· Città del Vaticano ·

La Cop26 fra lotta alla deforestazione e lenta decarbonizzazione

Patto globale per l’ossigeno

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02 novembre 2021

Un patto per l’ossigeno fra i Paesi riuniti a Glasgow promette 19 miliardi per fermare l’ecocidio delle foreste entro il 2030. Ma l’energia fossile, che produce la CO2 assorbita sempre più a stento dalle foreste, resta lì, in mezzo alla scena dell’emergenza climatica: alla conferenza internazionale sul clima Cop26, a Glasgow, infatti, l’accordo sulla data per arrivare al traguardo zero emissioni di CO2, non c’è stato, al momento. E non è in vista.

Genericamente fissato dal G20 di Roma “alla metà del secolo” (contrariamente all’ indicazione del 2050 sottoscritta negli accordi di Parigi del 2015) l’obiettivo ha confermato, ieri a Glasgow, di essere troppo legato alle economie nazionali per adattarsi ad un solo schema.

L’India, con il premier Narendra Modi, ha portato la voce delle cosiddette economie emergenti, buone ultime, in ordine di tempo, ad avvantaggiarsi del modello produttivo “fossile”. Per l’India la deadline entro la quale abbattere le emissioni è, addirittura, il 2070. Una data che Modi non aveva esplicitato al vertice di Roma fra i Venti, praticamente poche ore prima, e che ha riservato invece al più inclusivo forum delle economie del mondo riunite per l’annuale conferenza climatica.

Fra tutti gli attori planetari l’India è considerata uno dei Paesi a più alte emissioni di CO2 (anche per essere un subcontinente da un miliardo e quattrocentomila abitanti). Modi ha rivendicato, dal podio di Glasgow, che in pochi come l’India — a suo modo di vedere — sarebbero stati fedeli agli impegni assunti a Parigi nel 2015 (implicito riferimento agli Usa che dagli accordi erano temporaneamente usciti). Ma, ha aggiunto, occorre che il mondo si impegni di più a finanziare la cura del clima. Per il premier indiano le «promesse vuote» dei Paesi che hanno costruito la loro leadership economica sul fossile, ammonterebbero già a mille miliardi. Occorre, ha affermato, che la cifra promessa sia «resa disponibile il prima possibile».

E che i tempi stringano, oltre quanto si sia disposti a vedere, lo ha ribadito, per l’ennesima volta e con toni che non potrebbero essere più chiari, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Due sue lapidarie affermazioni basterebbero a riassumere lo spirito di un accoratissimo intervento dal podio della Cop26: stiamo trattando «la natura come un water» e, se non bastasse, «ci stiamo scavando la tomba da soli».

Guterres non ha ripetuto, a Glasgow, la cruda parola affidata giorni fa ad un T. Rex ricostruito al computer in un video delle Nazioni Unite. La parola era «estinzione». Ma il suo intervento è stato chiarissimo e diceva, più o meno, la stessa cosa. «Basta — ha detto — brutalizzare la biodiversità. Basta ucciderci con il carbonio».

«È un’illusione» ha ammonito «pensare che la lotta al cambiamento climatico sia stata vinta». Ed è stato molto critico, per usare un eufemismo, sul fatto che non si riesca ad alzare l’asticella di 1,5 gradi sul contenimento del riscaldamento globale (target che risale agli impegni assunti a Parigi). Tutti gli indicatori ed i report scientifici, ha ricordato Guterres, ci dicono che l’obiettivo è già fallito e che il mondo si avvia, con questo trend, ad un riscaldamento globale di 2,7 gradi. Lo scenario climatico, già compromesso e sconvolto, diventerebbe ancora più grave. Per dirla con le parole del primo ministro britannico, Boris Johnson, ci porterebbe «un minuto prima della mezzanotte» climatica.

La Cop26, che dovrebbe essere una delle più importanti di sempre, procede così fra chiari e scuri; fra lo stop alla deforestazione e l’incertezza sulla decarbonizzazione che ha tante vie, e tante scadenze, quanti sono gli interessi nazionali. La Cina, che ha presieduto da poco un altro grande evento cruciale per il clima, la Cop15 di Kunming sulla biodiversità, a Glasgow è intervenuta a distanza con una lettera del presidente Xi. Ha chiesto di «mantenere il consenso multilaterale» e sostenere lo sforzo «dei Paesi in via di sviluppo».

Gli Stati Uniti, con il presidente Joe Biden, si sono impegnati, da parte loro, a limitare le emissioni di metano.

La comunità internazionale cerca una voce sola. O, almeno, la possibilità di muoversi, insieme nella stessa direzione.

di Chiara Graziani