· Città del Vaticano ·

Il magistero

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04 novembre 2021

Domenica 31 ottobre

Il primo
di tutti i
comandamenti

Nella Liturgia di oggi, il Vangelo racconta di uno scriba che si avvicina a Gesù e gli domanda: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù risponde citando la Scrittura e afferma che il primo comandamento è amare Dio; da questo poi, per naturale conseguenza, deriva il secondo: amare il prossimo come sé stessi.

Udita questa risposta, lo scriba non soltanto la riconosce giusta ma nel farlo, ripete quasi le stesse parole dette da Gesù: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Perché, nel dare il suo assenso, quello scriba sente il bisogno di ridire le stesse parole di Gesù?

Questa ripetizione pare tanto più sorprendente se pensiamo che siamo nel Vangelo di Marco, il quale ha uno stile molto conciso.

Che senso ha questa ripetizione? È un insegnamento per noi che ascoltiamo. Perché la Parola del Signore non può essere ricevuta come una qualsiasi notizia di cronaca... va ripetuta, fatta propria, custodita.

La Parola
di Dio
va “ruminata”

La tradizione monastica usa un termine audace ma molto concreto. Dice così: la Parola di Dio va “ruminata”.

È così nutriente che deve raggiungere ogni ambito della vita: coinvolgere, come dice Gesù, tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente, tutta la forza.

La Parola di Dio deve risuonare, echeggiare, e riecheggiare dentro di noi.

Quando c’è quest’eco interiore che si ripete, significa che il Signore abita il cuore. E dice a noi, come a quel bravo scriba del Vangelo: «Non sei lontano dal regno di Dio».

Il Signore non cerca tanto degli abili commentatori delle Scritture, cerca cuori docili che, accogliendo la sua Parola, si lasciano cambiare dentro.

Ecco perché è così importante familiarizzare con il Vangelo, averlo sempre a portata di mano, anche un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa per leggerlo e rileggerlo.

Prendiamo ad esempio il Vangelo di oggi: non basta leggerlo e capire che bisogna amare Dio e il prossimo. È necessario che il “grande comandamento”, risuoni in noi, venga assimilato, diventi voce della nostra coscienza.

Allora non rimane lettera morta, nel cassetto del cuore, perché lo Spirito Santo fa germogliare in noi il seme di quella Parola. E la Parola di Dio opera, è sempre in movimento, è viva ed efficace.

Così ognuno può diventare non una ripetizione, ma una “traduzione” vivente, diversa e originale, dell’unica Parola di amore che Dio ci dona.

Questo lo vediamo nella vita dei Santi: nessuno è uguale all’altro, sono tutti diversi, ma tutti con la stessa Parola di Dio.

Chiediamoci: questo comandamento, orienta davvero la mia vita? trova riscontro nelle mie giornate?

Ci farà bene fare l’esame di coscienza su questa Parola, vedere se abbiamo amato il Signore e donato un po’ di bene a chi ci è capitato di incontrare.

Che ogni incontro sia dare un po’ di bene, un po’ di amore, che viene da questa Parola.

Inondazioni
in Vietnam
e in Sicilia

In diverse parti del Vietnam le forti piogge prolungate di queste ultime settimane hanno causato vaste inondazioni, con migliaia di evacuati.

La mia preghiera e il mio pensiero vanno alle tante famiglie che soffrono, insieme al mio incoraggiamento per quanti, Autorità del Paese e Chiesa locale, si stanno impegnando per rispondere all’emergenza.

Sono vicino anche alle popolazioni della Sicilia colpite dal maltempo.

Beatificazione di martiri
della guerra civile spagnola

Ieri a Tortosa, in Spagna, sono stati beatificati Francesco Sojo López, Millán Garde Serrano, Manuel Galcerá Videllet e Aquilino Pastor Cambero, presbiteri della Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del Cuore di Gesù, tutti uccisi in odio alla fede.

Pastori zelanti e generosi, durante la persecuzione religiosa degli anni trenta rimasero fedeli al ministero anche a rischio della vita.

La loro testimonianza sia modello specialmente per i sacerdoti.

Mostra
fotografica “Laudato si’”

Oggi a Glasgow, in Scozia, comincia il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Cop26... In tale contesto si inaugura oggi in Piazza San Pietro la mostra fotografica Laudato si’, opera di un giovane fotografo originario del Bangla-desh. Andate a vederla!

(Angelus in piazza San Pietro)

Lunedì 1 novembre

Gioia
e profezia
della santità

Oggi celebriamo Tutti i Santi e nella Liturgia risuona il messaggio “programmatico” di Gesù cioè le Beatitudini.

Esse ci mostrano la strada che conduce al Regno di Dio e alla felicità: la strada dell’umiltà, della compassione, della mitezza, della giustizia e della pace.

Essere santi è camminare su questa strada. Soffermiamoci ora su due aspetti di questo stile di vita di santità: la gioia e la profezia.

La gioia. Gesù comincia con la parola «Beati». È l’annuncio principale, quello di una felicità inaudita.

La beatitudine, la santità non è un programma di vita fatto solo di sforzi e rinunce, ma è la gioiosa scoperta di essere figli amati da Dio. Questo riempie di gioia.

Non è una conquista umana, è un dono che riceviamo: siamo santi perché Dio, che è il Santo, viene ad abitare la nostra vita.

È Lui che dà la santità a noi. Per questo siamo beati!

La gioia del cristiano non è l’emozione di un istante o un semplice ottimismo umano, ma la certezza di poter affrontare ogni situazione sotto lo sguardo amoroso di Dio, con il coraggio e la forza che provengono da Lui.

I Santi, anche tra molte tribolazioni, hanno vissuto questa gioia e l’hanno testimoniata.

Senza gioia, la fede diventa un esercizio rigoroso e opprimente, e rischia di ammalarsi di tristezza.

La tristezza è «un verme
del cuore»

Un Padre del deserto, Evagrio Pontico, diceva che la tristezza è «un verme del cuore», che corrode la vita (cfr. Gli otto spiriti della malvagità, xi ).

Interroghiamoci: siamo cristiani gioiosi? Diffondiamo gioia o siamo persone spente, tristi, con la faccia da funerale? Ricordiamoci che non c’è santità senza gioia!

Il secondo aspetto: la profezia. Le Beatitudini sono rivolte ai poveri, agli afflitti, agli affamati di giustizia.

È un messaggio contro-corrente. Il mondo infatti dice che per avere la felicità devi essere ricco, potente, sempre giovane e forte, godere di fama e di successo.

Gesù rovescia questi criteri e fa un annuncio profetico: la vera pienezza di vita si raggiunge seguendo Gesù, praticando la sua Parola.

Questo significa un’altra povertà, cioè essere poveri dentro, svuotarsi di sé stessi per fare spazio a Dio.

Chi si crede ricco, vincente e sicuro, fonda tutto su di sé e si chiude a Dio e ai fratelli, mentre chi sa di essere povero e di non bastare a sé stesso rimane aperto a Dio e al prossimo. E trova la gioia.

Le Beatitudini sono la profezia di un’umanità nuova, di un modo nuovo di vivere: farsi piccoli e affidarsi a Dio, invece di emergere sugli altri; essere miti, invece che cercare di imporsi; praticare la misericordia, anziché pensare solo a sé stessi; impegnarsi per la giustizia e la pace, invece che alimentare, anche con la connivenza, ingiustizie e disuguaglianze.

La santità è accogliere e mettere in pratica, con l’aiuto di Dio, questa profezia che rivoluziona il mondo.

Possiamo chiederci: io testimonio la profezia di Gesù? Esprimo lo spirito profetico che ho ricevuto nel Battesimo? O mi adeguo alle comodità della vita e alla mia pigrizia, pensando che tutto vada bene se va bene a me? Porto nel mondo la novità gioiosa della profezia di Gesù o le solite lamentele per quello che non va? Domande che ci farà bene farci.

Corsa dei santi

Un saluto rivolgo ai partecipanti alla Corsa dei Santi, organizzata dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo”. È importante promuovere il valore educativo dello sport. Grazie anche per la vostra iniziativa in favore dei bambini della Colombia.

(Angelus in piazza San Pietro)

Mercoledì 3

Non giudicare ma farsi
carico
delle debolezze

Nel brano della Lettera ai Galati ascoltato, San Paolo esorta i cristiani a camminare secondo lo Spirito Santo. C’è uno stile: camminare secondo lo Spirito. Credere in Gesù significa seguirlo, andare dietro a Lui sulla sua strada, come hanno fatto i primi discepoli.

E significa nello stesso tempo evitare la strada opposta, quella dell’egoismo, del cercare il proprio interesse, che l’Apostolo chiama «desiderio della carne».

Lo Spirito è la guida di questo cammino sulla via di Cristo, un cammino stupendo ma anche faticoso, che comincia nel Battesimo e dura per tutta la vita.

Pensiamo a una lunga escursione in alta montagna: è affascinante, la meta ci attrae, ma richiede tanta fatica e tenacia.

Questa immagine può esserci utile per entrare nel merito delle parole dell’Apostolo: “camminare secondo lo Spirito”, “lasciarsi guidare” da Lui.

Sono espressioni che indicano un’azione, un movimento, un dinamismo che impedisce di fermarsi alle prime difficoltà, ma provoca a confidare nella «forza che viene dall’alto».

Percorrendo questo cammino, il cristiano acquista una visione positiva della vita. Ciò non significa che il male nel mondo sia sparito, o che vengano meno gli impulsi negativi dell’egoismo e dell’orgoglio; vuol dire piuttosto credere che Dio è sempre più forte delle nostre resistenze e dei nostri peccati.

Questo è importante!

Mentre esorta i Galati a percorrere questa strada, Paolo si mette sul loro piano.

Abbandona il verbo all’imperativo — «camminate» — e usa il “noi” all’indicativo: «camminiamo secondo lo Spirito».

Come dire: poniamoci lungo la stessa linea e lasciamoci guidare dallo Spirito.

Questa esortazione Paolo la sente necessaria anche per sé stesso.

Pur sapendo che Cristo vive in lui, è anche convinto di non aver ancora raggiunto la meta, la cima della montagna.

Non si mette al di sopra della sua comunità, non dice: “Io sono il capo, voi siete gli altri; io sono arrivato all’alto della montagna e voi siete in cammino”; ma si colloca in mezzo al cammino di tutti, per dare l’esempio concreto di quanto sia necessario obbedire a Dio.

E che bello quando troviamo pastori che camminano con il popolo e che non si staccano da esso... Fa bene all’anima.

Questo “camminare secondo lo Spirito” non è solo un’azione individuale: riguarda anche la comunità nel suo insieme.

Costruire la comunità seguendo la via indicata dall’Apostolo è entusiasmante, ma impegnativo.

I “desideri della carne” che tutti abbiamo — invidie, pregiudizi, ipocrisie, rancori — continuano a farsi sentire, e il ricorso a una rigidità precettistica può essere una facile tentazione, ma così facendo si uscirebbe dal sentiero della libertà e, invece di salire alla vetta, si tornerebbe verso il basso.

Percorrere la via dello Spirito richiede in primo luogo di dare spazio alla grazia e alla carità.

Fare spazio alla grazia di Dio, non avere paura.

Paolo, dopo aver fatto sentire in modo severo la sua voce, invita i Galati a farsi carico ognuno delle difficoltà dell’altro e, se qualcuno dovesse sbagliare, a usare mitezza: «Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu. Portate i pesi gli uni degli altri».

Un atteggiamento ben differente dal chiacchiericcio; no, questo non è secondo lo Spirito.

Secondo lo Spirito è avere questa dolcezza con il fratello nel correggerlo e vigilare su noi stessi con umiltà per non cadere noi in quei peccati.

Quando siamo tentati di giudicare male gli altri, come spesso avviene, dobbiamo anzitutto riflettere sulla nostra fragilità.

Quanto facile è criticare gli altri! Ma c’è gente che sembra di essere laureata in chiacchiericcio.

Tutti i giorni criticano gli altri. Ma guarda te stesso!

È bene domandarci che cosa ci spinge a correggere un fratello o una sorella, e se non siamo in qualche modo corresponsabili del suo sbaglio.

Lo Spirito Santo, oltre a farci dono della mitezza, ci invita alla solidarietà, a portare i pesi degli altri.

Quanti pesi sono presenti nella vita di una persona: la malattia, la mancanza di lavoro, la solitudine, il dolore!

E quante altre prove che richiedono la vicinanza e l’amore dei fratelli!

Ci possono aiutare anche le parole di sant’Agostino quando commenta questo stesso brano: «Perciò, fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, [...] correggetelo con mitezza. E se tu alzi la voce, ama interiormente. Sia che incoraggi, che ti mostri paterno, che rimproveri, che sia severo, ama».

Ama sempre. La regola suprema della correzione fraterna è l’amore: volere il bene dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

Si tratta di tollerare i problemi degli altri, i difetti degli altri in silenzio nella preghiera, per poi trovare la strada giusta per aiutarlo a correggersi.

E questo non è facile. La strada più facile è il chiacchiericcio. “Spellare” l’altro come se io fossi perfetto. E questo non si deve fare. Mitezza. Pazienza. Preghiera. Vicinanza.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )