il gran numero di persone che hanno perso i propri cari per suicidio, e che hanno un vescovo, nella Chiesa, che comprende il loro dolore. In qualche modo, la mia storia personale con dei fratelli che hanno sofferto di depressione, è stata un modo unico per recare conforto a quanti hanno perso qualcuno a causa del suicidio.

Come può la Chiesa assistere le persone affette da una malattia mentale senza interferire con la sfera medica?

Vorrei incoraggiare i vescovi e i sacerdoti ad abbracciare il ministero cattolico per la salute mentale nelle loro diocesi e parrocchie. Sarebbe un buon inizio anche se il ministero cattolico per la salute mentale offrisse corsi specifici. Mentre incoraggio il ministero cattolico per la salute mentale, vorrei ricordare ai ministri per la salute mentale che non sono medici. Quindi non devono diagnosticare disturbi, né prescrivere cure. Dobbiamo lasciare questo ai professionisti. Ritengo anche che i sacerdoti debbano fare attenzione a non esprimere un pregiudizio avventato sulle persone affette da disturbo mentale come se fossero “possedute”. Secondo la mia esperienza, le persone affette da malattia mentale soffrono di “oppressione”, e lo Spirito di Dio, che ci guida sia in fede sia in scienza, ci invita a cercare di avere maggiore fiducia nel campo scientifico della psicologia. Più di ogni altra cosa, prendendo in prestito una parola usata spesso dal Santo Padre, i sacerdoti e i ministri per la salute mentale sono chiamati ad “accompagnare” quanti sono vulnerabili e nelle periferie della nostra Chiesa e società; compresi coloro che si confrontano con questioni collegate alla salute mentale. Soprattutto, dobbiamo essere presenti con la preghiera e offrire il nostro sostegno amorevole.

di Charles de Pechpeyrou