· Città del Vaticano ·

Alla ricerca di Dio in tutte le cose

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
02 novembre 2021

«Poco tempo fa ho letto qualcosa di una chiarezza che ha fatto tremare, non dico la politica italiana, ma sicuramente almeno la Chiesa italiana!»: queste le parole di Papa Francesco nell’abbracciare padre Bartolomeo Sorge dopo aver letto su «La Civiltà Cattolica» una sua riflessione sulla storia della Chiesa italiana dal i Convegno ecclesiale del 1976 a oggi. Quell’articolo è quasi il testamento di una vita spesa ad affrontare il tema dei cattolici in politica: non una generica ispirazione ideale, ma un progetto originale di società che si propone di giungere alla democrazia matura (Bartolomeo Sorge, Un «probabile sinodo» della Chiesa italiana? Dal i Convegno ecclesiale del 1976 a oggi, in «La Civiltà Cattolica» iii , 2019, pagine 449-458). E soprattutto da direttore de «La  Civiltà Cattolica»  (1973-1985) padre Sorge ha segnato la vita italiana grazie alla sua capacità di interpretazione della vita politica ed ecclesiale.

Una voce profetica

Nato il 25 ottobre del 1929 a Rio Marina nell’Isola d’Elba, ha sempre ricordato con fierezza le sue radici siciliane per parte di padre e venete per parte di madre. Entrato a 17 anni nella Compagnia di Gesù, fu ordinato sacerdote nel 1958. Si specializzò in Scienze sociali a Roma all’Università Gregoriana. Nel 1966 venne destinato a «La Civiltà Cattolica», allora diretta dal padre Roberto Tucci (poi cardinale), per coprire il campo delle scienze politiche e sociali e delle questioni di attualità alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa. Erano gli anni immediatamente seguenti al Concilio Vaticano ii , densi di tensioni, entusiasmo e ansia di rinnovamento. Padre Sorge con i suoi scritti, le sue conferenze e la sua partecipazione ai dibattiti sui media — sempre col sorriso e con una cordialità inscalfibile — è riuscito a essere una voce profetica che ha accompagnato la ricezione del Concilio in Italia, e un servitore di altissimo profilo della vita sociale ed ecclesiale del nostro Paese.

Il suo rapporto con san Paolo vi fu molto stretto e il dialogo con la Segreteria di Stato — in particolare con la Sezione per gli Affari straordinari della quale era allora il responsabile monsignor Achille Silvestrini — intenso. Anche nella Chiesa italiana, guidata allora dal cardinale Antonio Poma e da monsignor Enrico Bartoletti, la voce di Sorge è stata una delle più ascoltate, fino al momento culminante del grande convegno ecclesiale nazionale su «Evangelizzazione e promozione umana» del 1976, dove è fra i promotori e protagonisti. Per lui sempre l’evangelizzazione doveva essere accompagnata dalla promozione umana.

Il convegno doveva essere una prova concreta di come attuare l’«aggiornamento» voluto dal Concilio, sia instaurando un dialogo fraterno fra tutte le componenti del popolo di Dio sia proponendo forme diverse di missione. In particolare, secondo Sorge occorreva ripensare il concetto stesso di «missionarietà», fondandolo sulla nuova comprensione del nesso tra evangelizzazione e promozione umana messo in luce dal Concilio e dal progetto pastorale pluriennale della Cei degli anni Settanta su «Evangelizzazione e sacramenti».

Non bastava più ammodernare i metodi pastorali tradizionali, ma era necessario un cambio di mentalità; occorreva una «conversione missionaria»: ripensare cioè non solo i metodi pastorali, ma l’annuncio stesso della fede nella società in evoluzione. Bisognava tornare al Vangelo, all’essenziale, giudicando e orientando le opzioni temporali alla luce della parola di Dio e del magistero (con la sua «dottrina sociale»), sia attraverso l’impegno politico diretto, laico e pluralistico, dei cattolici, non isolati, ma insieme con tutti gli altri cittadini di buona volontà.

Il risultato del convegno fu straordinario anche se Sorge — che tenne la relazione conclusiva riscuotendo vasti consensi — ha poi lamentato che le conclusioni di quell’incontro non ebbero il seguito che meritavano. Negli ultimi anni più volte padre Sorge mi ha detto che riconosceva, con sollievo e gioia, come nel pontificato di Francesco fosse pienamente ripresa quell’impostazione del convegno del 1976. In particolare, negli ultimi tempi, mi parlò di come si sentisse pienamente rappresentato da quel che il Pontefice disse nel dicembre 2019 nei suoi auguri alla Curia. Cito in particolare le espressioni di Francesco che discutemmo alcuni mesi fa e che per lui sono il punto di riferimento essenziale per ripensare la missione della Chiesa oggi: «Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede — specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente — non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune».

Nel 1985 lasciò «La Civiltà Cattolica». Nel frattempo erano già mutati i tempi e le sintonie di una volta non c’erano più. Mi disse, e lo scrisse poi su «La Civiltà Cattolica»: «San Giovanni Paolo ii preferiva la linea della “presenza” rispetto a quella della “mediazione culturale”; insisteva sulla Chiesa come “forza sociale”, oltre che forza spirituale, e tornava a sottolineare la necessità dell’unità politica dei cattolici».

Il campo di azione di padre Sorge si spostò da Roma a Palermo, città simbolo dove i gesuiti erano già attivi da anni in campo sociale. L’impegno dei laici cristiani nella società e nella politica, nello spirito del Concilio, ha segnato i suoi anni siciliani alla direzione dell’«Istituto di formazione politica Pedro Arrupe», che animò quella che fu chiamata la “primavera di Palermo”. L’impegno per la giustizia ha caratterizzato radicalmente la sua azione come espressione della sua fede.

L’idea delle «scuole di formazione politica» si diffuse rapidamente, dando luogo a una stagione di iniziative simili in ogni parte d’Italia. Erano anni drammatici, gli anni degli attentati di mafia che colpirono a morte Falcone e Borsellino. Anche padre Sorge fu minacciato dalla mafia e per lungo tempo dovette spostarsi con la scorta. Nel 1996 partì per Milano per essere direttore della rivista «Aggiornamenti Sociali». Lo sarà fino alla fine del 2009 e lì proseguirà il suo impegno di riflessione socio-politica. Ritiratosi a Gallarate in una comunità di gesuiti anziani, padre Sorge ha continuato a girare l’Italia per conferenze, a pubblicare nuovi libri e a far sentire la sua voce chiara e nitida nel dibattito pubblico fino ai suoi ultimi giorni. Ha lasciato questa terra il 2 novembre 2020.

Ridare un’anima
alla politica

Roma, Palermo e Milano sono state le basi solide di una esuberante attività pubblicistica vissuta con passione a servizio della piena maturazione della coscienza democratica dei cittadini; e ha ribadito l’importanza dell’impegno dei cattolici in politica, collaborando con partner di diverso orientamento culturale e ricercando il maggior bene concretamente possibile. Per padre Sorge il problema più urgente è stato quello di ridare un’anima alla politica, aiutando la democrazia a ritrovare la sua fondazione etica. Per questo ha cercato sempre di contrastare la tentazione di rifugiarsi nello spiritualismo intimistico e disincarnato, che porta la Chiesa all’autoreferenzialità, a ripiegarsi su sé stessa, a preoccuparsi soprattutto dei suoi problemi interni, a chiudersi tra le mura del tempio, ossessionata dall’osservanza delle norme canoniche.

Questo è il cuore dell’ispirazione di padre Sorge: Dio è presente e all’opera nel mondo, non lo ha abbandonato, ma chiede di essere riconosciuto lì dove si fa trovare. In questo senso Sorge è stato radicalmente gesuita, contemplativo della storia, capace di discernere l’azione. Ed è stato anche un fedele interprete del Concilio Vaticano ii e dell’ispirazione della Gaudium et spes circa il rapporto maturo da realizzare tra Chiesa e mondo. Per questo amava la mediazione culturale e non il presenzialismo, seguire processi più che occupare spazi. Ricordiamo pure che padre Sorge partecipò nel 1974 alla xxxii Congregazione generale della Compagnia insieme a padre Carlo Maria Martini e padre Jorge Mario Bergoglio. Non si fa fatica a riconoscere, pur tra tutte le differenze di personalità, un filo rosso che accomuna queste tre grandi personalità.

Per una «laicità positiva»

Durante gli anni di «Civiltà Cattolica» — gli ultimi quattro anni del pontificato montiniano, tra il 1974 e 1978 — si trovò impegnato a favore della ricomposizione di tutte le forze che avevano fatto insieme la Costituzione. È stata convinzione di padre Sorge che dopo la fine delle ideologie del Novecento, tutte smentite dalla storia, credenti e non credenti possono riconoscersi in un programma riformista di cose da fare, ispirato ai valori di un umanesimo trascendente, ma mediato in scelte laiche, condivisibili da tutti gli uomini di buona volontà. Il presupponendum ignaziano che vuole salvare più che possibile l’affermazione dell’altro era un elemento fondamentale del suo modo di dialogare con gli altri. Ciò implica quello che padre Sorge chiamava «laicità positiva», che consiste nell’incontrarci in ciò che ci unisce tra diversi, per crescere insieme verso un’unità sempre maggiore, nel pieno rispetto dell’identità di ciascuno. Il concetto di «laicità positiva», quindi, si applica bene ai rapporti politici fra i partiti: il dialogo necessario per realizzare una «buona politica» suppone che si superi ogni rigido «confessionalismo», non soltanto religioso, ma anche ideologico. Quest’ultimo, infatti, può bloccare la possibilità di incontro e di collaborazione tra forze diverse in vista del bene comune, che è poi il fine stesso della politica. In questo senso, è da considerare superata per sempre l’innaturale contrapposizione tra «partiti laici» e «partito dei cattolici», tipica dell’epoca, ormai tramontata, delle grandi ideologie di massa.

Questo richiede ai cristiani di acquisire un’abilità non semplice: collaborare con partner politici di diverso orientamento culturale, senza rinunciare mai a testimoniare la forza profetica e critica del Vangelo in cui credono. Tocca poi alla Chiesa intera annunciare profeticamente, con la parola e con la vita, che il potere di Dio è diverso dal potere di chi comanda nel mondo.

La posizione di padre Bartolomeo coincideva perfettamente con il discorso che Papa Francesco ha tenuto al v Convegno ecclesiale di Firenze (2015), discorso che andrebbe certamente ripreso e meditato.

I tratti spirituali

Due cose nel mio ricordo hanno caratterizzato la lezione di padre Sorge, anche come suo successore nella direzione de «La Civiltà Cattolica»: da una parte, la lucidità di un pensiero che si è formato grazie allo studio, all’approfondimento e alla forza di un’esperienza, a suo modo unica, che egli ha vissuto e di cui è testimone. Il suo era un ministero colto, frutto dello studio e aveva tra gli obiettivi la formazione di «moltiplicatori». D’altra parte, la «profezia» e la parresia, l’ispirazione spirituale, nonché l’onestà, per dire che non sempre oggi abbiamo tutte le risposte certe che vorremmo avere, e che quindi l’impegno reale e concreto con la storia — errori possibili inclusi — è fondamentale per capire e agire bene nel prossimo futuro.

Padre Sorge era anche uomo spirituale che tra le sue attività abituali poneva sempre la predicazione, il ministero degli Esercizi spirituali, i colloqui personali, l’incontro con comunità di religiose che ha seguito. In questi ministeri faceva rifluire in maniera discreta la sua esperienza e il suo modo di incontrare Dio. E la sua spiritualità personale era semplice, se vogliamo anche «tradizionale», capace di valorizzare la pietà popolare. Anche in questo senso padre Bartolomeo Sorge è stato un gesuita che ha saputo incarnare un’ampia disponibilità apostolica, sempre alla ricerca di Dio in tutte le cose.

*Direttore
de «La Civiltà Cattolica»

di Antonio Spadaro *